L’urgenza di un’ecclesiologia pubblica

di: Marcello Neri

Se dovessi cercare di delineare in estrema sintesi uno dei problemi maggiori della Chiesa cattolica odierna, lo definirei nei seguenti termini: oggi non abbiamo una teologia della Chiesa spendibile, ossia comprensibile e sensata, al di fuori della auto-referenzialità del linguaggio ecclesiastico. Ossia, non siamo capaci di dire la ragione della Chiesa nella vita quotidiana degli uomini e delle donne del nostro tempo.

Né, tantomeno, riusciamo ad abbozzare un profilo teologico decente, degno, sopportabile e non sprezzante la realtà delle cose, quando scendiamo sul piano della comunicazione pubblica.

Dall’immunizzazione all’affidabilità

Abbiamo un immenso impianto ecclesiologico che funziona per un numero sempre minore di persone, anche tra i credenti stessi. E qui attenderei un attimo a mettere in moto tutto il sistema immunitario che la Chiesa coltiva, anche con una certa aggressività talvolta, dall’albeggiare dell’epoca moderna. Se fette sempre più ampie di mondo contemporaneo non capiscono il tratto anche teologico della Chiesa non sarà solo colpa loro; ci avremo pure ben messo del nostro – è il minimo di onestà che dobbiamo a tutti, anche a noi stessi.

Con la fede ce la caviamo un po’ meglio, ma quando ne va della Chiesa non andiamo oltre il balbettare a stento. Usando un lessico per iniziati, un po’ esoterici e tendenzialmente settari, che dice poco o nulla all’uomo e alla donna comune – anche quelli armati delle migliori intenzioni verso la Chiesa stessa.

Questo difetto di ecclesiologia pubblica può essere colto a più livelli, dagli abusi alle ultime ingerenze vaticane rispetto al «cammino sinodale» della Chiesa cattolica tedesca. Messi all’angolo non tanto dalla «malignità» della stampa, ma dalla nostra pluriennale negligenza e dal peccato corporativo di occultamento della violenza inflitta, insieme a tutta una catena di vischiose complicità, abbiamo assunto in toto il lessico giuridico, criminale, economico, che ha doverosamente aperto il varco in questo essere peccatrice della Chiesa.

Non disperdere la sofferenza delle vittime e raccogliere la sapienza del prendersi cura di loro

Non voglio essere frainteso, interventi dell’autorità ecclesiale a questi livelli erano dovuti da tempo purtroppo rapidamente divenuto immemorabile. I passi fatti a fatica e tra mille contrasti sono un buon inizio. Ma non possiamo accontentarci di questo, dovremmo osare di più, dovremmo avere un qualcosa di diverso da offrire alle vittime e a tutta la società civile che diffida di noi. Appunto, dovremmo imbastire un’ecclesiologia pubblica non per giustificarci, non per salvare un’immunità divina della Chiesa, ma per rendere efficace oltre se stesso tutto l’impianto giuridico, di controllo e prevenzione che lentamente stiamo mettendo in campo.

Tutti coloro che si sono e si stanno prendendo cura delle vittime in nome della Chiesa e a sua rappresentanza sono un patrimonio spirituale ed ecclesiale che non possiamo ridurre alla loro funzione. A loro, e alle vittime che se la sentono, dovremmo chiedere quale teologia della Chiesa sia necessaria nello spazio pubblico per custodire degnamente la loro sofferenza (vittime) e la loro dedizione (incaricati ecclesiali).

Sono persuaso che ne verrebbe fuori l’abbozzo di un’ecclesiologia (teologica) pubblica in grado di riconfigurare l’intero corpo ecclesiale cattolico. Solo così potremmo arrivare a una comprensione teologica dell’esistenza e della missione della Chiesa che sia decentemente praticabile nella contemporaneità segnata dalla sua colpevole mancanza rispetto a fratelli e sorelle che sono stati profondamente feriti o rovinati dalla Chiesa stessa.

L’eccesso giuridico che paralizza la Chiesa

La mancanza di questa ecclesiologia pubblica rende stagnante quella classica, lasciando al diritto canonico una competenza eccessiva rispetto alla configurazione del corpo ecclesiale e delle comunità cristiane. Ogni istituzione ha bisogno di una legge fondamentale, di un corpus giuridico costituzionale, ma esso deve essere fondamentalmente inspirativo. Basta guardare a Veritatis gaudium, nelle sue due parti, per vedere non solo lo sbilanciamento ma quasi la schizofrenia in cui viviamo da tempo come Chiesa. Tanto per fare un esempio la cui evidenza è immediata.

Anche l’ultimo intervento del Vaticano verso la Chiesa tedesca, che si accinge tra mille difficoltà e incertezze a un «cammino sinodale», è a mio avviso l’esito indiretto di una mancanza di ecclesiologia pubblica. Alla fin fine non ci si comprende e non ci si parla realmente perché ci si sta muovendo su piani completamente diversi – e non si riesce a riconoscere che il secondo piano, quello pubblico, ha una valenza teologica anche per il primo, quello della configurazione della Chiesa.

Questo non vuol dire che il «cammino sinodale» tedesco sia senza macchia, e neanche che esso sia la soluzione delle soluzioni. Ma è un tentativo di pensarsi come Chiesa a partire da quello che la Chiesa ha fatto, cercando di porre rimedio a mancanze drammatiche e colpevoli che hanno caratterizzato il suo fare nel mondo e verso le persone.

Senza affidabilità nessuna fraternità

Da ultimo, l’intervento vaticano viene sentito, e a mio avviso è, come una drammatica smentita della fraternità quale principio cardine che dovrebbe presiedere, nelle intenzioni di Francesco, non solo all’insieme della Chiesa ma, addirittura, alla complessività dell’umano.

È così che diventiamo pubblicamente non credibili e inaffidabili, quasi senza neanche accorgercene o, peggio, come se poi non ci interessasse più di tanto esserlo nella dimensione pubblica del vivere della Chiesa.

Le discipline teologiche nascono dalle esigenze concrete della Chiesa come comunità dei discepoli e delle discepole nel mondo comune dell’umano, luogo che Dio desidera abitare come la sua stessa dimora. Inventare un’ecclesiologia pubblica, che vuol dire anche dare forma a celebrazioni liturgiche che rispondono e corrispondono a un preciso abitare l’umana storia di vivere, mi sembra essere un imperativo dell’ora presente.

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