È celeberrima la distinzione, formulata per la prima volta da Max Weber in una conferenza tenuta a Monaco il 28 gennaio 1919 e intitolata “Politica come professione”, fra l’etica della convinzione o, ancor meglio, dei principi e l’etica della responsabilità.
Ecco, la responsabilità, come concepita da Weber e da altri, fa riferimento soprattutto alle conseguenze del proprio comportamento, del proprio agire. Potremmo dunque definirla etica delle conseguenze. Da “A” possono scaturire “B” e “C”, ed è proprio da una valutazione dei rischi e delle potenzialità dischiuse da “B” e da “C” che giudico l’opportunità e la giustezza di “A”.
Il teologo Dietrich Bonhoeffer, dal canto suo, «sostituisce la nozione di “ordinamenti” con quella di “mandati”, che sottolinea la dimensione vocazionale e include l’idea di responsabilità» (corsivo mio), la quale «riveste un obiettivo primato anche rispetto alla “coscienza”. L’ansia di salvaguardare la propria buona coscienza», infatti, «può risultare paralizzante rispetto all’azione; teologicamente, poi, essa rappresenta una forma di autoassoluzione» (Fulvio Ferrario, La teologia del Novecento, Carocci, Roma 2012, p. 75).
Qui mi vengono in mente, ad esempio, don Abbondio e, in generale, gli atteggiamenti pilateschi, propri di chi “si lava le mani”: restando formalmente con la coscienza a posto; ma commettendo, in realtà, omissioni e gravi errori. È, in fondo, il caso degli ignavi, dei pusillanimi tanto detestati da Dante Alighieri.
Ecco, la responsabilità, nell’accezione di Bonhoeffer e di altri, è intimamente legata alla risposta, al rispondere: “rispondere di”, “a”, “davanti a” e via dicendo. Non a caso, Jacques Derrida, in un’opera come Politiche dell’amicizia, analizza in maniera fine e sottile tutte le possibili forme di risposta, indicando nel “rispondere a” quella fondamentale.
E – lo scrive sempre Ferrario a proposito di Bonhoeffer – «l’ascolto del comandamento chiama alla responsabilità: l’essere umano, cioè, è chiamato a rispondere a Dio in prima persona (senza potersi nascondere dietro principi o leggi generali), nelle circostanze date».
Estendendo ciò alla dimensione orizzontale, interumana, ciascuno e ciascuna di noi è chiamata/o a rispondere agli altri/alle altre in prima persona; e, con un ulteriore passaggio, alle altre forme di vita e al mondo nel suo insieme.
Tuttavia, proprio nella parentesi «(senza potersi nascondere dietro principi o leggi generali)», Ferrario suggerisce un possibile incontro con la prospettiva weberiana: i principi generali, per il politico come per il credente e, aggiungerei, per ciascun essere umano, non possono divenire un alibi, una giustificazione sempre valida, una forma di comoda auto-assoluzione.