V Quaresima: Non è facile andar d’accordo con Dio

di: Fernando Armellini

Un padre che si sentisse accusare dai figli di averli ingannati, di non aver cercato il loro bene, ma la loro rovina, sarebbe colto da sconforto, potrebbe indignarsi, sfogare la sua amarezza o chiudersi, sconsolato, in un mesto silenzio.

Quest’infamante accusa che è stata rivolta spesso dagli israeliti a Mosè: “Perché ci hai fatti uscire dall’Egitto per far morire di sete noi, i nostri figli e il nostro bestiame?” (Es 17,3), un giorno se l’è sentita rivolgere anche Dio. A Kades-Barnea, gli israeliti s’imbatterono in un popolo di giganti e si spaventarono al punto di ritenersi delle locuste di fronte a loro. Pensarono che Dio li avesse ingannati, che li avesse condotti in quel paese per farli perire di spada e si dissero l’un l’altro: “Diamoci un capo e torniamo in Egitto” (Nm 14,1-4).

Nulla poteva offendere il Signore più di questa sfiducia da parte del suo popolo. Con un audace antropomorfismo, l’autore sacro pone sulla sua bocca questa reazione: “Fino a quando non avranno fede in me, dopo tutti i miracoli che ho fatto in mezzo a loro? Li colpirò con la peste e li distruggerò” (Nm 14,12). Il linguaggio è quanto mai espressivo: mostra quanto Dio rimanga ferito se qualcuno sospetta che egli desideri la morte, non la vita dell’uomo.

I sentieri indicati dal Signore paiono, è vero, sfociare nella morte, ma la meta ultima è la vita. Avremmo tutte le ragioni per non credergli, se egli non avesse percorso per primo questo cammino e non ci avesse donato, insieme a un cuore nuovo, il coraggio di fidarci di lui e di seguirlo.

Per interiorizzare il messaggio, ripeteremo:
“Gesù mite ed umile di cuore, donaci un cuore come il tuo”.

Prima Lettura (Ger 31,31-34)

31 “Ecco verranno giorni – dice il Signore – nei quali con la casa di Israele e con la casa di Giuda io concluderò una alleanza nuova. 32 Non come l’alleanza che ho conclusa con i loro padri, quando li presi per mano per farli uscire dal paese d’Egitto, una alleanza che essi hanno violato, benché io fossi loro Signore. Parola del Signore.
33 Questa sarà l’alleanza che io concluderò con la casa di Israele dopo quei giorni, dice il Signore: Porrò la mia legge nel loro animo, la scriverò sul loro cuore. Allora io sarò il loro Dio ed essi il mio popolo. 34 Non dovranno più istruirsi gli uni gli altri, dicendo: Riconoscete il Signore, perché tutti mi conosceranno, dal più piccolo al più grande, dice il Signore; poiché io perdonerò la loro iniquità e non mi ricorderò più del loro peccato”.

Una breve introduzione storica ci aiuta a capire questo oracolo, uno dei più fa­mosi di tutto l’Antico Testamento.

Fu pronunciato da Geremia durante il regno del pio Giosia, uno dei pochi re di cui la Bibbia tessa un elogio. Era nipote di Manasse, il più empio dei sovrani, colui che, durante i suoi quasi cinquant’anni di regno, aveva introdotto la corruzione religiosa e la decadenza morale in Israele.

Giosia aveva solo otto anni quando salì al trono, ma, educato da saggi tutori, crebbe dolce d’animo, attento ai poveri, rispettoso della legge del Signore e, non appena fu in grado di governare, mise in atto profonde riforme religiose, politiche e sociali. Risvegliò così le sopite speranze di una rinascita spirituale, di una restaurazione dei gloriosi regni di Davide e Salomone e di una riconquista delle terre del nord occupate dagli assiri.

Geremia accompagnava con attenzione le scelte politiche del giovane sovrano e, pur non schierandosi apertamente in suo favore, ne approvava le riforme.

È a questi anni che risalgono gli oracoli di consolazione contenuti nei capitoli 30-33 dai quali è presa la lettura di oggi.

Al popolo che, per lunghi anni, aveva sopportato innumerevoli sventure, il profeta rivolge l’amorevole invito: “Trattieni la voce dal pianto, i tuoi occhi dal versare lacrime, perché c’è una speranza per la tua discendenza: i tuoi figli ritorneranno dal paese nemico” (Ger 31,16). È l’annuncio del ritorno degli israeliti deportati a Ninive dagli assiri nel 722 a.C.

Nella prima parte del brano (vv. 31-32) è denunciato l’errore commesso e che ha causato l’esilio e viene riferita la sorprendente risposta del Signore al peccato del suo popolo.

Presso il monte Sinai, gli israeliti avevano concluso un’alleanza. “Prendendoli per mano” (v. 32), il Signore li aveva fatti uscire dall’Egitto, si era impe­gnato a proteggerli e a colmarli di benedizioni, aveva assicurato loro una vita prospera e fe­lice, a condizione che seguissero i suoi consigli, che ascoltassero le sue parole. Israele si era solennemente impegnato a mantenersi fedele a questa alleanza, ma, purtroppo, la sua storia era stata un susseguirsi di tradimenti e le conseguenze erano state catastrofiche. Non si trattava delle punizioni di Dio risentito per le mancanze del suo popolo. La verità è che il peccato porta sempre con sé germi di morte che provocano la rovina di chi lo commette (Pr 13,6).

Può il Signore rassegnarsi all’infedeltà del suo popolo, considerandola ineluttabile?

A questa domanda risponde egli stesso: “Come potrei abbandonarti, Israele? Il mio cuore si commuove dentro di me, il mio intimo freme di compassione, perché io sono Dio e non uomo” (Os 11,8-9). Egli stipulerà con Israele una nuova alleanza, diversa dalle precedenti che si sono rivelate fallimentari.

La seconda parte del brano (vv. 33-34) spiega, in dettaglio, come egli agirà per coinvolgere il suo popolo in una risposta d’amore fedele.

Sul Sinai Dio aveva scritto le sue dieci parole sulla pietra: indicavano a Israele il cammino della vita, come la segnaletica stradale mostra la direzione da seguire. Ma la segnaletica non comunica l’energia per raggiungere la meta.

L’antica alleanza, pur basata su leggi giuste e sante, era destinata al fallimento, perché l’uomo non aveva la forza di mantenersi fedele. Con un’espressione incisiva, Geremia si esprimeva così: “Lo so, Signore, che l’uomo non è padrone della sua via, non è in potere di chi cammina il dirigere i suoi passi” (Ger 10,23).

Dio ha pensato, per questo, a una nuova alleanza, non a una riedizione di quella del Sinai, ma a una qualitativamente diversa. Il cambiamento radicale sta nella novità della legge: non più un insieme di precetti e proibizioni che il partner è chiamato a osservare, ma un dinamismo interiore. Sul Sinai il Signore aveva inciso le sue parole su tavole di pietra, ora le scolpisce nel cuore dell’uomo.

Per un ebreo il cuore è la sede della volontà, delle passioni e del coraggio, della conoscenza e della memoria. Al cuore fanno riferimento tutti i sensi del corpo: “Il mio cuore ha visto molto”, afferma il Qoelet (Qo 1,16); “Da’ al tuo servo un cuore che ascolti”, è la supplica di Salomone al Signore (1 Re 3,9).

È il cuore di pietra che rende Israele insensibile e incapace di aderire alla parola di Dio (Ez 36,26); “parlare con cuore e cuore” è l’espressione usata per indicare la doppiezza, l’insincerità di una persona (Sal 12,3). Anche Gesù riteneva che tutte le scelte dell’uomo partono dal cuore (Mc 7,21-22).

Se Dio voleva rendere fedele il suo popolo non poteva limitarsi a dare disposizioni, a suggerire comportamenti. Tutto sarebbe stato inutile fintanto che non fosse intervenuto direttamente sul cuore. Ecco allora la sua promessa: “Vi darò un cuore nuovo” (Ez 36,26) e, per bocca di Geremia: “Darò loro un cuore capace di essermi fedele” (Ger 24,7).

Nel brano di oggi lo stesso messaggio è trasmesso attraverso l’immagine della legge del Signore incisa nell’animo, scritta sul cuore (v. 33). Non più un’imposizione esterna, dunque, ma un bisogno intimo di comportarsi bene, un impulso divino che porta a pensare e ad agire secondo Dio.

Diverranno allora superflui i comandamenti e i precetti, perché tutti, dal più piccolo al più grande, mossi dallo Spirito di Dio, aderiranno spontaneamente alla volontà del Signore.

Quando si realizzerà questa profezia? È la domanda che ci poniamo. Chi si sente libero da ogni debolezza e fragilità e intimamente spinto ad essere fedele a Dio? Chi non è più rattristato dalle proprie miserie morali?

“Chiunque è nato da Dio non commette peccato, perché un germe divino dimora in lui e non può peccare perché è nato da Dio”, assicura Giovanni (1 Gv 3,9). Ma chi, anche fra i cristiani che hanno stipulato, nell’eucaristia, il patto della nuova ed eterna alleanza, può affermare di avere fatto in sé questa esperienza?

Ciò che verifichiamo in noi stessi e negli altri può indurci al pessimismo. A molti sembra che tutto continui come al tempo in cui la legge di Dio era scritta sulla pietra e il mondo appare simile a quello anteriore al diluvio, quando “la malvagità degli uomini era grande sulla terra e ogni disegno concepito dal loro cuore non era altro che male” (Gn 6,5).

Eppure, la promessa del Signore ha già cominciato a realizzarsi; ma non ci si deve attendere un cambiamento prodigioso e immediato del cuore umano “che è incline al male fin dall’adolescenza” (Gn 8,21). La legge di Dio viene incisa nel cuore dell’uomo progressivamente, è collocata nell’intimo come un seme che, in modo lento, ma irresistibile, si sviluppa e dà frutti abbondanti. Chi ha ricevuto il germe divino dello Spirito è come un bambino appena nato (1 Pt 2,1-3), è fragile e bisognoso di aiuto, ma ha già in sé il principio di vita che lo farà crescere e divenire spiritualmente adulto.

Seconda Lettura (Eb 5,7-9)

Cristo 7 nei giorni della sua vita terrena offrì preghiere e suppliche con forti grida e lacrime a colui che poteva liberarlo da morte e fu esaudito per la sua pietà; 8 pur essendo Figlio, imparò tuttavia l’obbedienza dalle cose che patì 9 e, reso perfetto, divenne causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli obbediscono.

Sarebbe arduo seguire il cammino proposto da Cristo se egli si fosse limitato a indicarlo e a esortare a percorrerlo. La Lettera agli ebrei risponde alle nostre perplessità e incertezze, richiamando una verità facilmente dimenticata: in questo cammino non siamo soli, ci accompagna Gesù, che ha vissuto le nostre stesse esperienze ed è passato attraverso tutte le nostre tentazioni (Eb 2,17; 4,15).

Il brano di oggi si sofferma soprattutto sulla sua reazione di fronte al dolore e alla morte. Gesù ha provato ciò che ogni uomo sperimenta in simili situazioni: si è ri­volto al Padre chieden­dogli aiuto e, se fosse stato possibile, che lo risparmiasse dalle sofferenze e dalla morte (v. 7). Ha pregato, ha invocato il Padre perché gli rivelasse la sua volontà e il senso di quanto gli stava accadendo.

La lettura continua: “Cristo, pur essendo figlio, imparò dalle cose sofferte quanto è duro obbedire” (v. 8). Pochi versetti prima l’autore aveva dichiarato: “Egli è in grado di capire quelli che sbagliano perché anch’egli è rivestito di debolezza” (v. 2). Sono affermazioni commoventi. Gesù non si è comportato come coloro che danno disposizioni, impartiscono ordini, evitando con cura di venire coinvolti nei drammi e nelle angosce di chi li deve eseguire; non è ri­masto in cielo a osservare, impassibile, le sofferenze degli uomini. Si è invece fatto compagno di viaggio, ha percorso per primo il cammino dell’umiliazione e della morte. È per questo che di lui ci si può fidare, quando invita a seguirlo.

Vangelo (Gv 12,20-33)

20 Tra quelli che erano saliti per il culto durante la festa, c’erano anche alcuni greci. 21 Questi si avvicinarono a Filippo, che era di Betsàida di Galilea, e gli chiesero: “Signore, vogliamo vedere Gesù”. 22 Filippo andò a dirlo ad Andrea, e poi Andrea e Filippo andarono a dirlo a Gesù.
23 Gesù rispose: “È giunta l’ora che sia glorificato il Figlio dell’uomo. 24 In verità, in verità vi dico: se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto. 25 Chi ama la sua vita la perde e chi odia la sua vita in questo mondo la conserverà per la vita eterna. 26 Se uno mi vuol servire mi segua, e dove sono io, là sarà anche il mio servo. Se uno mi serve, il Padre lo onorerà. 27 Ora l’anima mia è turbata; e che devo dire? Padre, salvami da quest’ora? Ma per questo sono giunto a quest’ora! 28 Padre, glorifica il tuo nome”. Venne allora una voce dal cielo: “L’ho glorificato e di nuovo lo glorificherò!”.
29 La folla che era presente e aveva udito diceva che era stato un tuono. Altri dicevano: “Un angelo gli ha parlato”.
30 Rispose Gesù: “Questa voce non è venuta per me, ma per voi. 31 Ora è il giudizio di questo mondo; ora il principe di questo mondo sarà gettato fuori. 32 Io, quando sarò elevato da terra, attirerò tutti a me”. 33 Questo diceva per indicare di qual morte doveva morire.

Fra i pellegrini giunti a Gerusalemme per la Pasqua si trovavano anche alcuni greci che, avendo sentito parlare di Gesù, manifestarono a Filippo il desiderio di incon­trarlo. Filippo ne parlò con Andrea e, insieme, i due riferirono al Maestro la richiesta (vv. 20-22).

Il fatto in sé sembra banale, ma se l’evangelista lo riferisce significa che contiene un messaggio importante.

Chi sono questi greci? Con questo termine si indicavano i pagani che coltivavano simpatie per la religione giudaica o che si erano convertiti al giudaismo. Pur non essendo figli di Abramo, erano stimati e amati dagli israeliti che li ritenevano la primizia di quei popoli e di quelle nazioni che, secondo le profezie, un giorno sarebbero accorsi a Gerusalemme per essere ammaestrati nelle vie del Signore (Is 2,3).

Gesù si riferiva a loro quando, poco prima, aveva affermato: “E ho altre pecore che non sono di quest’ovile; anche queste io devo condurre; ascolteranno la mia voce e vi sarà un solo gregge e un solo pastore” (Gv 10,16-17). Eccole ora le “altre pecore” che si accostano a lui per ricevere il suo vangelo.

Erano saliti a Gerusalemme (v. 20), avevano dunque già percorso un buon tratto di cammino spirituale, prima di incontrare Gesù. Dai loro padri avevano appreso ad adorare gli idoli, ma, non appena avevano scoperto il Dio d’Israele, avevano abbracciato la religione ebraica, desiderosi di divenire partecipi delle benedizioni promesse ad Abramo. Erano saliti a Gerusalemme per celebrare la loro nuova fede, ma forse anche per sco­prire qual era il passo successivo che Dio si aspettava da loro; nell’intimo del cuore, percepivano, probabilmente, di non avere ancora raggiunto la meta ultima alla quale il Signore li chiamava.

La loro inquietudine spirituale è rivelata dal bisogno che provavano di vedere Gesù.

Non si tratta di una banale curiosità, del desiderio un po’ frivolo di incontrare la star del momento, di conoscere colui che tutti cercano perché ha rianimato Lazzaro (Gv 12,9). Nel vangelo di Giovanni, il verbo vedere significa cogliere l’intimo di una persona. È questo il suo significato fin dal prologo del vangelo. Quando Giovanni dichiara: “Noi vedemmo la sua gloria” (Gv 1,14), intende affermare la sua appartenenza al gruppo di coloro che avevano capito chi era Gesù.

A questi greci non interessava sapere che fattezze avesse Gesù, come vestiva, come si atteggiava; ciò che volevano era scoprire la sua identità e sapere se egli poteva dare un nuovo colpo d’ala alla loro vita.

I greci non vanno direttamente da Gesù, passano attraverso i suoi discepoli perché questo è l’unico cammino; è solo passando attraverso la comunità che si può giungere a Cristo. E non ricorrono a uno qualunque degli apostoli, si rivolgono a Filippo e ad Andrea, i soli, fra i dodici, che hanno un nome greco e che, forse per questo, sono considerati i più adatti a fare da mediatori.

Andrea è già comparso all’inizio del vangelo. Era uno dei due discepoli che seguivano il Battista e che avevano udito da Gesù l’invito: “Venite e vedrete” (1,39). Erano andati da lui, lo avevano visto e subito avevano sentito il bisogno di parlare di lui ad altri; per questo sono in grado di accompagnare a lui chiunque lo voglia vedere.

Ora comincia a divenire chiaro il significato del brano. I greci che vogliono vedere Gesù rappresentano i pagani e il loro cammino spirituale è lo stesso che ogni uomo, desideroso di divenire discepolo, deve compiere.

Non sappiamo se essi sono poi stati condotti da Gesù op­pure no; Giovanni li fa uscire di scena, come ha fatto con Nicodemo. La loro presenza è servita da espediente per preparare il terreno al tema che vuole sviluppare.

Il suo obiettivo è far vedere Gesù ai suoi lettori.

Ecco perché, invece di concludere il racconto, introduce un di­scorso in cui Gesù si fa realmente ve­dere (vv. 23-32), in cui manifesta il suo vero volto.

Esordisce con un’immagine presa dal mondo agricolo: perché nel campo possano germogliare le preziose spighe è necessario che i chicchi di grano scompaiano nella terra; solo dalla loro morte può sbocciare una vita centuplicata.

L’applicazione è drammatica: la posta in palio è la vita e si tratta di scegliere su quali valori la si debba puntare. Gesù fa la sua proposta, sconcertante, assurda: l’unica vita realizzata in pienezza è quella consumata per amore. Per primo egli offre la sua e questa è la sua gloria, questa è la rivelazione della gloria del Padre suo. Siamo agli antipodi della concezione greca (e ora comprendiamo la ragione per cui Giovanni ha messo in scena i greci).

In Grecia era stato coniato il termine aristoi per indicare i migliori, le persone di successo, gli “aristocratici”. Erano aristoi coloro che riuscivano a raggiungere una posizione sociale ragguardevole, coloro che ottenevano ciò che conferisce prestigio, fama imperitura e onori.

Gesù ritiene questo ideale di vita una proposta insensata, un suggerimento diabolico che – ricordano gli evangelisti – è stato dato anche a lui: “Il diavolo lo condusse con sé sopra un monte altissimo e gli mostrò tutti i regni del mondo con la loro gloria e gli disse: Tutte queste cose io ti darò, se, prostrandoti, mi adorerai” (Mt 4,8-9).

Ai greci Gesù spiega in che consiste la vera gloria: cadere in terra e morire per portare molto frutto.

È giunto al momento cruciale della sua missione ed è tentato di fuggire, di chiedere al Padre di essere salvato da quell’ora, ma sa che, solo attraverso la sua morte, il Padre potrà rivelare al mondo il suo immenso amore per l’uomo. Ecco infatti giungere dal cielo la conferma: in Gesù che dona se stesso, il Padre dichiara di sentirsi perfettamente rispecchiato, di manifestare in pienezza la sua gloria.

Non è necessario aver conosciuto materialmente Gesù per poterlo vedere. Chiunque può contemplare il suo vero volto, quello che, attraverso il vangelo di oggi, egli mostra, un volto “troppo sfigurato per essere d’uomo il suo aspetto” (Is 52,13); “Disprezzato e reietto dagli uomini, uomo dei dolori che ben conosce il patire, come uno davanti al quale ci si copre la faccia, era disprezzato e non ne avevamo alcuna stima” (Is 53,3).

Di fronte alla sua proposta, la tentazione più subdola non è quella del rifiuto, ma quella di ripiegare su una pratica religiosa sostitutiva dell’autentica adesione a lui nella fede. Recita di preghiere e partecipazione a riti e celebrazioni: sì; dono della vita… il meno possibile e solo fra molte perplessità ed esitazioni.

Il volto che Gesù mostra a tutti i “greci” richiede un coinvolgimento totale. La sua proposta è “scandalosa per i giudei e folle per i greci” (1Cor 1,22), eppure solo chi, come lui, muore per i fratelli, è un uomo riuscito secondo Dio.

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