CEI: un sinodo per l’Italia

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Al termine dell’Assemblea generale della CEI abbiamo chiesto a Erio Castellucci, vescovo di Modena eletto alla vicepresidenza della Conferenza episcopale, di tratteggiare gli assi portanti del percorso sinodale a cui si prepara la Chiesa italiana su insistente invito di papa Francesco (le domande sono a cura di Lorenzo Prezzi).

– La proposta del sinodo in Italia ha fatto fatica a imporsi. Potrebbe dire le ragioni che sostengono le posizioni più prudenti e quelle che invece promuovono l’iniziativa? Il ruolo di papa Francesco in merito?

Papa Francesco ha svolto un ruolo fondamentale. Ha lanciato fin dal Convegno di Firenze (novembre 2015) la proposta di avviare “in modo sinodale” un approfondimento della Evangelii gaudium; è poi ritornato sul “possibile sinodo italiano” nell’assemblea della CEI del 2019 e, in maniera più esplicita, ha chiesto di avviare “un processo di sinodo nazionale” nel gennaio scorso, illustrandone alcune caratteristiche nel discorso all’Azione cattolica dell’aprile successivo, insistendo sul “cammino sinodale”.

Non c’è dubbio quindi che la spinta venga dal papa stesso. Non mancano ovviamente le diverse opinioni tra i vescovi – grazie a Dio, perché nella Chiesa non c’è omologazione di pensiero – che vanno da chi teme che si inneschi un processo poi difficile da guidare, a chi paventa il sorgere di attese sproporzionate che poi rischiano di venir inevitabilmente deluse, a chi invece vede con favore, o anche con molto favore, l’avvio di un cammino “dal basso” che, come dice il papa, si incontri poi con il cammino “dall’alto” già disegnato al Convegno di Firenze.

– Nell’assemblea CEI si è ragionato sull’orizzonte del sinodo, sui temi e sul metodo: potrebbe specificare il dibattito?

L’ultima assemblea ha rappresentato anche l’inizio del cammino sinodale. Sono emerse, come ho appena detto, diverse posizioni; ma soprattutto sono emersi molti argomenti, filtrati attraverso l’esperienza della pandemia, la quale ha svelato, oltre che causato, tante sofferenze e tanti disagi, ma anche risorse ed energie inattese.

I temi fondamentali ruotano attorno ad alcune parole-chiave: vangelo, fraternità, mondo. Non sono concetti: sono volti, esperienze, urgenze che riguardano tutte la necessità di ripensare l’annuncio di Cristo, in un contesto nel quale si sono riscoperte alcune grandi domande esistenziali che, come ha detto mons.Baturi, sono ridiventate questioni “politiche”: il senso della vita e della morte, la speranza, il primato delle relazioni.

Il metodo, poi, è chiaramente delineato da papa Francesco, quando dice che si deve consultare “il popolo di Dio”, a partire dalle comunità, dai gruppi, dalle parrocchie. Certamente il processo del sinodo dei vescovi proprio sulla “sinodalità”, che verrà avviato nell’ottobre prossimo e durerà due anni culminando nella celebrazione dell’autunno 2023 in Vaticano, offre anche alla Chiesa italiana un’opportunità: questo sinodo universale, infatti, è stato impostato “dal basso”; l’intero primo anno si svolgerà attraverso la consultazione di tutti i fedeli, e anche di altri uomini e donne che vorranno parteciparvi, per offrire idee, riflessioni, esperienze, critiche.

La Chiesa italiana armonizzerà il proprio cammino sinodale con questo percorso mondiale. Poi occorre tenere conto dei sinodi diocesani appena celebrati o conclusi da poco o da poco avviati. Non si dovranno assolutamente sovrapporre gli uni agli altri, come se fossero diversi “sinodi”, ma occorre trovare il modo di valorizzare ogni percorso, senza inutili ripetizioni, perché la sinodalità diventi non un evento isolato, ma uno stile permanente.

Sul ministero: altri percorsi

– I sinodi nazionali tedesco, irlandese, australiano nascono tutti anche dal dramma degli abusi degli ecclesiastici e dal crollo di credibilità delle Chiese. Sul merito vi è stato un confronto tra i vescovi?

Il confronto su questi temi avviene già da diversi anni; l’assemblea del 2019, in particolare, ha dedicato parecchie attenzioni e discussioni all’argomento degli abusi e sono usciti alcuni documenti importanti; il consiglio permanente aveva lavorato anche in precedenza, insieme al servizio nazionale, e anche nell’ultima assemblea vi è stata una comunicazione da parte di mons. Ghizzoni.

Nel frattempo sono nati e hanno avviato la loro attività in tutte le regioni, ad opera delle Chiese locali, i “servizi” per la tutela dei minori e degli adulti vulnerabili. Non è però questo il motivo del sinodo nazionale, anche se immagino che il tema emergerà nel corso della consultazione del popolo di Dio. Ora abbiamo tante indicazioni in merito, a partire dagli interventi di papa Francesco sugli abusi di potere e di coscienza e sugli abusi sessuali; e le ferite, quando questi abusi avvengono negli ambienti ecclesiali o addirittura ad opera di ecclesiastici, sono profonde.

Il papa ha paragonato gli abusi gravi agli omicidi: non so se abbiamo già tutti gli strumenti per la prevenzione e per la cura, ma siamo almeno partiti.

– Il papa ha suggerito prudenza nell’accogliere seminaristi che abbiano un equilibrio personale precario e, poche settimane fa, ha espresso preoccupazione in ordine alle tendenze conservatrici di seminaristi e giovane clero. È un’osservazione pertinente per l’Italia?

Non è la prima volta; si può dire che praticamente in tutte le assemblee della CEI, e non solo, papa Francesco mette in guardia dalle “facili” accoglienze nei seminari. Ci sono situazioni, anche in Italia, nelle quali alcuni giovani dimessi per motivi gravi da seminari o conventi sono stati accolti in altri, a dispetto delle regole che impongono in questi casi di assumere informazioni scritte e che, comunque, impediscono di accogliere dopo due dimissioni.

Negli ultimi anni, però – anche a motivo dei richiami del papa e dei danni causati da persone ordinate “in fretta” – i formatori dei seminari sono generalmente molto attenti. Inoltre, l’inserimento nei seminari stessi di percorsi psicologici individuali e di gruppo e la supervisione di persone esperte fa già sentire i suoi effetti benefici.

Credo comunque che il tema tornerà in primo piano quando la CEI metterà mano alla riforma della “ratio” formativa dei seminari, che è del 2007, per adeguarla all’ultima “ratio” della Congregazione, che è del 2017. Immagino che si discuterà anche sulla possibilità di percorsi di discernimento verso il ministero presbiterale che siano meno uniformi e meglio plasmati sulle diverse condizioni personali, meno ritagliati sullo stile del “collegio” e più legati a stili e ad esperienze parrocchiali, a contatto con comunità vive; e integrando strutturalmente nell’équipe formativa delle donne, come ipotizzato già nel 1992 da papa Giovanni Paolo II e ripetuto quattro anni fa dalla Congregazione.

Covid: le buone prassi

– Quali suggerimenti e decisioni per il dopo-Covid da parte della Chiesa italiana?

È difficile rispondere, perché ci sono tanti suggerimenti e orientamenti. A me però viene dal cuore questa osservazione: prima di suggerire e decidere, è bene ascoltare. Non parlo di un ascolto frettoloso e superficiale, tanto per attaccare discorso e dare subito la risposta. Mi riferisco ad un ascolto profondo, che ha proprio a che vedere con una prima fase del percorso sinodale, così come alcuni vescovi lo hanno proposto.

Un ascolto che faccia emergere e dia forma alla paura provata da tutti, al profondo dolore vissuto da molti, alle grandi domande di senso a cui già accennavo, al bisogno viscerale di rigenerare le relazioni, di vedersi, di tornare ad apprezzare le cose di ogni giorno, che prima si davano magari per scontate – come la libertà di muoversi, un abbraccio, un caffè al bar – e che invece, come si è visto, sono dei doni. Tutto questo credo che abbia a che fare con il “sensus fidei”, che il papa desidera venga intercettato nel percorso sinodale.

Ha ricordato lui stesso che fare sinodo non è “fare parlamento”, ma è dare la parola ai germi di fede, di amore e di speranza che abitano il cuore anche di tanti “lontani”; è dare forma alle esperienze – laicamente sono le “buone prassi” – che trasmettono coraggio; è sentire che cosa hanno da dirci i ragazzi, gli adolescenti e i giovani, tanto penalizzati – e poco considerati – in questo anno e mezzo di pandemia.

Una volta tanto, sarebbe bello e importante che non fossero gli adulti a parlare “dei giovani” o “ai giovani”, ma che fossero i giovani a parlare di loro stessi e degli adulti. E poi, naturalmente, tutta quella carità che la Chiesa italiana ha espresso e vissuto, anche e ancora di più durante la pandemia, verso i poveri, gli esclusi, gli emarginati…

Non dimentichiamo che la testimonianza della carità è una delle forme privilegiate dell’annuncio del vangelo, come già era stato detto negli Orientamenti pastorali degli anni Novanta. Non si riparte, insomma, da zero.

Omofobia: dare voce a tutti

– Sul progetto di legge Zan relativo al contrasto della discriminazione per motivi fondati sul sesso e sul genere cosa significa l’auspicato dialogo aperto? È finita la stagione dei principi non negoziabili?

Ogni volta che i vescovi vengono interpellati su un disegno di legge in via di formulazione e discussione, quando riguarda temi eticamente sensibili e quando l’argomento si è fortemente politicizzato, si corre il rischio di qualche corto circuito comunicativo: allora, a seconda del tema, i vescovi vengono accusati di essere di destra o di sinistra, oppure di commettere ingerenze o, al contrario, di essere pavidi.

Senza negare che la CEI, o qualche singolo vescovo, possano scivolare in affermazioni improprie, direi che è importante sempre distinguere, come ci ha insegnato il grande san Tommaso sulle tracce dell’altrettanto grande Aristotele. Poi ovviamente mi sottopongo al consueto giudizio di intemperanza o pavidità, o di tifoserie di destra e di sinistra.

Distinguere prima di tutto, come ha fatto il card. Bassetti nella conferenza stampa conclusiva, tra le competenze del parlamento e quelle della CEI: le leggi spettano al parlamento, dove sono presenti, nei diversi partiti, anche dei cattolici o comunque dei senatori e deputati che condividono molti valori cari ai cattolici.

Personalmente, poi, sono sempre restio agli interventi diretti dei vescovi sulle leggi in fase discussione al parlamento, leggi in genere molto articolate e complesse; ci sono tanti intellettuali ed esperti laici, anche nella Chiesa, in grado di dire una parola competente.

I vescovi, ed è la terza osservazione, è bene che intervengano sui valori implicati, ricordando tutti quelli che sono in gioco, senza entrare negli aspetti tecnici delle normative in preparazione; consapevoli di essere una delle voci – certo autorevole, ma una – nel dibattito della società pluralista. Capisco che, a questo punto, sarò già classificato come pavido, ma proseguo con una quarta osservazione, entrando nel merito dei principali valori in gioco in questa proposta di legge.

Posto che tutti nella Chiesa siamo contro l’omofobia, sono totalmente d’accordo con le precisazioni di mons. Baturi: se il primo valore in campo, in questo caso, è il rispetto per la persona – ed è sempre il primo da considerare –, non c’è dubbio che vada riaffermato: sia la persona che ha maturato un’identità qualsiasi, sia anche la persona del bambino, del ragazzo e del giovane che la stanno maturando.

E questo ultimo aspetto è connesso all’indubbio valore “pedagogico”, in senso positivo o negativo, che le leggi rivestono; una legge, cioè, non solo esprime mentalità, ma plasma mentalità: e si dovrebbe poter discutere non solo sulla necessità o meno di aggiungere al codice penale, già esplicito su questi temi, anche la punibilità dell’omofobia; non solo sull’opportunità di estendere i “reati di opinione”, poi difficilmente verificabili; ma anche sul tipo di influsso che la legge – se veicola come alcuni ritengono le cosiddette “teorie del gender” – avrà sulle nuove generazioni.

E proprio qui c’è un altro elemento importante: “si dovrebbe poter discutere” significa che una legge così delicata dovrebbe passare attraverso un dibattito ampio, il più possibile argomentato e sereno, e non partire “dal palazzo”, senza verificare l’effettivo consenso della base; senza, cioè, un procedimento che coinvolga il popolo.

Solo un dibattito di questo tipo – forse una chimera in Italia? – può evitare che ci si divida pregiudizialmente tra due blocchi contrapposti, quali quelli ora schieratisi: dove se uno critica alcuni aspetti del disegno di legge è tacciato di “omofobia” e se uno ne apprezza alcuni aspetti è ritenuto sostenitore del “gender”. Così non si va da nessuna parte.

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