
Il 20 marzo scorso, nella Sala Monumentale della Biblioteca Comunale Teresiana di Mantova, si è svolto il secondo incontro del ciclo “Per una nuova economia del XXI secolo” dal titolo Effetto serra effetto guerra. Come il cambiamento climatico contribuisce al disagio e all’aumento della povertà di intere popolazioni. Relatore della serata: Grammenos Mastrojeni,[1] autore del volume che porta lo stesso titolo. Ha introdotto il prof. Alessio Malcevschi.

I cambiamenti climatici vengono genericamente associati – ha detto il prof. Malcevschi – a problemi ambientali, in particolare ad eventi estremi quali inondazioni, siccità, incendi. In realtà, i problemi indotti dai cambiamenti climatici hanno un impatto molto più profondo sulle società, sulle persone e sulle economie. Ed economica è la matrice delle attuali guerre contro l’Iran e l’Ucraina, poiché, in un contesto di globalizzazione, il controllo delle fonti energetiche è determinante per le potenze.
Rispetto al Green deal europeo – la tabella di marcia che la UE si è data per raggiungere la neutralità climatica entro il 2050 –, la stessa Europa sta facendo passi indietro, per non parlare degli USA che, con l’amministrazione Trump, hanno formalizzato l’uscita dalla Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici e il ritiro dagli Accordi di Parigi, confermando una politica energetica centrata sui combustibili fossili.
Per cui oggi – sempre più attoniti – stiamo assistendo al dilagare dei conflitti armati, i cui moltiplicatori sono, evidentemente, gli stessi cambiamenti climatici.
Che fare?
«Stiamo attraversando una fase di straordinario rischio», così ha aperto il suo intervento Grammenos Mastrojeni: per averne piena coscienza, bisogna dire con estrema chiarezza che l’effetto serra, coi conseguenti cambiamenti climatici, sta alterando gli equilibri – a noi noti – del “sistema terra”; ogni giorno un’enorme quantità di calore– equivalente all’esplosione di 800.000 bombe atomiche di Hiroshima – viene accumulata nella nostra atmosfera a causa dei “gas serra”.
Mentre i media e la politica di questo problema visualizzano solo l’impatto sui fenomeni estremi (siccità, alluvioni, frane ecc.) o sulla salute (la diffusione delle epidemie), con le ricadute economiche più sensibili per le popolazioni, viene totalmente trascurato l’impatto più profondo, che è quello della “randomizzazione” del clima, ovvero l’imprevedibilità, rispetto al ripetersi regolare dei cicli naturali su cui il genere umano ha sempre contato.
Non essendoci più un’attendibile prevedibilità degli eventi, sia quelli direttamente climatici, sia quelli indiretti, ma immediati, sull’economia – ormai strutturata solo su ciò che è previsto “a breve” – gli effetti sociali sono devastanti; basti pensare alla stagionalità della distribuzione dell’acqua e quindi alle produzioni agricole, oppure alle cadenze turistiche (per via della neve e altro).
Se ci pensiamo – ha detto Mastrojeni –, il clima è il vero orologio con cui si manifesta la natura che conosciamo; sui sincronismi biologici si basa la vitalità della biosfera. Se questi sincronismi si alterano, come sta accadendo, gli equilibri su cui abbiamo sempre fondato le nostre esistenze, si alterano: le tradizioni secolari non funzionano più e, di conseguenza, per fare solo un esempio, l’economia dei pescatori tahitiani non regge più. Ciò può voler dire – secondo i naturalisti – una sola cosa: “estinzione di massa”.
Il collegamento con la guerra
Ebbene, cosa c’entra tutto questo con la guerra? La risposta è presto data: di tutte le guerre attualmente in atto, 79 avvengono per ragioni climatiche, come quella tra i pastori e gli agricoltori del Sahel – i cui rapporti secolari di collaborazione sono degenerati nel sangue a causa dell’inaridirsi delle loro terre –, quali punte di un fenomeno molto più esteso, come un iceberg, anche se non immediatamente visibile.
Il dato più sorprendente – e allarmante per gli stessi studiosi del clima – è che, dal 2023, l’anno più caldo mai registrato prima, ad oggi, il grado di differenziazione delle temperature ha subìto un’accelerazione esponenziale, rendendo il “tutto” sempre più fuori dalle “regole” ad oggi conosciute, le sole per le quali siamo preparati.
Mastrojeni ha quindi portato l’attenzione sull’effetto cumulativo che collega natura-umanità-natura, in un ciclo inesorabile. Il degrado ambientale, infatti, facendo collassare le relazioni tra le popolazioni e generando conflitti, toglie alle stesse comunità, dal loro interno, la capacità di occuparsi del proprio ambiente, in un circolo vizioso, degrado-conflitto-degrado, che non può che evolvere al peggio.
Secondo quanto riportato da Mastrojeni, sono almeno 15 le “catene” che agiscono in tal modo sugli ecosistemi in conseguenza dell’aumento della temperatura: dallo scioglimento dei ghiacci e del permafrost, alla liberazione nell’atmosfera di quantità spropositate di anidride carbonica e di metano, che, a loro volta, provocano un ulteriore innalzamento della temperatura.
Il rapporto tra umanità e natura
Il peggior rapporto si dà tra umanità e natura. Di fronte alle crisi climatiche, la risposta umana non solo non risulta per niente risolutiva, anzi le reazioni più istintive causano danni ancora più gravi. Pensiamo, ad esempio, a quanto l’abuso dei condizionatori d’aria, quando fa caldo, renda ancor più bollenti le città, o a quanto la politica dei biocarburanti stia sottraendo terre fertili all’alimentazione umana.
Esempi storici di “sconquasso” sociale e di conflitto sono le cosiddette primavere arabe, scoppiate non tanto perché le aree interessate fossero molto più colpite da cambiamenti climatici, quanto perché la siccità in altre aree – che aveva ridotto la produzione cerealicola in Australia e in Ucraina all’inizio del secolo – aumentò con la speculazione e i costi sulle materie prime alimentari, quindi accrebbe il potere di determinazione delle multinazionali del cibo, accese la povertà e le proteste delle popolazioni di quei Paesi per il pane.
Insomma – ha sostenuto Mastrojeni –, più l’ambiente degrada, più le società entrano in tensione e più facilmente scoppiano i conflitti: più emissioni vengono scaricate nell’atmosfera, più incrementa la circolarità degli effetti che si trasformano in predazione e depauperamento.
Perciò, ci troviamo in una fase storica di caos, che è ambientale e geopolitica insieme. Continuando a comportarci “come sempre ci siamo comportati”, stiamo determinando lo scenario peggiore che si possa dare. Perciò «sento scienziati dire che si sono arresi»: ha affermato, non senza inquietudine, il relatore.
Lo scenario descritto è stato definito B.A.U., ossia “Business As Usual”, ossia il proseguimento cieco delle attuali politiche energetiche senza drastiche riduzioni delle emissioni; anzi! Lo scenario peggiore che si possa dare, appunto, secondo i climatologi.
Sin dall’introduzione, il prof. Malcevschi ha chiesto al relatore di offrire qualche pista di soluzione dell’enormità del problema effetto serra – effetto guerra.
Mastrojeni ha escluso che la messa in campo della vecchia strategia dell’equilibrio di potenza possa portare da qualche parte: si è già visto come un equilibrio fondato sul terrore – benché possa aver evitato lo scontro diretto tra le potenze mondiali – abbia di fatto creato gravi scompensi a livello economico mondiale. Questo perché la rincorsa all’equilibrio tende, di per sé, a creare squilibrio. E così “di mezzo” ci sono andati quelli che non c’entrano nulla: come sempre, i più poveri.
La teoria “smithiana” della tendenza perfetta – cosiddetta perché basata sull’economia di libero mercato che garantirebbe il benessere collettivo – ha in realtà creato le ben evidenti “posizioni dominanti”, oggi abbarbicate nella loro difesa di posizione attraverso la rincorsa infinita al controllo delle risorse.
Questo contesto – caotico e fluido – è ben sotteso alla formula classica “si vis pacem, para bellum”. Perciò ci troviamo al cospetto di un “male esiziale”, tale da mettere a rischio l’estinzione della specie.
Dunque, nessuna speranza?
Mastrojeni ha ricordato che il Primo Ministro canadese Mar Carney, recentemente, ha detto che l’«ordine internazionale è finito», con riferimento alla perdita di autorità di quegli organismi internazionali che, dalla fine delle guerre mondiali, hanno saputo creare – come sollecitato dalla Pacem in terris di Giovanni XXIII, – “strutture di pace”, ponendo “paletti in difesa della pace”.
Il Primo Ministro canadese ha evidentemente le sue ragioni per dire questo, ma è proprio all’esautoramento dell’ONU che i popoli oggi devono dire “no”: i popoli, non gli Stati! Altrimenti si diventa la causa della debolezza e dell’attuale inefficacia dell’ONU.
È vero: anche nelle Nazioni Unite si è verificato un uso scorretto – e persino corrotto – del denaro di tutti, il che ha penalizzato i sistemi assistenziali e sanitari delle nazioni. Ma rigettare queste funzioni – come stiamo vedendo – significa solo più conflittualità e più guerre.
Bisogna invertire la logica degli Stati protagonisti – anche dentro gli organismi internazionali (leggi Consiglio di Sicurezza dell’ONU) – per affermare semplicemente il protagonismo dell’umanità.
L’ONU ha 300.000 persone che lavorano per il mondo nei più disparati campi, dalla salute al lavoro, per la riduzione delle diseguaglianze: è su questi che bisogna ancor più lavorare, per la pace e per l’ambiente. La causa profonda di tutti i guai è, infatti, l’ingiustizia: l’avarizia e la ricchezza di pochissimi e la povertà di tantissimi. Solo un mondo egalitario può pensare di affrontare problemi così grandi.
Da dove ripartire, anche in Italia e in Europa? Grammenos Mastrojeni non ha dubbi: dalla scuola e dall’ambiente. Un più elevato livello di istruzione per tutti è la garanzia del controllo della società sulle disuguaglianze, per la tutela di sistemi effettivamente democratici; mentre solo un lavoro intenso di recupero degli ecosistemi ha la facoltà di invertire il verso dei cicli degenerativi descritti in circoli virtuosi in grado di migliorare economia reale e welfare delle genti.
[1] Grammenos Mastrojeni, vicesegretario generale e deputy secretary general della sezione “Energy and Climate Action” presso il Segretariato dell’Unione per il Mediterraneo a Barcellona, è stato diplomatico per il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale e coordinatore per l’ambiente della Cooperazione allo Sviluppo. Tra le sue pubblicazioni: Effetto serra effetto guerra, Vola Italia, Strutture di pace per il terzo millennio, Scambi interculturali: un’occasione per dare radici alla pace.





