XXXII Per annum: Figli della risurrezione

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Chi vive consapevolmente la dignità di figlio/a di Dio, quando viene la domenica, sente in modo incontenibile il bisogno di andare ad abbeverarsi alla mensa del pane e del vino eucaristici. È una mensa speciale, questa, perché da essa, nella fede, noi riceviamo non pane e vino materiali, ma il corpo e il sangue di Cristo Signore.

Anche oggi la Chiesa non manca di presentarci questo duplice cibo della parola di Dio e del pane consacrato e noi siamo venuti nella casa del Padre per ricevere luce e forza: la luce che si sprigiona dalla parola di Dio proclamata dall’ambone e la forza che viene comunicata dal corpo di Cristo offerto sull’altare.

 

1. La prima lettura di questa domenica ci offre quella che forse è la pagina più bella e più ricca dei libri dei Maccabei: si tratta del racconto del martirio dei sette fratelli Maccabei insieme alla loro madre. Sua caratteristica è proprio quella di trasmettere la fede in una vita oltre la tomba, con un cenno anche alla risurrezione corporale dei giusti morti a causa della loro fede.

La circostanza storica è quella della persecuzione che il re Antioco ha scatenato contro il popolo ebraico: certamente non l’unica che il popolo eletto ha dovuto subire, ma forse la più spietata e crudele se prescindiamo dalla Schoàh. Questi sette fratelli «furono costretti dal re, a forza di flagelli e di nerbate, a cibarsi di carni suine proibite». In altri termini, vista la loro fermezza nel rifiutare la religione pagana (se pur di religione si può parlare), il re li obbliga a trasgredire alcuni precetti della loro stessa religione: decisione perfida e scelta blasfema con la quale, almeno implicitamente, forse riconosce la buona fede dei sette fratelli.

Sono tre i rilievi che possiamo fare: anzitutto la sicurezza con la quale tutti e sette, a partire dal primo, dichiarano di voler rimanere fedeli alla loro religione. In alcuni casi tale sicurezza si tramuta addirittura in una sfida al re: «Che cosa cerchi o vuoi sapere da noi? Siamo pronti a morire piuttosto che trasgredire le leggi dei padri». La storia della Chiesa, quella di ieri come quella di oggi, è ricca di questo genere di testimonianze: possiamo solo rendere grazie a Dio che non lascia mai mancare la presenza di testimoni eroici della fede che professano.

In secondo luogo le motivazioni che adducono: questi fratelli, insieme alla loro madre, non ostentano una sicurezza spavalda ma solo ed esclusivamente un fermo e sicuro attaccamento alle leggi paterne. Il motivo dunque è squisitamente ed esclusivamente religioso. In caso contrario non potremmo parlare né di martiri né di martirio.

Infine, viene la speranza che li illumina e li sostiene, anche in questo tragico momento della loro vita. Uno di loro dice: «Tu, o scellerato, ci elimini dalla vita presente, ma il re dell’universo, dopo che saremo morti per le sue leggi, ci risusciterà a vita nuova ed eterna». Un altro esclama: «È preferibile morire per mano degli uomini, quando da Dio si ha la speranza di essere da lui di nuovo risuscitati». La speranza cristiana, dunque, che qualcuno ha definito la più piccola delle virtù, effettivamente è quella che è capace di sostenere persino i martiri nel testimoniare il loro amore Dio, a Cristo.

2. Il salmo responsoriale corrisponde ad una supplica che l’orante eleva al suo Dio per ottenere ascolto e liberazione. È una preghiera tutta soffusa di fiducia e di speranza: una speranza che trascende il tempo e arriva fino all’eternità.

«Ascolta, Signore, la mia giusta causa»: sappiamo che spesso un giusto veniva ingiustamente accusato di qualche colpa e doveva subire un processo alle porte della città, dovendo far fronte talvolta anche a falsi testimoni. Ebbene, l’orante di questo salmo si trova probabilmente in questa delicata situazione e capisce che se deve sperare in qualcuno costui è solo dio.

«Tieni saldi i miei passi sulle tue vie»: la fiducia in Dio, quando è sincera e autentica, non esonera dal dovere di rimanere fedeli alla parola data a Colui che si è degnato di entrare in un rapporto personale con ciascuno di noi.

«Custodiscimi come pupilla degli occhi»: qui, l’orante formula un desiderio personalissimo: quello di essere per Dio come la pupilla dei suoi occhi, cioè di poter godere delle sue più profonde e squisite attenzioni di affetto e di aiuto.

«Nella giustizia contemplerò il tuo volto, al risveglio mi sazierò della tua immagine»: infine, l’orante si abbandona ad una attesa futura. Egli sa che nulla e nessuno potrà colmare il suo bisogno di aiuto allora si rivolge a Dio, perché sa che la sua fedeltà supera di gran lunga non solo le nostre attese ma anche il tempo nel quale viviamo.

3. La seconda lettura ci presenta una serie di esortazioni che l’apostolo Paolo rivolge ai cristiani della comunità di Tessalonica; una comunità da lui fondata, alla quale ha rivolto le sue prime lettere e per la quale ha sempre conservato una certa predilezione.

All’ inizio troviamo questa esortazione: «Lo stesso Signore nostro Gesù Cristo… conforti i vostri cuori e li confermi in ogni opera e parola di bene». L’apostolo sa benissimo che i cristiani, soprattutto all’inizio della loro vita di fede, hanno estremo bisogno di essere confortati; per questo egli invoca il dono del conforto dal Signore. Non dobbiamo dimenticare che Dio ci conforta donandoci lo Spirito Santo, il cui nome è anche Paraclito-Consolatore.

Poi l’apostolo continua: «Per il resto, fratelli, pregate per noi perché la parola del Signore corra e sia glorificata». Anche Paolo ha bisogno di essere confortato nell’ esercizio del suo ministero, che consiste soprattutto, quasi esclusivamente nella predicazione. La parola di Dio deve fare la sua corsa, ma effettivamente essa correrà sempre e solo per il servizio di alcuni testimoni della fede.

Le ultime parole di questa esortazione apostolica cercano di focalizzare l’attenzione dei tessalonicesi su ciò che è essenziale e irrinunciabile nella vita cristiana: «Il Signore guidi i vostri cuori all’amore di Dio e alla pazienza di Cristo». Se il Signore è la nostra guida, noi dobbiamo accoglierlo con gioia e cercare a tutti i costi, facendo leva sull’amore del Padre e sull’esempio di Cristo che per noi ha sofferto e patito il supplizio della croce. Padre, Figlio e Spirito Santo: tutte le persone della Trinità sono al nostro servizio: «La grazia del Signore nostro Gesù Cristo, l’amore di Dio e la comunione dello Spirito Santo – scrive l’apostolo in Corinzi 13,12 – siano con tutti voi».

4. La pagina evangelica corrisponde ad una di quelle che gli esegeti chiamano “le controversie giudaiche” di Gesù. Si tratta di una diatriba che interessava direttamente i farisei e i sadducei, contrapponendoli gli uni agli altri, ma che ora arriva anche al Signore Gesù.

C’è o non c’è risurrezione dei morti? Questo è il dilemma attorno al quale verteva la diatriba allora e che Gesù si trova a dover risolvere. Luca ci aiuta ad entrare nella nuova logica alla quale si ispira Gesù: egli non si lascia irretire dentro una visione terrena, ma si pone in una prospettiva superiore.

La visione terrena è esattamente quella nella quale si trovavano e volevano rimanere i duellanti; come se fosse possibile sapere a chi apparterrà una donna che in vita ha avuto sette mariti. Visione davvero miope nella quale cadono fatalmente quanti non sanno andare oltre una concezione materialistica della religione e perciò pensano che anche nella vita eterna continueremo a vivere come su questa terra.

La prospettiva superiore invece è quella adottata e indicata da Gesù. Egli non accetta di entrare nel caso specifico di quella donna e di quegli uomini, come se nella vita eterna dovessimo ancora prendere moglie e marito e intessere relazioni simili a quelle terrene. Non dobbiamo dimenticare che, come dice Gesù, noi siamo «figli della risurrezione» in quanto «figli di Dio». Ancor più: non possiamo dimenticare che il nostro Dio «non è dei morti, ma dei viventi, perché tutti vivono per lui».

Gesù, con un colpo d’ala, si mette su un altro piano, quello del tutto inedito e che nessuna fantasia umana potrà mai immaginare, tanto meno chi è povero spiritualmente e pur pretende di fare previsioni. Solo la fede autentica, quella che si nutre solo alle sorgenti della divina rivelazione, può intravvedere come sarà la nostra vita in cielo. Esattamente quello che afferma Paolo quando scrive ai cristiani di Tessalonica: «Andremo incontro al Signore in alto e così per sempre saremo con il Signore»(1Ts 4,17). «Essere con il Signore per sempre»: questo, non altro, è la vita eterna.

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