Exit Trump e disarmo capillare

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dopo trump

Prima di dare il via al film che sicuramente ricostruirà le vicende della mancata presa del potere di Donald Trump al secondo mandato, sarà bene ripassare le pellicole che si sono occupate dei modi con cui gli americani hanno ultimamente trattato su carta e su pellicola i loro presidenti in uscita o in procinto di esserlo.

C’è un’emeroteca ricchissima in proposito. Dalla maniera tragicamente spicciola con cui fu liquidato il primo della generazione del rinnovamento kennediano, John Fitzgerald, freddato a Dallas durante una visita non proprio trionfale, con il corollario dell’assassinio del fratello Robert designato come successore. Si può proseguire con l’ambiguo Nixon (“Dik dei trucchi” come era poco affettuosamente chiamato) giubilato alle soglie di un impeachment per un oscuro caso di spionaggio, e poi con uno dei rampolli Bush, rimasto invischiato in un complicato riconteggio di voti del suo collegio.

Da Lincoln il poi

Il resto tutto tranquillo? Niente affatto. La letteratura politica degli USA è una narrazione di scandali e di episodi di violenza che coinvolgono presidenti veri o aspiranti presidenti, tutti con un riscontro negativo sulla qualità della democrazia del paese che pure è passato alla storia come alfiere del metodo democratico, secondo la sintesi di Abramo Lincoln, per il quale la democrazia si regge sul «governo del popolo, dal popolo, per il popolo», dove la a lucidità della formula non bastò a evitare che il suo autore divenisse bersaglio di un omicidio.

Semmai resta lo stupore di constatare che, malgrado questa scia di crimini, il sistema americano sia riuscito e  riesca a vivere e a sopravvivere nel tempo. Si direbbe malgrado tutto.

Ed è proprio su questa retorica della sopravvivenza che conviene spendere qualche riflessione nel momento in cui gli avvenimenti di Washington hanno raggiunto un’intensità e una pericolosità che, in altre contrade, hanno quasi sempre avuto gravi conseguenze. L’assalto al parlamento prelude, infatti, quasi sempre al rovesciamento di un sistema politico.

Dove il “quasi” si giustifica soltanto perché, a volte, l’infrazione ha assunto l’aspetto di una macchietta, come fu il caso del colonnello Tejero che da solo pretendeva di prendere possesso armato delle Cortes spagnole ottenendo il duplice risultato di mancare l’obiettivo e di far ridere il mondo. Tutto questo non è accaduto a Washington, dove lo scenario somigliava piuttosto a quello che, nel 1917, portò gli insorti di San Pietroburgo a impossessarsi della sede del governo russo per installarvi il regime sovietico.

Come il Palazzo d’inverno

Lo scenario era infatti quello di un assalto organizzato con la certezza di avere di fronte una assai debole resistenza delle forze dell’ordine e, quindi, un’evidente copertura politica: di questo infatti si è trattato per volontà del presidente uscente ma ancora in carica, il quale rifiutava il risultato elettorale che lo voleva sconfitto, parlava di esso come di una montatura fraudolenta e minacciava, di volta in volta, il riconteggio dei voti, il ricorso alle istanze giudiziarie di singoli stati o addirittura della Corte suprema: segno di una ben orchestrata sinfonia politico-giudiziaria secondo i canoni delle manovre di cui gli avvocati americani sono maestri.

Con un seguito forse imprevisto ma comunque accaduto – quello degli spari e dei morti – che oggi tutti piangiamo – e che però rivela l’esistenza ai vertici della federazione di un tessuto degradato sul quale pare possibile innestare le più temerarie manovre o complotti o congiure o che altro di un simile genere si voglia evocare.

Tutto questo porta il nome di Donald Trump, una figura che deve ancora essere decifrata nei suoi moventi ma che è già chiara negli esiti delle sue azioni. Per lui è giusto apprestare tutte le misure che l’ordinamento prevede per i casi di attentato all’ordinamento democratico e patrocinare la giusta condanna. Ma con una doppia avvertenza: che il caso non si chiude qui e che il caso non riguarda solo gli USA.

Non si chiude qui

Il caso non si chiude qui. Vuol dire che c’è da scavare molto nelle profondità della società americana, nei suoi usi e costumi, nella psicologia dei suoi abitanti, indipendentemente dalle loro preferenze politiche.

Per trovare qui le spiegazioni autentiche delle ragioni per cui un soggetto come Trump possa trovare ascolto in un vastissimo elettorato e, in nome della libertà, propugnare una politica e gesti di governo decisamente sovversivi dell’ordine democratico: non solo gli assalti al parlamento ma gli atti concreti di discriminazione tra i buoni e i meno buoni nella società su cui tali discriminazioni si fondano.

Se questa analisi non si compie, è fin troppo facile fermarsi ad una superficie retorica sulla quale ritrovarsi tutti uniti ad esultare perché il malanno, tutto sommato, era lieve ed è bastato un modesto candidato, cattolico e pure un po’ balbuziente, a svelarne le torbide trame e a disarmarne la mano già pronta a colpire. Se l’analisi vuol essere quella giusta, essa non può eludere la domanda: sconfitto Trump, è cessato il pericolo?

Il caso non si chiude qui. Vuol dire che l’analisi va estesa anche in una dimensione orizzontale che non riguarda un solo paese ma riguarda un intero mondo culturale e i modelli ideali che esso esprime. Quelli per cui la preparazione della guerra è la garanzia di una pace sicura o quelli per cui la libertà del cittadino è meglio assicurata se il cittadino è abilitato a tenere un’arma per difendersi o per ogni altro uso.

Se si indaga sul fallimento di tante strategie per il disarmo pure proclamate in sedi ufficiali, si dovrebbe riflettere sul fatto che esse poggiano su basi di argilla quando non si riesce a mettere in minoranza la posizione che negli USA invoca la garanzia costituzionale per il diritto al possesso delle armi e alla loro libera vendita.

Rovesciare gli addendi

È una constatazione che spinge a patrocinare un ribaltamento delle iniziative per il disarmo: continuare, beninteso, a parlarne per gli aspetti macroscopici, l’atomica e i grandi missili, ma a partire da una base capillare che riguardi le singole persone, cioè dal basso, per un mutamento psicologico che preluda ad un cambiamento degli atteggiamenti etici prima di manifestare mutamenti politici.

Se la guida politica del mondo attuale risiede oggi a Washington, l’integrità democratica della sua guida riveste oggi in interesse mondiale, per cui non ci si dovrebbe meravigliare se, in qualche parte del mondo, qualcuno pretendesse di lanciare un’iniziativa per il disarmo delle persone prima che delle nazioni. Magari in sede ONU con la pretesa di riabilitarne il ruolo. Magari altrove. Ma l’importante sarebbe cominciare a discuterne, rovesciando gli addendi.

La presa del Campidoglio di Washington – Cf. SettimanaNews

M. Neri: Stati Uniti: profanazioni
F. Sisci: Attack on Capitol Values
B. Massingale: I peccati di omissione della Nazione
M. Mazzotti: US Capitol: bandiere e parole
P. Benanti: Twitter e Trump
R. Ranieri: Trump e l’epifania del corpo democratico

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