Lucio Magri, il sarto di Ulm

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A piazza San Giovanni, in occasione dell’ultimo saluto a Enrico Berlinguer, c’era un bel numero di bandiere del Pdup. Il piccolo partito, come alle elezioni politiche dell’anno prima, in quel 1984, per le europee, si presentava nelle liste del Pci, per sciogliersi subito dopo. Ed è scolpita nella mia memoria l’immagine di Lucio Magri, in quell’ultimo congresso, con il pugno chiuso sinistro alzato. Magri ci avrebbe lasciati dodici anni fa in una clinica svizzera, con un suicidio assistito.

La sua depressione era legata alla fine di un mondo. Non perché il comunismo fosse morto, ma in quanto si era eclissato. Sarebbe rinato, come un’araba fenice, ma egli, per motivi anagrafici, non ne avrebbe avuto memoria. E, come Ulm sognava di volare, morendo nel tentativo di farlo, così l’esponente de il manifesto si schiantò sul sogno per lui infranto del comunismo, pur nella certezza della sua futura riproposizione. Gli umani lo vivranno, e non come un sogno notturno, bensì come un evento di liberazione e di libertà, come, dopo la scomparsa di Ulm, avrebbero imparato a volare, tanto che oggi i cieli sono fin troppo affollati.

Rammento la concretezza dell’ex segretario del Pdup nei discorsi pronunciati al Comitato centrale del Pci, riportati da l’Unità: il capitalismo sarebbe stato superato, come le altre forme di dominio e di organizzazione dell’economia e della società. E quello che per Berlinguer era l’orizzonte dell’alternativa democratica per lui era la prospettiva dell’alternativa di sinistra. E così veniva percepita dai cittadini.

Più tardi, dopo le vicissitudini seguite al crollo del Muro di Berlino e alla fine ingloriosa della prima Repubblica, Magri torna alla riflessione, con La rivista del Manifesto, allo studio delle dinamiche complesse della società, delle contraddizioni e delle aporie dell’esistente. Ma evidentemente per chi è abituato a coniugare, gramscianamente e marxianamente, teoria e prassi lo studio non basta. E subentrò un intenso vissuto depressivo, che non spegneva affetti, sentimenti e passioni, ma gli faceva percepire come troppo tenue il filo che lo legava alla vita.

Il Pdup era stato un importante referente politico di soggetti sociali come Medicina democratica e Psichiatria democratica, e il suo leader scelse di congedarsi dalla vita proprio in quanto divorato dal tarlo della patologia. Un’apocalisse culturale che diveniva apocalisse psicopatologica, avrebbe detto l’antropologo Ernesto De Martino. Apocalisse vuol dire rivelazione: un giorno gli esseri umani impareranno a volare, ecco l’annuncio. Una speranza che spetta a noi far vivere, memori della poesia di Bertolt Brecht sul sarto di Ulm e dei versi di Pietro Ingrao: l’indicibile dei vinti / il dubbio dei vincitori.

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2 Commenti

  1. Tobia 5 dicembre 2023
  2. Adelmo li Cauzi 4 dicembre 2023

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