Giovanni Nervo: carità e giustizia

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«Mi hai condotto per mano, Signore, per strade che non conoscevo e con le esperienze che, a mia insaputa, o senza che io le prevedessi e le programmassi, mi hai preparato all’esperienza più importante e centrale del mio sacerdozio e della mia partecipazione alla vita pastorale: la Caritas italiana» (dal testamento di don Giovanni Nervo, trovato nel registro delle messe della Casa del clero, stilato a mano nel 71° di ordinazione presbiterale).

Don Giovanni ha raccontato più volte l’inizio della sua «esperienza più importante» e le varie difficoltà cui si trovò a fare fronte. A cominciare dal superamento della POA (Pontificia Opera Assistenza), sciolta da Paolo VI, il quale «sollecitò la CEI a istituire un organismo proprio per la pastorale della carità, secondo lo spirito e la linea del concilio Vaticano II» (questa e altre citazioni degli scritti di Nervo provengono da due pubblicazioni: il libro/intervista di G. Vallini «La profezia della povertà» ed. San Paolo; «Gemme di carità e giustizia – Il racconto di una vita» a cura di T. Vecchiato e D. Cipriani, EDB).

Uno dei timori dei vescovi era quello di riprodurre una struttura ingombrante e poco controllabile quale era stata la POA. «Io ho avuto l’impressione che la CEI istituisse la Caritas italiana più per obbedienza e fedeltà a Paolo VI che per profonda e completa convinzione». Don Giovanni racconta alcuni episodi che attestano le preoccupazioni circolanti nell’episcopato italiano, fatte rimbalzare fino allo stesso Paolo VI.

Gli inizi della Caritas. Nervo e Bartoletti

La Caritas nasce il 2 luglio del ’71 per decisione del Consiglio permanete della CEI e don Giovanni ne viene nominato presidente; i contatti sono con mons. Andrea Pangrazio, segretario della CEI. I rapporti diventano particolarmente intensi quando, il 4 settembre 1972, diventa segretario generale della CEI mons. Enrico Bartoletti.

Dalla trascrizione delle agende di quest’ultimo (curata dall’arcidiocesi di Lucca per la fase diocesana della causa di beatificazione di Bartoletti) emergono costanti consultazioni e confronti, a partire dal primo incontro avvenuto l’11 ottobre ’72.

In certi periodi, i contatti tra Bartoletti e Nervo – soprattutto incontri di persona, e anche telefonate e missive – hanno cadenza settimanale, coprendo tutto l’arco di tempo che va fino al ’76 quando Bartoletti, colto da infarto, morirà il 5 marzo. Dall’ottobre ’72 al marzo ’76 Nervo incontra Bartoletti non meno di 25 volte; mentre per 17 volte l’argomento Caritas è all’ordine del giorno in incontri della Presidenza CEI, del Consiglio permanente e di gruppi di lavoro, in alcuni casi con lo stesso Nervo presente.

Bartoletti è davvero la “sponda” ecclesiale di don Giovanni: l’intenso contatto tra i due, se, da una parte, assicura alla Caritas il corretto rapporto con l’ufficialità ecclesiale e il superamento di alcuni impasse burocratici (la legge del “si è fatto sempre così” vigeva anche allora!), dall’altra, garantisce la fedeltà al mandato di Paolo VI, e quindi la coerenza conciliare del nuovo organismo pastorale.

Degno di nota il fatto (anche questo risalta nelle agende) che Bartoletti riteneva importante l’apporto di Nervo alla preparazione del Convegno ecclesiale “Evangelizzazione e promozione umana”.

«Quando fui chiamato ad avviare la Caritas italiana, mi resi conto subito che era un compito enormemente superiore alle mie forze, ma partii con fiducia, sapendo che la Chiesa non è nostra e, se il Signore voleva questa opera, ci avrebbe aperto le strade». Ho ricordi personali di questa frase, con cui don Giovanni accompagnava valutazioni anche critiche di certi andamenti ecclesiali o ecclesiastici: «La Chiesa non è nostra, è del Signore!».

Una strana carriera

Particolarmente interessante è il cursus honorum che lo aspettava, anche questo dal suo racconto: «A me è toccata una strana carriera: fino al 1975 presidente, poi vicepresidente quando la CEI nominò presidente mons. Guglielmo Motolese, che era uno dei tre vicepresidenti della CEI». Successivamente, quando il mandato di don Giovanni Nervo giunse al termine, il suo successore don Giuseppe Pasini fu nominato direttore.

In questo tempo di Avvento in cui campeggia la figura del Battista che dice del Messia: «Lui deve crescere, io diminuire» (Gv 3,30), oso accostare quel racconto evangelico alla vicenda ecclesiale di un prete che, senza farsi da parte, è tuttavia disposto a retrocedere purché ciò serva allo sviluppo del progetto che la Chiesa gli ha affidato.

È pur vero che emerge più volte, dalle testimonianze di don Giovanni, se non il sospetto almeno la cautela con cui la CEI accompagnava l’operato della Caritas, e quindi l’azione di chi ne era il protagonista.

Due dati di fatto sono evidenti: il primo riguarda la collocazione del presidente della Caritas nell’organigramma della CEI. Se inizialmente – dopo il primo periodo di Nervo presidente – il presidente della Caritas era uno dei tre vescovi vice-presedenti della CEI (il che comportava per la Caritas la diretta presenza in seno alla Presidenza CEI), successivamente a presiedere la Caritas fu il vescovo messo a capo di una delle numerose Commissioni dell’organigramma, quella per il Servizio della carità e della salute. Il che volle dire avere voce in capitolo non più nella Presidenza ma nel Consiglio Permanente della CEI.

Tale modifica – di fatto un’attribuzione di minor peso – avvenne al tempo in cui si trovarono a coprire il ruolo di vice-presidenti della CEI tre cardinali, vescovi nelle rispettive diocesi; forse qualcuno ritenne che ciò potesse dare troppa importanza alla Caritas (in quel periodo la Segreteria generale era affidata a mons. Ruini).

L’altro dato di fatto, che attesta la particolare “attenzione” della CEI nei confronti della Caritas, fu la modifica, da parte della stessa CEI, della Statuto della Caritas: l’approvazione del bilancio dell’organismo passava dalla competenza del Consiglio Nazionale (composto per la maggior parte dai delegati regionali Caritas, e quindi in un certo senso dalla “base”; ne faceva anche parte, come membro di diritto in quanto fondatore, don Nervo) a quella della Presidenza Caritas (composta dal presidente e altri due vescovi vice-presidenti di nomina CEI, dal tesoriere anch’esso di nomina CEI e da tre delegati regionali); tuttavia, lo stesso Statuto precisava che la programmazione annuale delle attività restava competenza del Consiglio.

Ho viva personale memoria della riunione in cui il Consiglio nazionale si trovò a prendere atto del cambio di Statuto e dell’intervento con cui don Giovanni – misurato, gentile, ma anche fermo e preciso, come era nel suo stile – tenne a evidenziare l’aspetto contraddittorio di quella scelta: la competenza sulla programmazione sganciata da quella sul bilancio avrebbe potuto in seguito dar luogo alla mancata copertura finanziaria di quanto messo in programma.

Dal ricevere al dare

Torniamo ai motivi ispiratori. L’allora Settimana del clero titolò così l’articolo che illustrava l’avvio del nuovo organismo pastorale: “Nasce la Caritas, dal ricevere al dare”.

Se la POA era servita a distribuire, attraverso la rete delle diocesi e delle parrocchie, gli aiuti all’Italia che il Vaticano riceveva soprattutto dai cattolici USA, adesso l’obiettivo era rendere ogni comunità cristiana consapevole e capace di farsi carico direttamente delle povertà del proprio territorio, e anche di aprirsi alle povertà di altre parti del mondo.

C’era da acquisire una mentalità nuova a cominciare dai vescovi e dai preti. Qui stava la prima azione pedagogica: scoprire la carità come dimensione ecclesiologica costitutiva, accanto all’annuncio della Parola e alla vita liturgica.

Da subito, don Nervo e il primo nucleo dei suoi collaboratori in Caritas italiana (tra quali, quasi subito, don Giuseppe Pasini) si misero al lavoro, coinvolgendo in convegni e seminari molte teste pensanti della teologia italiana (tra cui il monaco Pelagio Visentin, Luigi Sartori, Severino Dianich…), divulgandone le riflessioni e traducendole in proposte pastorali, con gli aspetti speculativi e dottrinali che venivano messi a confronto con la concretezza delle esperienze: leggere il Vangelo e insieme ascoltare i bisogni, valorizzare le risorse, cambiare le mentalità.

Don Giovanni si fece pellegrino nelle diocesi italiane per illustrare il senso del nuovo soggetto ecclesiale e per sostenerne l’attivazione e la crescita nelle diverse componenti del popolo di Dio, puntando in particolare all’animazione delle parrocchie.

Il primo contatto con ogni diocesi era sempre il vescovo, che don Giovanni accostava sempre con gentilezza e, insieme, con precisione di contenuti. Nei suoi scritti c’è un’ampia serie di aneddoti sulle reazioni dei vescovi incontrati personalmente.

Sorse subito una “rete” di direttori Caritas che erano preti di qualità – uno di questi fu don Italo Calabrò, del quale la diocesi di Reggio Calabria ha attivato la causa di beatificazione – che attingevano a piene mani dai documenti del Vaticano II e quindi orientati a un agire pastorale supportato da una teologia aggiornata e capace di lettura del territorio e degli andamenti socioculturali.

Don Nervo, e con lui don Pasini, valorizzavano chi operava nelle Caritas diocesana nel contribuire ai seminari di studio e coordinare i lavori di gruppo ai convegni: un’autentica formazione di formatori sul campo.

La preparazione di quelli che, nell’organizzazione sociale, potremmo chiamare i “quadri” era il punto di forza che risultò strategicamente vincente, radicando in pochi anni la Caritas in quasi tutte le Chiese locali, curando in particolare la formazione dei direttori e dei collaboratori delle Caritas diocesane, ripetuti annualmente in ragione degli avvicendamenti.

Autentico frutto del Concilio

Se è vero che la Caritas è stato un autentico frutto del Concilio maturato in seno alla Chiesa italiana, è soprattutto grazie all’intelligente e tenace strategia di don Giovanni che quella germinazione è avvenuta.

La Chiesa come popolo di Dio della Lumen gentium, la profondità della relazione Chiesa/mondo della Gaudium et spes, la valorizzazione dei laici dell’Apostolicam actuositatem sono stati temi ricorrenti della pedagogia Caritas, puntando alla crescita di tutto il popolo di Dio come soggetto attivo di condivisione, solidarietà e accoglienza e di una presenza nella società come fermento di virtù civiche.

L’ambito della testimonianza della carità è stato terreno fertile per la crescita del laicato, dando vita a numerose proposte per formare cristiani adulti, capaci di responsabilità personale, di protagonismo creativo e di apporto generoso alla crescita delle comunità.

In anni segnati dalla contestazione e dal dissenso anche nella Chiesa, non va sottovalutato il fatto che la Caritas abbia aiutato non pochi cristiani a non rompere i ponti con la comunità ecclesiale, come anche a rendere meno ostili verso la Chiesa settori e ambienti della società italiana.

Ciò avveniva – e in parte ancora avviene – per il fatto che tra le linee-guida dell’agire pastorale e sociale della Caritas è sempre stato ben presente, grazie in primo luogo a don Giovanni, il corretto rapporto tra la carità e la giustizia, alla luce di una chiarissima indicazione conciliare: «siano anzitutto adempiuti gli obblighi di giustizia, perché non avvenga che si offra come dono di carità ciò che è già dovuto a titolo di giustizia» (AA n. 8).

Complementare all’animazione delle diocesi e delle parrocchie, una forte attenzione venne rivolta da subito al mondo del volontariato, di cui don Giovanni fu infaticabile e lucido promotore, maestro nonché puntuale indicatore di rischi, pericoli e deviazioni. Ha saputo accompagnare il volontariato in diverse stagioni: quella della fioritura, quella dei frutti maturi, quella dell’evoluzione e della strutturazione all’interno del terzo settore.

Di fronte al rischio di involuzione e di burocratizzazione, da un certo punto in avanti molti suoi interventi – richiesti più volte anche da parte di istituzioni civili – partivano dalla domanda “Dove va il volontariato?”.

Don Giovanni non si stancava di insistere sul disinteresse, la gratuità, la capacità di anticipare, il ruolo politico in termini di critica costruttiva verso le istituzioni, i servizi pubblici, le tendenze socioculturali. Non mancava mai l’appello alla coerenza e alla rettitudine personale e civica, rivolto ai volontari, ai politici e a tutti i cittadini: osservare le leggi, fare con competenza e dedizione il proprio lavoro, pagare le tasse, non sostituire i diritti con la beneficenza. Preoccupazioni necessarie anche oggi, e forse più che negli anni passati.

L’attenzione alla vita della polis è stato un aspetto costante della sua visione dell’impegno cristiano. La fede nel Vangelo e la fedeltà alla Costituzione, il lavoro nella Caritas italiana e quello nella Fondazione Zancan sono stati, in un certo senso, i binari da cui non ha mai deragliato il suo cammino di prete, di educatore, di testimone.

Non credo sia fuori luogo applicare a don Giovanni Nervo una celebre frase di Karl Barth: «È necessario che tra la Bibbia e il giornale, come tra due poli di un arco elettrico, comincino ad accendersi lampi di luce per rischiarare la terra».

  • L’incontro di studio si è tenuto a Padova il 13 dicembre 2023.
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