
L’Intelligenza Artificiale (IA) sta trasformando le nostre società a una velocità senza precedenti. Le sue applicazioni offrono opportunità significative per lo sviluppo umano integrale e il bene comune. Allo stesso tempo, questi sviluppi sollevano profonde questioni antropologiche, etiche, sociali e giuridiche che non possono essere affrontate solo con considerazioni di natura tecnologica o economica.
L’umanità si trova in un momento decisivo in cui il progresso tecnologico deve essere guidato da un rinnovato impegno a favore della dignità di ogni persona, della giustizia e della fraternità. Nell’era dell’Intelligenza Artificiale, Papa Leone XIV ci ricorda che «al centro della visione cristiana dell’essere umano sta la grande affermazione secondo cui uomo e donna sono creati a immagine e somiglianza del Dio trinitario (cf. Gen 1,26-27)» (Papa Leone XIV, Magnifica humanitas, 50).
Egli ci esorta al «dovere urgente di restare profondamente umani, custodendo con amore quella magnifica umanità che ci è stata donata e mostrata nella sua pienezza in Cristo, e che nessuna macchina potrà mai sostituire nel suo splendore» (ibidem, 15).
Ascoltando le preoccupazioni e i timori espressi da molti, noi, vescovi che rappresentiamo gli episcopati dell’UE, riconosciamo gli sforzi già compiuti per regolamentare l’uso dell’IA e incoraggiamo l’Unione Europea ad assumere un ruolo di leadership in questo ambito, in conformità con i suoi valori fondanti e la sua missione.
L’Europa è chiamata ad agire con urgenza, ambizione e responsabilità per rafforzare le proprie capacità digitali e per orientare la ricerca, la progettazione e lo sviluppo di queste tecnologie, promuovendo una visione autenticamente incentrata sull’uomo.
L’Europa deve esercitare un ruolo positivo e di guida nel contribuire ad una cooperazione e ad una governance internazionali che rispettino i diritti umani, prevengano un uso dannoso della tecnologia e sostengano un accesso equo ai suoi benefici, oltre a salvaguardare la pace e la nostra casa comune.
Ciò deve essere realizzato con un senso collettivo di responsabilità, coinvolgendo istituzioni, imprese, organizzazioni intermediarie, comunità educative e cittadini.
Noi, vescovi della COMECE, incoraggiamo pertanto vivamente l’Unione Europea e i suoi Stati membri ad attuare i seguenti principi e a promuoverli nei consessi internazionali:
- La dignità umana e la capacità di azione dell’uomo devono rimanere fondamentali.
- Il bene comune, la solidarietà, la sussidiarietà, la cura del creato e la giustizia devono guidare l’innovazione tecnologica.
- Responsabilità, trasparenza e rendicontazione devono accompagnare l’IA.
- L’IA non deve diventare fonte di discriminazione, esclusione o manipolazione.
- L’IA non deve sminuire o sostituire l’unicità della persona umana, e gli esseri umani non devono essere ridotti a dati o merci.
- I beni comuni digitali e tecnologici richiedono una governance responsabile. La democrazia e lo Stato di diritto devono essere tutelati.
- L’IA deve contribuire alla pace e alla fraternità umana.
L’intelligenza Artificiale deve rimanere uno strumento al servizio della persona umana, del bene comune e della pace. Il suo futuro deve essere plasmato non solo da ciò che la tecnologia è in grado di fare, ma da ciò che la dignità umana, la responsabilità, la solidarietà e la fraternità richiedono.
La Chiesa cattolica continuerà ad accompagnare l’Unione Europea in un percorso che salvaguardi la persona umana nell’era dell’Intelligenza Artificiale.
Firmato dai vescovi delegati dalle Conferenze Episcopali dell’Unione Europea riuniti per l’Assemblea Plenaria autunnale della COMECE (16 ottobre 2026).






Sul piano dei valori il testo è ineccepibile. Il problema sta nella frase che lo chiude e lo riassume: l’intelligenza artificiale «deve rimanere uno strumento al servizio della persona umana». Si pensa e si chiede che l’IA rimanga uno strumento.
Uno strumento agisce quando lo si usa: il martello lavora finché lo impugno e torna inerte quando lo ripongo. Tra un uso e l’altro non modifica le mie abitudini, non seleziona ciò che leggerò domani, non impara dalle mie esitazioni. Un sistema di raccomandazione (Netflix che suggerisce cosa vedere, Amazon cosa comprare…) si comporta in modo opposto e opera mentre dormo ordinando il flusso di notizie che troverò al risveglio, misurando il tempo che dedico a ogni contenuto e ricavandone previsioni su ciò che desidererò. L’effetto sulla persona continua anche quando l’«uso», nel senso ordinario del termine, è finito.
Questi sistemi si comportano come agenti sociali: orientano scelte, modellano abitudini, spostano opinioni. Non lo sono in senso pieno, perché manca loro un’intenzionalità propria. Le loro «intenzioni» sono prese in prestito da chi li progetta e da chi li addestra. L’IA, dunque, è in una posizione intermedia: più di uno strumento, perché agisce nel tessuto sociale, e meno di un soggetto, perché non vuole nulla.
La riflessione contemporanea dispone di concetti per pensare questa situazione da almeno vent’anni. La sociologia e la filosofia della tecnologia hanno lavorato a lungo su questo spazio intermedio. Il linguaggio ecclesiale, salvo eccezioni, continua invece a muoversi dentro l’alternativa binaria tra strumento e persona. Quando l’IA risulta non essere una persona, ricade automaticamente nella casella dello strumento e la dichiarazione stessa mostra quanto la casella sia stretta. I suoi timori sono fondati, ma nessuno li nutrirebbe nei confronti di un martello. Un attrezzo non erode la capacità di azione e non manipola chi lo usa.
Il testo elenca pericoli che presuppongono un’agency sociale e poi riconduce la fonte di quei pericoli a una categoria che non può produrli. La diagnosi contraddice i sintomi che essa stessa registra.
La contraddizione ha conseguenze pratiche. Se l’IA è uno strumento, la responsabilità si concentra sull’uso e sull’utente. Ne derivano rimedi ben noti: educazione all’«uso consapevole», regolazione per singoli casi d’uso, supervisione umana come garanzia sufficiente. Sono rimedi utili, ma calibrati su un oggetto che si lascia controllare da chi lo impugna. Davanti a un sistema che configura l’ambiente in cui l’utente decide, chiedere all’utente di vigilare significa affidargli un controllo che la struttura del sistema non gli concede. La responsabilità resta formalmente sua, mentre il potere effettivo rimane nei modelli di business di chi gestisce la piattaforma.
Una diagnosi più accurata sposterebbe l’attenzione su ciò che la categoria di strumento lascia in ombra: gli effetti persistenti e cumulativi, la progettazione degli ambienti digitali, la distribuzione della responsabilità tra chi progetta, chi gestisce e chi usa. La dottrina sociale ha già le risorse per farlo. Il principio di sussidiarietà, che la dichiarazione richiama, chiede proprio di collocare la responsabilità al livello in cui si trova il potere di agire. Applicarlo seriamente vorrebbe dire smettere di caricare sul singolo utente il peso di decisioni prese a monte.
Presentando “Magnifica Humanitas”, Leone XIV ha detto che l’intelligenza artificiale va «disarmata». Nessuno disarma un martello. La metafora riconosce che si ha a che fare con qualcosa che agisce e che il problema non si risolve chiedendo a chi la usa di usarla bene. Sarebbe opportuno che anche le dichiarazioni degli episcopati, quando traducono il magistero in indicazioni politiche, si dotassero di categorie all’altezza di questa intuizione. Una diagnosi sbagliata produce una terapia inefficace e talvolta dannosa.