
Fu nella Resistenza che Edgar Morin, scomparso venerdì 29 maggio, forgiò il suo amore combattivo per la vita. Sociologo e filosofo, militante umanista e cittadino del mondo, è stato insieme un immenso studioso e un uomo profondamente innamorato dell’esistenza.
Probabilmente è attraverso L’Aventure de « La Méthode » (Seuil, 176 pp.), pubblicato nel 2015, che si può compiere un primo viaggio nell’immensa opera di Edgar Morin. In quel volume il sociologo e filosofo, morto il 29 maggio all’età di 104 anni, aveva raccolto in un unico slancio ispirato decenni di ricerche fondamentali, di luminosi impegni civili e di riflessioni morali e spirituali.
Era davvero un’«avventura» di vita quella che l’autore di oltre cento libri condivideva con il suo pubblico, composto da decine di migliaia di lettori in tutto il mondo, mentre la sua opera veniva tradotta in una trentina di lingue.
La ricerca intellettuale di Edgar Nahum — Morin era il suo nome di battaglia nella Resistenza, che conservò anche in seguito —, nato a Parigi l’8 luglio 1921, ebbe inizio nel «mondo sonnambolico» degli anni Trenta. Rifiutando allo stesso modo nazismo e stalinismo, il giovanissimo e instancabile lettore fu tra quei «cercatori di una terza via» influenzati da Simone Weil, Robert Aron e dalla rivista Esprit di Emmanuel Mounier.
Fin dall’inizio dell’Occupazione comprese che la storia, nonostante le apparenze di un destino già scritto, può cambiare direzione in qualsiasi momento. Nel 1940 Hitler proclamava l’avvento di un «Reich millenario»; ma già nell’autunno del 1941 l’esercito tedesco era impantanato nel fango alle porte di Mosca.
«Vivere significava rischiare la nostra vita»
In occasione dell’ingresso nel Pantheon di Germaine Tillion, Geneviève de Gaulle-Anthonioz, Pierre Brossolette e Jean Zay, il 27 maggio 2015, Edgar Morin ricordò i primissimi giovani che ebbero il coraggio di dire no, come Pierre Hervé, uno dei dirigenti del movimento Libération-Sud insieme a Jean-Pierre Vernant.
Rievocando il suo stato d’animo di allora, affermava: «Eravamo giovani, avevamo lo slancio e il fervore della giovinezza. Pensavamo che vivere significasse rischiare la nostra vita piuttosto che nasconderci».
Ricordava anche le speranze e gli ideali che animavano quei giovani impegnati nella lotta contro il regime collaborazionista di Vichy:
«Regnava una sorta di messianismo. Eravamo convinti che, dopo la guerra, avremmo costruito una società nuova, un mondo nuovo. Resistere significava certamente rischiare la propria vita, ma anche vivere nell’entusiasmo per la patria e per l’umanità».
Nel 1942, a ventun anni, Edgar Morin entrò con decisione nella Resistenza clandestina, prima a Tolosa e poi a Lione. Nel 1943 divenne comandante nelle Forze Francesi Combattenti, l’organizzazione militare delle Forze Francesi Libere guidate da de Gaulle. Questo impegno segnò per sempre il filosofo e l’uomo d’azione.
Nell’aprile 2015 confidava a La Croix di collocare le sue iniziative pubbliche «nella continuità di ciò che fu la Resistenza». E aggiungeva con forza:
«Oggi, contro che cosa bisogna resistere? Bisogna resistere a due barbarie. Una è quella che tutti conosciamo: si manifesta attraverso Daesh, gli attentati e i fanatismi più diversi. L’altra è una barbarie fredda, glaciale: la barbarie del calcolo, del denaro e dell’interesse. Di fronte a queste due barbarie, tutti dovrebbero resistere».
«Un grande e supremo Mistero»
Consapevole di avvicinarsi al termine della sua vita, ma sempre più sereno e cordiale con tutti, Edgar Morin spiegava di trovare nella «comprensione del Mistero» il «messaggio ultimo» dei suoi decenni di lavoro.
«Siamo ormai avvolti da insondabili misteri che si connettono in un grande e supremo Mistero. La poesia del vivere include la presenza del Mistero».
In un’intervista concessa a La Croix nel giugno 2015, si diceva inoltre ferito dal fatto che gli venisse attribuita l’idea che il monoteismo fosse una «piaga dell’umanità». Osservava invece che «le religioni sono realtà antropologiche» e che «i cristiani, quando sono animati dalla sorgente della loro fede, sono tipicamente persone di buona volontà, attente al bene comune».
A questo proposito ricordava l’alleanza nata nella Resistenza: «Era straordinario vedere questa fraternizzazione tra comunisti e cristiani, perché vi erano aspirazioni terrene comuni».
Parole che esprimono bene la fede civile e umana di un resistente per sempre.
- La Croix, 30 maggio 2026 (originale francese)





