III di Pasqua: Dio ci chiederà di mostrargli le mani

di: Fernando Armellini

Contempliamo gli uccelli del cielo e i gigli del campo, ma la dolce emozione che proviamo si vela presto di tristezza se ci sovviene del destino che ci accomuna a queste splendide creature. Anche l’uomo “come un fiore spunta e avvizzisce” (Gb 14,2) e i suoi giorni sono come l’erba (Sl 103,15). Il chicco di grano muore per rinascere e l’albero “se viene tagliato, ancora ributta e i suoi germogli non cessano di crescere” (Gb 14,7). Quale sarà l’epilogo del drammatico duello fra morte e vita in cui anche l’uomo è coinvolto?

Non c’è dubbio: l’ultima parola spetterà alla morte. Fra miliardi di anni la vita si spegnerà nell’universo.

Allora, avrà avuto un senso il nostro passaggio su questa terra o sarà stata una meteora di cui non rimarrà traccia? Ci attende la beffa del nulla totale? La sensazione che abbiamo è di essere prigionieri, incatenati in un mondo destinato alla morte dal quale non ci è concesso fuggire.

Questo è il grande enigma irrisolto al quale gli uomini hanno sempre, disperatamente, cercato di dare una risposta.

La luce della Pasqua ha dissolto per sempre le tenebre e le ombre della morte: questo mondo non è una tomba, ma il grembo in cui crescere e prepararsi per la vita senza limiti, senza confini. Il creato sfocerà in nuovi cieli e nuova terra (2 Pt 3,13).

Per interiorizzare il messaggio, ripeteremo:
“Dio osserverà le nostre mani e i nostri piedi per vedervi le stigmate dell’amore”

Prima Lettura (At 3,13-19)

In quei giorni Pietro disse al popolo: 13 “Il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, il Dio dei nostri padri ha glorificato il suo servo Gesù, che voi avete consegnato e rinnegato di fronte a Pilato, mentre egli aveva deciso di liberarlo; 14 voi invece avete rinnegato il Santo e il Giusto, avete chiesto che vi fosse graziato un assassino 15 e avete ucciso l’autore della vita. Ma Dio l’ha risuscitato dai morti e di questo noi siamo testimoni. 16 Proprio per la fede riposta in lui il nome di Gesù ha dato vigore a quest’uomo che voi vedete e conoscete; la fede in lui ha dato a quest’uomo la perfetta guarigione alla presenza di tutti voi.
17 Ora, fratelli, io so che voi avete agito per ignoranza, così come i vostri capi; 18 Dio però ha adempiuto così ciò che aveva annunziato per bocca di tutti i profeti, che cioè il suo Cristo sarebbe morto. 19 Pentitevi dunque e cambiate vita, perché siano cancellati i vostri peccati”.

Dopo aver curato uno storpio che chiedeva l’elemosina presso la por­ta del tempio detta “bella” (At 3,1-10), Pietro pronuncia il discorso da cui è presa la lettura di oggi.

Lo straordinario prodigio che ha com­piuto ha suscitato ammirazione e stupore fra coloro che vi hanno assistito e che si interrogano sull’accaduto: Chi sono gli apostoli? Guaritori dotati di poteri arcani e straordinari?

Pietro chiarisce: “Uomini d’Israele, perché vi meravigliate di questo e continuate a fissarci come se per nostro potere e nostra pietà avessimo fatto camminare quest’uomo?” (v. 12). Non è a noi che deve essere attribuita la guarigione che è stata operata, ma alla

fede in Cristo. È un segno evidente che Gesù è vivo.

In questo contesto va inserito il nostro brano.

In quale senso la guarigione di uno storpio mostra che Cristo è ri­sor­to? Forse perché si tratta di un miracolo straordinario che solo Dio può fare? Se così fosse, chi non è in grado di compiere prodigi non potrebbe essere testimone della ri­surrezione.

Nei suoi discorsi, Pietro ripete come un ritornello: “Noi siamo testimoni” (v. 15). Gli apostoli si sentono testimoni della risurrezione perché le opere che com­piono provano, in modo inequivocabile, che Cristo è vivo.

Gesù ha percorso le strade della Palestina annunciando il vangelo, curando i malati, dando da mangiare a chi aveva fame, recuperando chi era perduto. Se queste opere continuano ad essere compiute, con la stessa forza e con lo stesso potere, anche se non accadono miracoli, vuol dire che Gesù è vivo, continua ad agire nei suoi discepoli e il suo Spirito è presente nel mondo.

È in questo senso che ogni discepolo è chiamato a essere testimone della risurrezione. Chi annuncia il messaggio di salvezza, chi si impegna per sconfiggere la fame, il dolore, la malattia, chi rimette in piedi gli “storpi” che non riescono a proseguire il cammino della vita, chi, mosso dallo Spirito, compie le opere di Cristo, è testimone che egli è vivo.

C’è, nel discorso di Pietro, un secondo elemento da rilevare: gli appellativi attribuiti a Gesù, “servo fedele a Dio, santo, giusto, guida alla vita” (vv. 13-15). Non si tratta di titoli onorifici, ma della sintesi della fede dei primi cristiani.

Tutta la prospettiva della vita cambia se si crede realmente che a Gesù spettino questi titoli, se si è convinti che lui, lo sconfitto agli occhi del mondo, sia invece l’uomo riuscito secondo Dio, che sia l’unico santo e giusto e che il cammino della croce da lui proposto conduca alla vita.

Un terzo rilievo riguarda le contrapposizioni drammatiche – fra morte e vita, fra l’opera degli uomini e l’opera di Dio – presenti in questo discorso (vv. 13-15).

Da un lato viene ribadita l’azione degli uomini che uccidono “l’auto­re della vita” e gli preferiscono un assassino (Barabba), dall’altro è collocato l’intervento di Dio che risuscita e dà la vita.

È un messaggio di speranza quello che Pietro comunica: l’amore di Dio riesce sempre a prevalere, ricava il bene anche dagli errori degli uomini. Il suo progetto non può essere annullato dall’ignoranza o dalla malvagità; anche gli eventi più drammatici, i gesti più insensati (v. 17) saranno sempre guidati da lui e fatti rientrare nel suo disegno di salvezza.

Nell’ultima parte del brano (vv. 17-19) Pietro rivolge l’invito alla conver­si­o­ne. Gli errori, i peccati – che non vanno attribuiti alla cattiveria, ma all’ignoranza – non avranno mai l’ultima parola; alla fine ci saranno sempre l’annuncio del perdono e la possibilità di recupero. La guarigione dello stor­pio ne è il segno: anche la persona più “sciancata”, più “paralitica”, sarà curata dalla forza dello Spirito del Risorto.

Oggi come allora – è il messaggio che l’autore degli Atti intende rivolgere ai cristiani delle sue comunità – la guarigione dal peccato passa attraverso due tappe: la prima è la presa di coscienza del male commesso, l’ammissione, senza scuse, di avere sbagliato; la seconda è il cambiamento di vita.

Seconda Lettura (1 Gv 2,1-5)

1 Figlioli miei, vi scrivo queste cose perché non pecchiate; ma se qualcuno ha peccato, abbiamo un avvocato presso il Padre: Gesù Cristo giusto. 2 Egli è vittima di espiazione per i nostri peccati; non soltanto per i nostri, ma anche per quelli di tutto il mondo.
3 Da questo sappiamo d’averlo conosciuto: se osserviamo i suoi comandamenti. 4 Chi dice: “Lo conosco” e non osserva i suoi comandamenti, è bugiardo e la verità non è in lui; 5 ma chi osserva la sua parola, in lui l’amore di Dio è veramente perfetto.

Uno degli errori teologici che si era diffuso nelle comunità di Giovanni era un assurdo ottimismo, un’insensata faciloneria nel campo morale. Alcuni gruppi di discepoli ritenevano che la sapienza spirituale che avevano acquisito e l’illuminazione che avevano ricevuto li rendessero immuni da qualunque peccato.

Giovanni li sconfessa e denuncia con severità la loro pericolosa illusione: “Se diciamo che siamo senza peccato, inganniamo noi stessi e la verità non è in noi. Se riconosciamo i nostri peccati, egli, che è fedele e giusto, ci perdonerà i peccati e ci purificherà da ogni colpa. Se diciamo che non abbiamo peccato, facciamo di lui un bugiardo e la sua parola non è in noi” (1 Gv 1,8-10).

Il cristiano è cosciente della propria fragilità e riconosce che, anche dopo essere stato perdonato, rimane debole e con­tinua a peccare. Tuttavia, c’è per lui una lieta notizia: anche se pecca, ha, presso il Padre, un avvocato, Gesù Cristo giu­sto (v. l); non deve quindi avere più alcun timore, certo che la salvezza non sarà riservata al piccolo gruppo dei credenti, ma raggiungerà tutti gli uomini (v. 2).

La seconda parte della lettura (vv. 3-5) è rivolta a chi afferma di aver conosciuto Dio, ma non pratica i suoi comandamenti. La fede – dichiara Giovanni – non può essere disgiunta dalla vita; solo “co­lui che osserva la sua parola ha in sé, perfetto, l’amore di Dio” (v. 4). Chi si limita a professare a parole la propria adesione a Cristo, ma non conduce una vita conforme al vangelo, è bu­giardo e si colloca fuori dal progetto di salvezza (v. 4). Questo non significa che andrà incontro alla perdizione eterna: una simile interpretazione sarebbe in contraddizione con quanto è stato appena affermato. È piuttosto un pressante invito a prendere atto che chi si allontana dal Signore e dalle sue vie si stacca dalla sorgente dell’amore, della gioia e della vita.

Vangelo (Lc 24,35-48)

35 I discepoli riferirono ciò che era accaduto lungo la via e come l’avevano riconosciuto nello spezzare il pane.
36 Mentre essi parlavano di queste cose, Gesù in persona apparve in mezzo a loro e disse: “Pace a voi!”. 37 Stupiti e spaventati credevano di vedere un fantasma. 38 Ma egli disse: “Perché siete turbati, e perché sorgono dubbi nel vostro cuore? 39 Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa come vedete che io ho”. 40 Dicendo questo, mostrò loro le mani e i piedi. 41 Ma poiché per la grande gioia ancora non credevano ed erano stupefatti, disse: “Avete qui qualche cosa da mangiare?”. 42 Gli offrirono una porzione di pesce arrostito; 43 egli lo prese e lo mangiò davanti a loro.
44 Poi disse: “Sono queste le parole che vi dicevo quando ero ancora con voi: bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me nella Legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi”. 45 Allora aprì loro la mente all’intelligenza delle Scritture e disse: 46 “Così sta scritto: il Cristo dovrà patire e risuscitare dai morti il terzo giorno 47 e nel suo nome saranno predicati a tutte le genti la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme. 48 Di questo voi siete testimoni.

L’esperienza del Risorto narrata in questo brano evangelico ha avuto luogo a Gerusalemme nel giorno di Pasqua, giorno iniziato con il viaggio delle donne al sepolcro e con l’annuncio della risurrezione trasmesso loro da “due uomini apparsi in vesti sfolgoranti” (Lc 24,1-8).

A notte inoltrata, gli Undici e un gruppo di altri discepoli che si trovavano con loro stavano discorrendo della manifestazione del Risorto che Simone e alcuni altri avevano avuto, quando, trafelati, giunsero i due di Emmaus che riferirono ciò che era loro accaduto lungo la via e come avevano riconosciuto il Signore allo spezzar del pane.

In questo contesto, che possiamo immaginare di incontenibile gioia, ecco apparire in mezzo a loro Gesù in persona (vv. 35-36).

Ci aspetteremmo la reazione riferitaci da Giovanni: “I discepoli gioirono al vedere il Signore” (Gv 20,20). Luca afferma invece che essi rimasero “stupiti, spaventati e turbati”, credendo “di vedere un fantasma” e sorsero “dubbi nel loro cuore” (vv. 36‑38). La loro reazione ha dell’inspiegabile.

Difficile poi comprendere la ragione della loro difficoltà a credere: “Per la grande gioia non credevano” (v. 41). Come conci­liare la gioia con i dubbi?

Lascia perplessi anche il fatto che Gesù mangi del pesce davanti ai disce­poli (vv. 39-43). Paolo assicura che il corpo dei risorti non è materiale come quello che abbiamo in questo mondo (1 Cor 15,35-44), è un corpo “spirituale”, che passa attraverso porte chiuse (Gv 20,26), dunque non può mangiare.

C’è chi pensa sia accaduto qualcosa di simile a quanto è raccontato nel libro di Tobia, dove si dice che l’arcangelo Raffaele, nel momento in cui si fa riconoscere, dichiara: “A voi sembrava di vedermi mangiare, ma io non mangiavo nulla, ciò che vedevate era solo apparenza” (Tb 12,19). Ma questa spiegazione non convince, perché, in tal caso, la “prova” della corporeità data da Gesù sarebbe basata su un’illusione, su un’allucinazione.

Gerusalemme infine è abbastanza lontana dal mare e non è molto probabile che i discepoli potessero tirare fuori subito del pesce arrostito. Il fatto sarebbe stato più verosimile a Cafarnao.

Queste difficoltà, giustamente messe in risalto dai razionalisti, sono preziose: inducono ad andare oltre il significato immediato del racconto per coglierne il senso più profondo. Luca ha fatto ricorso a un linguaggio concreto e a immagini materiali per trasmettere verità ineffabili. Che cosa significano allora la meraviglia, la paura, i dubbi, il fatto di mangiare davanti ai discepoli e poi… quello strano riconoscimento attraverso l’osservazione delle mani e dei piedi? Le persone si riconoscono dal viso, non dalle mani e dai piedi.

Ogni esperienza di Dio narrata nella Bibbia è sempre accompagnata da una reazione di timore da parte dell’uomo. Ricordiamo l’esclamazione di Isaia nel momento della sua vocazione: “Ohimè! Io sono perduto, perché un uomo dalle labbra impure io sono, eppure i miei occhi hanno visto il re, il Signore dell’universo” (Is 6,5); pensiamo a Zaccaria e a Maria che rimasero turbati all’annuncio della nascita di un figlio (Lc 1,12.29) oppure agli apostoli che, durante la trasfigurazione, furono presi dallo spavento (Mc 9,6).

Non si tratta del terrore che si prova di fronte a un pericolo, ma dello stupore di chi riceve una rivelazione di Dio.

Anche nel nostro brano, la meraviglia e la paura sono immagini bibliche. L’evangelista se ne serve per raccontare l’esperienza soprannaturale, ineffabile dei discepoli che sono stati inondati da una luce che non è di questo mondo, ma proviene da Dio: hanno incontrato il Risorto.

Meraviglia e paura accompagnano sempre, anche oggi, le manifestazioni del Signore “in mezzo” alle sue comunità. Meraviglia e paura sono le immagini dei cambiamenti radicali che l’apparizione del Risorto introduce nella vita dell’uomo. Con il suo fulgore, la luce della Pasqua rivela la meschinità di ogni ripiegamento sul mondo presente e spalanca le menti e i cuori su realtà assolutamente nuove, sul mondo dei risorti, mondo che affascina e che suscita meraviglia e paura, perché è il mondo di Dio.

Lasciarsi coinvolgere in questa nuova dimensione non è né semplice né immediato, comporta esitazioni e perplessità. Sono i dubbi cui accenna, non solo il brano evangelico di oggi (v. 38), ma ogni racconto delle esperienze del Risorto.

Scetticismo, incredulità, incertezze sull’identità di colui che appariva hanno caratterizzato il cammino lento e faticoso che ha condotto gli apostoli alla fede. A loro, come a noi, la realtà della risurrezione è apparsa, in certi momenti, troppo bella per essere vera. In alcune circostanze hanno avuto la sensazione di avere a che fare con fantasmi; altre volte, com’è accaduto sul lago di Tiberiade, non hanno riconosciuto nel Risorto il Maestro che avevano seguito lungo le strade della Palestina. Persino dopo l’ultima manifestazione su un monte della Galilea – nota l’evangelista Matteo – “alcuni continuavano a dubitare” (Mt 28,17).

I loro dubbi, persistenti anche dopo tanti segni offerti dal Signore, provano, anzitutto, che gli apostoli non erano dei creduloni; poi mostrano che la fede non è una resa di fronte all’evidenza, ma è la risposta libera a una chiamata. Ci sono sempre buone ragioni per rifiutarla e il fatto che esistano dei non credenti prova che Dio agisce in modo molto discreto, non si im­pone, non fa violenza alla libertà dell’uomo.

L’insistenza di Luca sulla corporeità del Risorto nasce da una preoccupazione pastorale: i cristiani ai quali si rivolgeva erano imbevuti delle idee filosofiche greche, non negavano che, dopo la morte, si entrasse in una nuova forma di vita, ma questa era ridotta alla sopravvivenza della componente spirituale dell’uomo. Il corpo materiale era considerato una prigione per l’anima che aspirava a staccarsi dalla terra e a salire verso il cielo. La risurrezione corporea era inconcepibile e, quando riferivano di apparizioni di morti, immaginavano sempre ombre, spiriti, fantasmi.

Per far recepire la novità della concezione cristiana della risurrezione a chi era legato a questa cultura, Luca – unico fra gli evangelisti – è stato costretto a ricorrere a un linguaggio molto “corporeo”. I discepoli – assicura – hanno toccato il Risorto, hanno mangiato con lui, sono stati invitati a guardare la sua carne e le sue ossa.

Sono affermazioni di un realismo sconcertante. Se non si tiene presente chi sono i destinatari e qual è l’obiettivo che ha indotto Luca a esprimersi in questo modo, si corre il rischio di equiparare la risurrezione di Gesù alla rianimazione del suo cadavere, al suo ritorno alla forma di vita che aveva prima.

I risorti non riprendono il corpo materiale, composto di atomi e molecole, che avevano in questo mondo. Non avrebbe senso essere spogliati, nel momento della morte, di questo corpo, per poi riaverlo nel giorno della risurrezione dei morti. Dio non può aver decretato la morte dell’uomo per poi ridargli la stessa forma di vita. Se lo ha destinato alla morte è stato per introdurlo in una forma di vita nuova, completamente diversa dall’attuale, tanto diversa da non poter essere né immaginata né verificata. I nostri sensi non sono in grado di captarla, può essere colta solo at­traverso segni e venire accettata nella fede.

A questo punto tentiamo di riformulare il messaggio teologico del brano impiegando un linguaggio più comprensibile alla nostra cultura.

Il Risorto – assicura Luca – non era un fantasma, ma lo stesso Gesù che i discepoli avevano toccato con le loro mani e con il quale avevano mangiato. Aveva cambiato aspetto, in lui era avvenuta una sublime metamorfosi che lo rendeva irriconoscibile; era trasfigurato, ma non era un’altra persona; conservava il suo corpo, la sua capacità di manifestarsi esteriormente, di rapportarsi, di comunicare il suo amore, ma il suo era un corpo diverso dal nostro, era – come insegna Paolo – un corpo “spirituale” (1 Cor 15,44).

Ora egli ha un corpo che gli permette di continuare a mangiare e bere con noi, cioè, a prendere parte alle nostre speranze e alle nostre delusioni, alle nostre gioie e ai nostri dolori. Non è irraggiungibile, non è uno spirito irrimediabilmente lontano e staccato dalla nostra realtà. Anche dopo il suo ritorno al Padre, egli rimane pienamente uomo, rimane uno di noi.

E non è l’unico risorto, è il primogenito di coloro che risuscitano dai morti (Col 1,18). Ciò che è accaduto a lui si ripete in ogni discepolo. Al momento della morte, non avverrà una scissione dell’anima dal corpo (questa è filosofia greca, non una concezione biblica), ma l’uomo, nella sua interezza, entrerà trasfigurato nel mondo di Dio.

Ora si comprende meglio anche l’invito del Risorto a guardare le sue mani e i suoi piedi (v. 39). Mentre le persone vengono identificate dal volto, Gesù vuole essere riconosciuto dalle mani e dai piedi. Il richiamo è alle ferite impresse dai chiodi e alla croce, apice di una vita spesa per amore.

Anche da risorto, il corpo di Gesù conserva i segni del dono totale di sé.

Dio non ha altre mani se non quelle di Cristo, inchiodate per amore. Sarebbe blasfemo immaginare che esse possano fare del male all’uomo. Non ha altri piedi se non quelli di Cristo, inchiodati, e li mostra per dirci che non potrà mai allontanarsi da noi.

È contemplando queste mani e questi piedi che l’uomo scopre il vero, unico Dio.

Anche il cristiano verrà riconosciuto dalle mani e dai piedi. Beati coloro che potranno mostrare a Dio le loro mani e i loro piedi segnati da gesti d’amore. Con Paolo potranno gloriarsi: “Io porto le stigmate di Gesù nel mio corpo” (Gal 6,17).

Nell’ultima parte del brano (vv. 44-48) viene indicato il modo per fare oggi l’esperienza del Risorto: è necessario aprire il cuore all’intelligenza delle Scritture. È attraverso le Scritture che Cristo continua a mostrare ai discepoli “le sue mani e i suoi piedi”, cioè i suoi gesti di amore.

Poi è introdotto il grande annuncio, presente anche nelle altre due letture: “Nel nome di Cristo sa­ranno predicati a tutte le genti la conversione ed il perdono dei pec­cati”.

Credere nella risurrezione del Signore comporta un cam­biamento radicale nel modo di pensare e di vivere. La notte di Pasqua segnava, per i primi cristiani, il passaggio dalla morte alla vita, attraverso il sacramento del battesimo (1 Gv 3,14).

L’annuncio della risurrezione di Cristo è efficace e credibile solo se i discepoli possono, come il Maestro, mostrare agli uomini le loro mani e i loro piedi segnati da opere d’amore.

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