Il fascino del palcoscenico

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campogalliani

Francesca Campogalliani è attrice e presidente dell’«Accademia teatrale Campogalliani». Docente di Storia del Teatro e del Costume presso la Scuola di teatro organizzata dalla stessa Campogalliani. Ha ottenuto riconoscimenti quale migliore attrice in vari Festival nazionali.

  • Francesca, quando e in che modo ha avvertito la sua attrazione per il teatro?

Mi sono avvicinata al teatro non per caso: la prima ragione sta nel mio nome, perché mi chiamo Campogalliani: vengo da una famiglia legata a filo doppio al teatro e allo spettacolo. Ho cominciato a frequentarlo a due anni e ho imparato a suonare il pianoforte prima di imparare a leggere. I miei antenati hanno cominciato a fare i burattinai nel Settecento: mio nonno Francesco è stato l’ultimo e il più famoso di una lunga stirpe di artisti di questo grande spettacolo popolare.

Mio papà Ettore, si è invece dedicato alla musica, soprattutto all’insegnamento del canto, perché era convinto che non sarebbe mai riuscito a raggiungere l’abilità del padre Francesco. È divenuto infatti un fine musicista e un educatore principe di tante voci del melodramma italiano. Per la nostra casa sono passati gran parte dei cantanti lirici più famosi del tempo. La sua morte è avvenuta nel 1992, all’età di ottantanove anni. Ricordo artisti come Mirella Freni, Fiorenza Cossotto, Gianni Raimondi, Carlo Bergonzi e Luciano Pavarotti, tutti colossi dell’Opera lirica.

Il teatro è stata tuttavia la mia prima e grande passione, tant’è che, quando ho sostenuto la maturità classica, ho chiesto ai miei genitori – quale regalo – che mi consentissero di recitare nella Compagnia. Ho iniziato con molte piccole parti, per poi passare a ruoli più impegnativi. 

Mio marito – Egisto – è stato, egli pure, un grande amante del teatro poiché, per poter svolgere questa attività in maniera professionale, occorre davvero avere una famiglia alle spalle che lo consenta. Si pensi che in teatro si lavora sino a tarda sera e che, cinquant’anni fa, le donne che potevano uscire a una certa ora non erano poi così numerose. Perciò Egisto, che di professione era farmacista, ha utilizzato tutte le sue qualità di puntualità e di precisione nella gestione della biglietteria, attività non di poco conto nella gestione di un teatro.

Gli stessi miei tre figli hanno lavorato in teatro e soprattutto l’ultimo, Francesco, ha recitato così come quattro dei miei sette nipoti. La passione è stata alimentata in me quindi dalla mia stessa vita familiare: in casa si parlava di opere liriche e della Campogalliani. Sul palcoscenico io mi sento a casa.

  • Qual è la “magia del teatro”?

Rispondo con la citazione di un libercolo il cui titolo è L’incanto del teatro: lì ho trovato descritte le sensazioni e le emozioni che provavo, perché c’è effettivamente un clima particolare in teatro. Fare le cose in prima persona ha un fascino speciale: è già bello sedersi a teatro, ma essere in palcoscenico dà veramente una sensazione magica. Una volta superate le ansie e le incertezze della preparazione – che provo tuttora – si arriva perfino ad improvvisare. 

Ho cominciato, appunto, a recitare con mio padre che, ogni volta, mi dava una lezione di teatro: lui spesso non ricordava tutto il testo, ma la sua naturalezza e la sua eleganza di espressione gli permettevano di saper sempre creare la battuta consona.

Ricordo che mia madre diceva sempre: «uscite stanchi da casa per andare alle prove e tornate completamente rivitalizzati»; era proprio così. Naturalmente, per questo, bisogna amare ogni “parte”, perché in ogni personaggio c’è qualcosa di straordinario; ogni volta si affronta una sfida che è bello poter vincere.

  • Lei non ha disdegnato il teatro dialettale: qual è la ricchezza della tradizione dialettale? 

Ci sono due ragioni che mi hanno fatto amare il teatro dialettale: la prima è che mio nonno parlava e scriveva quindici dialetti, e ha scritto la sua prima commedia in dialetto mantovano; la seconda risiede nel fatto che il dialetto va scomparendo, ma ha delle espressioni – spesso intraducibili in italiano – che donano grande vivacità al parlato, il che non dovrebbe andare perduto. 

La prima commedia scritta da mio nonno si intitolava Chi da nualtar la taca miga ed è datata 1930, la Campogalliani ha debuttato nel 1946 con Al gat in cantina, una trasposizione dall’italiano: rappresentarle, ancor oggi, penso sia un impegno utile a conservare, rinnovare e trasmettere le nostre origini. Recitare in dialetto aiuta poi gli attori ad acquisire una certa naturalezza. 

Il vero problema del teatro dialettale è trovare bei testi e dei giovani che li interpretino: il dialetto è una lingua a tutti gli effetti da imparare. Recitare una commedia dialettale non vuol dire sminuirsi, ma trasmettere la conoscenza di un mondo che si sta estinguendo, che va preservato e fatto conoscere.

  • Quali sono le ragioni della crisi del teatro oggi? 

Una prima ragione è senz’altro di tipo finanziario. Allestire spettacoli comporta costi sempre più elevati, nonostante il teatro di prosa sia meno dispendioso di quello musicale operistico, dove gli interpreti sono anche più pagati, anche perché la loro carriera è più breve per gli sforzi a cui è sottoposta la voce. 

Ma anche lo spettacolo di prosa costa. La gente va meno a teatro. Ed è per tale motivo che i professionisti oggi tendono ad allestire spettacoli con pochi personaggi, oppure sono diventati persino molto più frequenti i monologhi o le rappresentazioni a coppie di attori.

Perciò, per certi versi paradossalmente, l’allestimento di spettacoli di prosa “classici” sono rimasti per lo più appannaggio delle compagnie amatoriali, quale la Campogalliani, poiché gli attori sono volontari e appassionati – quindi non pagati –, mentre ciò che viene dalla vendita dei biglietti viene reinvestito nell’allestimento di nuovi spettacoli: così ci si può permettere il “lusso” di mettere in scena testi con molti personaggi.

  • Può fare qualche esempio? 

Ci hanno chiesto – e lo faremo – di allestire uno spettacolo che titola R.U.R. – Rossum’s Universal Robots: si tratta di un testo di fantascienza scritto nel 1920 da Karel Capek che vede protagoniste le “macchine pensanti”; lo presenteremo forse in occasione di un convegno dedicato al tema dell’intelligenza artificiale. Abbiamo accettato perché si tratta, appunto, specie di questi tempi, di una bella sfida. La scrittura originale dell’opera prevede infatti un numero elevatissimo di personaggi, mentre so che in una recente e rara rappresentazione – avvenuta in Sicilia – il numero è stato ridotto drasticamente a cinque; noi, al contrario, la porteremo in scena con tutti. 

Ci sono poi altre ragioni di fondo della crisi del teatro: cinema, televisione, piattaforme social e altro hanno abituato il pubblico a linguaggi diversi: alla velocità, al “tempo stretto”, alla superficialità, all’apparenza. Il teatro ha invece i suoi tempi, perciò proporre oggi un’opera teatrale che dura due ore e mezza – e ve ne sono molte di grande valore – è pressoché illusorio. Si dice oggi che nessuno abbia mai visto un Amleto per intero, tale è la sua lunghezza; ma io sono convinta che il “fattore umano” del teatro abbia ancora una grande importanza per la scansione temporale e concettuale della mente o della coscienza. 

  • Quali sono i suoi autori teatrali preferiti e perché? 

Come quasi tutti gli attori, preferirei far piangere piuttosto che far ridere; e, invece, sono destinata maggiormente, per natura e caratteristiche, a ruoli comici. Ho scoperto nel tempo, a mie spese, che far ridere è più difficile che far piangere; tuttavia, devo dire che per me le tragedie, i drammi hanno un fascino particolare.

Mi ritengo, nel complesso, un’attrice eclettica che possiede entrambi i registri recitativi. Mi piacciono molto i classici, amo gli spettacoli in costume – non a caso sono anche costumista – e trovo molto affascinante svolgere questo ruolo nella mia Compagnia teatrale. 

Diversi anni fa, ho vissuto, con sorpresa, la riscoperta di D’Annunzio con la sua opera La fiaccola sotto il moggio: D’Annunzio ha sempre goduto fama di autore retorico e verboso, ma io lo apprezzo per la sua musicalità, la bellezza e la ricchezza linguistica; se potessi, lo rifarei domani.

Abbiamo anche messo in scena un’opera di un autore americano contemporaneo che, sulla base dell’esperienza reale vissuta dalla madre, tocca il tema dell’Alzheimer. Si tratta di Assenze di Peter M. Floyd, che mette in scena la malattia quale protagonista – come un vero e proprio personaggio – in cui la realtà viene vista con gli occhi di una ammalata. 

La forza del testo sta nella capacità di proiettare lo spettatore all’interno di una vicenda cruda, disarmante, ma anche affascinante: quella di una matura matriarca, Helen, che è preda a poco a poco della malattia, ma che lotta indomita fino alla fine. Per me è stata un’esperienza così ricca e così umanamente appagante da poter dire che sia stato lo spettacolo che ho vissuto più intensamente. 

In questo caso, più che mai, ha trovato conferma il celebre assioma che vuole che il teatro sia semplicemente la rappresentazione della vita reale. Recitando, ho capito meglio la realtà che avevo toccato nella malattia di mio padre, ma che non avevo capito fino in fondo allora.

Azzardo a dire che la classicità del teatro è più legata alla sua qualità piuttosto che alla classificazione schematica, cronologica o di stile che spesso si fa. 

Se parlo di teatro classico in senso stretto, la mia preferenza senz’altro va all’Edipo re, la famosa tragedia di Sofocle, che possiamo considerare il primo “giallo” della storia del teatro. Vi si trova l’escalation di un mistero che, pian piano, si chiarisce. Nell’opera si respira un clima “malato”, simbolizzato dalla “peste” che contagia l’ambiente, che ci interpella e che pone la domanda: è lecito condannare l’autore inconsapevole di un delitto pur così atroce? È, d’altronde, una domanda che si pone anche in ambito cristiano: la colpa o il peccato non è mai priva di un contesto complesso. 

  • Come si è posto il cristianesimo rispetto al teatro? 

Per molti secoli il rapporto è stato in effetti complicato. Per molto tempo il cristianesimo – la Chiesa – ha letteralmente ucciso il teatro, ma poi lo ha fatto rinascere. Anche presso i greci – che pure sono gli inventori della tragedia e della commedia – il teatro non godeva di buona fama, perché, si diceva, non affermava la verità, mentre gli attori erano considerati abili mentitori (il termine ipocrita deriva proprio da lì, hypokrites cioè attore, simulatore, ruolo che nel teatro greco era personificato da chi rispondeva dicendo bugie). 

Dunque, vero è che, con l’avvento del cristianesimo, il teatro si è spento, certamente per un concorso di fattori, tra cui la caduta dell’Impero Romano. Nel X secolo il teatro è risorto ad opera di una monaca tedesca benedettina – Roswitha di Gandersheim – che ha scritto sei brevi drammi alla maniera plautina in latino medievale, indirizzati ad argomenti religiosi, in qualche modo agiografici. Erano destinati ad essere recitati e non mancavano di un certo spirito. Quindi, il teatro è risorto in pieno Medioevo cristiano, e per opera di una donna, per di più monaca: ironicamente, potremmo dire, proprio da quel sesso che era sempre stato escluso, e per di più ad opera di una religiosa! Il suo busto si trova in un Valhalla, una sorta di Pantheon, della Boemia, insieme a molti altri personaggi famosi di quella cultura.

Ma una vera e definitiva rinascita si è avuta in seguito, quando ebbero inizio le cosiddette Sacre rappresentazioni, che hanno attraversato tutto il Medioevo e che vedevano, quali interpreti, chierici e laici, non pagati, che pure erano costretti a firmare contratti per i quali correva loro l’obbligo di non abbandonare l’incarico. In queste Sacre rappresentazioni, recitate in costume e con scenografie molto vistose, si narravano soprattutto le storie dell’Antico e del Nuovo Testamento, vite di martiri o di santi della Chiesa.

Ma il mondo teatrale è rimasto, per secoli, sub judice nella cultura cristiana. Del resto, per dare sepoltura a Molière in terra consacrata, nel Seicento, si dovette ricorrere a un funerale notturno e segreto: neppure la morte poteva far scendere il perdono sulle attività teatrali. 

Una nota curiosa: perché, tuttora, in teatro viene aborrito il colore viola? Perché durante la Quaresima – che prevede i paramenti viola – gli spettacoli non potevano aver luogo e quindi gli attori pativano la fame. 

  • Lei è una donna di teatro in una storia che ha discriminato le donne. Come si sente? 

Come ho detto, il teatro rispecchia la vita. Le donne, per molti secoli, non sono state considerate e non hanno potuto recitare, almeno sin dopo l’epoca di Shakespeare. Ma il teatro ha sempre, a partire dal mondo greco, messo in scena personaggi femminili di straordinaria bellezza e importanza, solo che il loro ruolo doveva essere interpretato dal sesso maschile, cioè da giovani non ancora maturi, dotati di una voce non ancora virile, imberbi; non a caso, nella tragedia greca, indossavano una maschera.

Sino alla Commedia dell’Arte, ossia sino alla seconda metà del ’500, le donne non sono potute salire sul palcoscenico. Nell’antichità ci si domandava persino se le donne potessero assistere agli spettacoli. Ancora nell’Ottocento, la donna che intraprendeva la carriera di attrice era vista con sospetto. Le donne sono state veramente maltrattate dal teatro, ma non tanto per la scrittura teatrale appunto – cha ha dato vita a personaggi immortali – quanto per la scena. 

Come mi sento? Nelle Troiane di Euripide – testo messo in scena, spesso, anche oggi – al centro sta l’opposizione alla guerra: a me appare stupendo che il carattere femminile – fin dal mondo antico classico – si distingua per la naturale opposizione alla guerra ed a ogni forma di violenza. E mi sento molto in questo ruolo, specie di questi tempi. 

  • Quale relazione trova tra la sua arte – il teatro – e la sua fede cristiana? 

Ogni volta, prima di entrare in scena, mi faccio il segno della croce, e non certo per scaramanzia o perché tutto nella recita proceda per il meglio: il buon Dio, penso, che non abbia tempo per occuparsi di queste inezie; lo faccio per esprimere ciò che sono e sento nel profondo, cioè la vicinanza di Gesù Cristo. Non ho mai nascosto in qualsiasi contesto – quindi anche in quello teatrale – di manifestarmi cristiana.

Vero è che nella mia attività teatrale, i testi sono prevalentemente “laici”. Mi è capitato, tuttavia, di interpretare opere come Il pianto della Madonna di Jacopone da Todi o I fioretti di San Francesco: li ho affrontati sempre con lo stesso grande rispetto dei testi “laici”, che rinnovano il senso di fede. 

Non è facile nel teatro contemporaneo incontrare testi esplicitamente religiosi o di “fede”. Nei primi anni della Compagnia, abbiamo messo in scena più volte Processo a Gesù di Diego Fabbri, un’opera degli anni Cinquanta; nel 2000 abbiamo rappresentato Annuncio a Maria di Paul Claudel, scritta dall’autore francese dopo la sua conversione nel 1912. Sono testi che una certa suggestione creano sempre. Di prassi, i titoli dei lavori vengono scelti dal regista. Oggi come oggi la sensibilità religiosa è molto rara, se non addirittura assente.

Spesso sono chiamata a manifestazioni con letture alternate alla musica: mi è capitato di offrire letture su temi come quello della “Shoah”: da lì penso venga fuori una religiosità più universale, che è dentro le fibre più profonde di ogni essere umano, a prescindere dalla sua appartenenza religiosa o meno. Forse è proprio in tali momenti interpretativi che percepisco un dialogo profondo con tutto il pubblico: qualcosa di veramente emozionante.

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Un commento

  1. Angela 13 aprile 2026

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