
Peter Magyar festeggia la vittoria alle elezioni in Ungheria il 12 aprile 2026 (AP Photo/Darko Bandic)
Viktor Orbán ha già dichiarato che continuerà a lavorare per il futuro dell’Ungheria dalla opposizione. Che cosa significa questo? Quali saranno le implicazioni? E soprattutto, su quali alleanze potrà contare? Continuerà a cercare sostegno esterno da paesi come Russia e Cina? Sono domande chiave, che mostrano quanto il vincitore delle elezioni in Ungheria, Peter Magyar, non avrà una vita politica facile. Dal Substack di Stefano Feltri, Appunti, 14 aprile 2026.
La sconfitta di Viktor Orbán alle elezioni legislative di domenica 12 aprile è un evento epocale, per l’Ungheria ma anche per l’Europa. Però i commenti in Italia, tra giornali e politica, rivelano qualche equivoco sul rapporto tra populismo autoritario e democrazia.
Interpretazioni affrettate
A destra dicono e scrivono: Orbán ha perso, e questa è la conferma che le critiche al suo regime illiberale erano infondate. Se il capo può essere sconfitto, allora gli allarmi sullo stato di salute della democrazia sono infondati. Tommaso Cerno, un tempo senatore del PD ora direttore del Giornale della famiglia Angelucci, scrive: «Alla fine avevamo ragione, l’Ungheria era davvero una democrazia».
Anche a sinistra si sentono interpretazioni poco coerenti con la realtà: ha perso Orbán, dunque ha vinto l’Europa, la democrazia liberale, lo Stato di diritto. Si rafforza l’Ucraina, che il regime orbániano ostacolava per conto della Russia, si indebolisce Vladimir Putin, i filorussi della Unione Europea perdono un punto di riferimento. Vero, ma le cose sono un po’ complicate.
Alla destra italiana, specie a quella che ha meno familiarità con i valori democratici, giova ricordare che anche i dittatori hanno bisogno di consenso: perfino Saddam Hussein in Iraq o Vladimir Putin in Russia hanno sentito il bisogno di organizzare elezioni finte che poi ovviamente vincevano.
Non tutti i Paesi che hanno deragliato rispetto alla democrazia liberale sono dittature conclamate, dipende da come è distribuito il potere tra esecutivo e altre forze, che si tratti di militari, giudici o grandi gruppi economici.
In Venezuela, nel 2024, Nicolas Maduro ha fatto di tutto per manipolare l’esito delle elezioni, ha perfino impedito alla sua sfidante Maria Corina Machado di candidarsi, ma alla fine le ha perse lo stesso e allora ha dovuto truccare i risultati, che però erano certificati dalle macchine per il voto elettronico.
Sempre nel 2024, Donald Trump si era preparato a manipolare l’esito delle presidenziali, come aveva provato a fare nel 2020, ma non ne ha avuto bisogno.
E così Orbán: ha fatto di tutto per falsare le elezioni di domenica. Il suo partito Fidesz ha diffuso documenti falsi creati con l’intelligenza artificiale, ha cavalcato accuse infondate contro lo sfidante Peter Magyar, ha lanciato operazioni di propaganda sui social media senza precedenti, e questo dopo aver preso il controllo di quasi tutti i media, dei tribunali e dell’organismo che deve pronunciarsi sulle possibili frodi elettorali.
Eppure Orbán ha perso comunque. Questo non dimostra che quella ungherese sia una democrazia sana, ma semplicemente che il malcontento verso il Governo di destra di Orbán è stato più forte dei trucchi, delle distorsioni, delle manipolazioni.
Se i commentatori italiani di destra sbagliano nello sminuire la deriva autoritaria dell’Ungheria sotto Orbán, altrettanto fanno quelli progressisti che pensano che sedici anni di attacco all’equilibrio tra i poteri possano essere messi tra parentesi senza strascichi.
La sfida del post-populismo
L’Ungheria si troverà alle prese con i dilemmi di quella fase che ormai ha una storia e un nome specifico: il post-populismo. Dopo il Governo di partiti e leader autoritari e illiberali che hanno piegato le regole e le istituzioni della democrazia liberale alle proprie esigenze di mantenimento del potere, non è facile riportare tutto com’era.
Chi arriva al Governo si trova nella complessa situazione di accedere a un potere esecutivo che è stato potenziato ma anche distorto da logiche di lealtà politica, dunque non è affatto detto che il cambio di leadership implichi un trasferimento immediato del potere accumulato dal gruppo dirigente precedente.
In Polonia, da tre anni Donald Tusk battaglia con l’eredità della lunga fase di potere populista del PIS, che è riuscito a esprimere anche il presidente della Repubblica Karol Nawrocki che agisce quasi come un leader dell’opposizione. Di recente Nawrocki ha messo il veto perfino sull’accesso della Polonia ai prestiti europei per la difesa SAFE.
In Ungheria non sarà questione di poco smantellare gli strumenti dell’autoritarismo Orbániano: le università sono state trasformate in enti-semi privati permeabili alla politica, dal 2010 Orbán e il suo partito Fidesz hanno riconfigurato il sistema giudiziario in modo da renderlo al contempo più debole ma con un controllo verticale più forte e sotto l’influenza della politica.
Le riforme che hanno permesso la concentrazione dei media in poche mani amiche hanno rilievo costituzionale, non si possono cancellare da un giorno all’altro e i conglomerati richiederanno anni per essere smontati.
Tutto questo nell’ipotesi che Magyar, con un passato in Fidesz da alleato di Orbán, voglia redistribuire il potere ora concentrato nell’esecutivo invece di usarlo per perseguire la sua agenda personale.
Difficile ricostruire un perimetro liberale
I Paesi che si sono confrontati con una politica post-populista hanno scoperto quanto sia difficile ricostruire un perimetro liberale alla competizione democratica.
Il Brasile, dopo la sconfitta di Jair Bolsonaro nel 2022, ha visto prima un tentato colpo di Stato e poi un processo infinito a Bolsonaro e ai suoi che ha spaccato il Paese.
Israele ha celebrato la fine della stagione populista nel 2021, con un Governo moderato e illuminato che presto è stato travolto dalla polarizzazione politica nel Paese e ha lasciato il posto a una estrema destra suprematista che ha usato il massacro del 7 ottobre 2023 per scatenare la tragedia che conosciamo a Gaza e un’ondata di guerre nella regione.
Negli Stati Uniti la parentesi si è rivelata il mandato di Joe Biden, non quello di Donald Trump tra 2016 e 2020. Proprio il trauma subito dalla democrazia americana con la prima dose di trumpismo, l’incapacità di gestire il tentato colpo di Stato del 2021 e di ripristinare lo status quo ante, oltre che di processare Trump, ha contribuito a preparare il nuovo e decisivo successo del movimento MAGA.
La Gran Bretagna non si è mai ripresa da quella affermazione della politica populista che è stata la Brexit nel 2016 e la fase post-populista non ha coinciso con il ripristino del vecchio modo di fare politica, ma con il consolidamento dell’egemonia culturale populista che logora chi – come l’attuale premier Keir Starmer – prova a offrire una alternativa.
Sull’Italia il giudizio resta aperto: anche qui c’è stata una stagione di populisti al potere, che rivendicavano l’etichetta e avevano come programma di rimettere in discussione pratiche e valori tradizionali della democrazia liberale.
Resta da stabilire se la parentesi sia stata quel biennio 2018-2019, con il primo Governo Conte, o se invece vada considerata come la breve e illusoria parentesi post-populista la stagione successiva dei Governi Conte II e Draghi.
Due dei tre partiti principali del Governo Meloni – Fratelli d’Italia e Lega – hanno sempre sostenuto Viktor Orbán e difeso le sue pratiche autoritarie e il suo tentativo di paralizzare l’Unione europea, spesso nell’interesse della Russia. Forza Italia è stata sempre assieme a Fidesz nel Partito popolare europeo fino al 2021, quando il partito Fidesz ha lasciato il gruppo.
Il trionfo di Peter Magyar in Ungheria è anche una sconfitta di un’idea di Europa – e forse di democrazia – che tutto il centrodestra italiano ha appoggiato per anni.
Nello specchio della Polonia: l’analisi di Teresa Coratella
Teresa Coratella è analista dello European Council on Foreign Relations ed esperta di Europa orientale.
- Cosa ci dice la sconfitta di Orbán sulla possibilità che i leader autoritari possano perdere il potere, nonostante i tentativi di sottomettere media, magistratura e imprese?
La sconfitta di Viktor Orbán costituisce un vero punto di svolta per il processo democratico, non solo dell’Ungheria ma dell’intera Unione europea.
L’altissima affluenza alle urne, pari a quasi l’80 per cento dei cittadini ungheresi, ha rappresentato una vera chiamata al voto, finalizzata a sovvertire il sistema di corruzione, scandali e potere costruito da Orbán negli ultimi sedici anni.
Questo non significa, ovviamente, che la strada di Péter Magyar sarà in discesa o facile. Al contrario, il sistema costruito da Orbán — basato sul controllo e sulla sottomissione di media, magistratura e imprese — richiederà molto tempo per essere smantellato.
Si tratterà di un processo complesso, perché Magyar dovrà trovare un linguaggio politico efficace per spiegare ai cittadini le decisioni che verranno prese nei prossimi mesi.
C’è poi un fattore determinante: Orbán ha dichiarato che continuerà a lavorare per il futuro dell’Ungheria dall’opposizione. Che cosa significa questo? Quali saranno le implicazioni? E soprattutto, su quali alleanze potrà contare? Continuerà a cercare sostegno esterno da Paesi come Russia e Cina?
Sono domande chiave, che mostrano quanto Magyar non avrà una vita politica facile.
- Anche in Polonia, nel 2023, è tornata al potere una destra moderata ed europeista guidata da Donald Tusk, dopo la fase del populismo conservatore del PiS. Tuttavia, l’eredità del sistema precedente non è svanita. Con quali conseguenze?
La Polonia è lo specchio in cui Magyar dovrebbe guardarsi. Non a caso, il leader ungherese ha dichiarato che la sua prima visita ufficiale all’estero sarà proprio a Varsavia.
Perché? Perché il caso polacco dimostra che elezioni democratiche che riportano al potere un Governo moderato ed europeista — come accaduto nel 2023 — non sono sufficienti, da sole, a riportare un paese sulla rotta europea e al centro del protagonismo politico.
In Polonia, a distanza di tempo dalle elezioni, il premier Tusk incontra ancora difficoltà significative nello smantellare il sistema di potere e controllo costruito dai Governi del PiS.
Queste difficoltà hanno conseguenze evidenti. I sondaggi mostrano che i cittadini polacchi non esprimono il livello di soddisfazione che Tusk si sarebbe aspettato.
Molte strutture ereditate dai precedenti Governi restano in piedi, soprattutto per quanto riguarda lo stato di diritto e i diritti delle minoranze.
Si tratta di questioni ancora aperte, su cui Bruxelles mantiene un’attenzione costante.
Magyar dovrebbe guardare al modello polacco e imparare anche dagli errori compiuti da Tusk, in particolare nella gestione degli alleati di coalizione, che non sempre si sono dimostrati tali e che non hanno contribuito all’attuazione delle riforme annunciate durante la campagna elettorale.
Per questo motivo, Magyar dovrà prestare grande attenzione alle dinamiche interne e sviluppare una strategia politica capace di spiegare ai cittadini la necessità delle decisioni che verranno prese.





