Russia: memoria strabica

di:
diritti

Yuri Dmitriev

Un consapevole strabismo accomuna in Russia la coltivazione della memoria sia nello stato come nella Chiesa ortodossa. Ne sono un esempio la triplice condanna giudiziaria per il Memorial storico (28 dicembre), il Memorial dei diritti (29 dicembre) e uno dei suoi esponenti maggiori, Yuri Dmitriev (27 dicembre).

Marta Dall’Asta, esperta del mondo religioso russo e direttrice de La nuova Europa, titola drasticamente (Un paese che cerca il suicidio) un suo commento: «Con Memorial e con Dmitriev viene liquidata e dispersa un’immensa, tragica memoria storica raccolta per anni, briciola dopo briciola, con uno sforzo corale di migliaia di persone (sopravvissuti, parenti, studiosi, semplici volontari) che avevano portato, nel caso di Memorial, alla creazione di un’enorme banca dati e di un impressionante archivio, unico al mondo per la sua ricchezza. Tutto ciò era stato raccolto e poi conservato per essere trasmesso con un condiviso senso di responsabilità verso i milioni di vittime mute che, nella documentazione raccolta, potevano almeno sperare di restare nella storia, dopo essere state strappate dalla vita» (La nuova Europa, 29 dicembre).

Le briciole raccolte riguardano oltre tre milioni dei circa 20 milioni di vittime della repressione del potere comunista russo. Dmitriev è stato condannato a 15 anni di carcere duro per false accuse di pedofilia, terrorismo e antistatalismo. Storico di mestiere, ha scoperto le fosse comuni staliniane di Sandarmoch in Carelia, lavorando per 17 anni per dare un nome ai resti trovati.

Al servizio dello stato

Dal 2010 una piegatura legislativa sempre più marcata accompagna la volontà del potere putiniano per una storiografia che privilegi le grandi vittorie dell’URSS (la seconda guerra mondiale) rimuovendo sistematicamente le contraddizioni (il patto Ribbentrop – Molotov) e le violenze programmate all’interno (i gulag, i milioni di morti di fame in Ucraina, gli omicidi di massa di Katyn e Medny).

Sia la legge contro il revisionismo storico (2009) sia la nuova Costituzione (2010) fissano limiti precisi quanto ingiustificati alla ricerca storica. Nella Costituzione si dice: «la Federazione russa onora la memoria dei difensori della patria e protegge la verità storica. Non è permesso di sminuire il significato dell’eroismo del popolo nella difesa della patria».  Si conferma la continuità del potere sovietico con l’attuale, ma si negano la continuità e la contiguità della repressione fra i due periodi.

Con l’esito paradossale di condannare lo stalinismo (sempre meno) e di condividerne la visione imperiale e statalista. Ma soprattutto nessuno si permetta di condannare l’occupazione della Crimea, mettere in dubbio che i soldati sepolti a  Sandarmoch siano sovietici (non finlandesi) e che i 21.000 ufficiali polacchi sepolti a Katyn siano addebitabili ai russi (dopo aver ufficialmente riconosciuto il contrario). Del forzoso tornante storiografico la liquidazione di Memorial è il frutto più amaro.

Fondato nel 1989 da un gruppo di dissidenti fra cui il premio Nobel per la pace, Andrej Sakharov, sostenuto dal lavoro volontario di migliaia di volontari, ha raccolto pazientemente i frammenti di memoria di alcuni milioni di persone vittime della repressione staliniana e sovietica. Attraverso l’archivio, il museo, la biblioteca e la diffusione in decine di centri in periferia (e alcuni all’estero), con oltre 60.000 fondi, è una delle pochissime associazioni pubbliche e indipendenti rimaste.

Dal 1993 è attivo il Memorial per la difesa delle vittime in nome dei diritti umani che edita anno dopo anno il nome delle centinaia di prigionieri politici dell’attuale potere moscovita (oltre 400 per il 2021). Ha inventato le targhe collocate sulle case delle vittime e la pratica diffusa di enumerare i loro nomi nel giorno dedicato alla memoria.

Nel 2008 la polizia irrompe negli uffici per sequestrare computer e materiali, accusando Memorial di presentare una visione estremamente negativa del passato russo. La legge approvata lo bolla col marchio d’infamia di “agente straniero” (a causa delle sovvenzioni provenienti dall’estero). L’attuale condanna riprende la motivazione del 2008: «Memorial crea una falsa immagine dell’Unione Sovietica come stato terrorista». Insudicia la memoria del popolo russo e riabilita i criminali nazisti. Invano il potere ha cercato di assimilare le prassi popolari condivise da Memorial (come l’elenco dei nomi da pronunciare il 30 ottobre, giornata del ricordo delle vittime delle repressioni politiche) davanti al “muro del pianto”, un monumento voluto da Putin con i nomi delle vittime.

Espressione di numerosi tentativi per inglobare e neutralizzare le forme della memoria critica della società civile, senza alcuno spazio a narrazioni alternative e indipendenti. L’alimentazione della paura di un rinnovato attacco militare dall’Occidente e la permanenza condivisa di un giudizio favorevole allo stalinismo (35%) offrono buon gioco al potere centrale e agli organi informativi a sua disposizione. È consuetudine radicata nella storia della dissidenza quella di distruggere i documenti per evitare di  diventare vittime. Succedeva fra il 1937 e 1938 per non apparire appartenenti a mestieri considerati anti-socialisti. Era comune ai sopravvissuti dei gulag per evitare di dover rivivere i traumi subiti. È funzionale alla nomenklatura sovietica per distrarre l’opinione pubblica.

L’effetto complessivo è quello di un mix di stalinismo debole, di conservatorismo post-moderno, di velleità imperiali con una patina di Ortodossia. Qualcosa di mezzo fra amnistia e amnesia.

Al servizio della gerarchia

La Chiesa ortodossa russa condivide gli orientamenti e li applica ai propri interessi. Parlando il 15 ottobre al congresso dei russi all’estero, il patriarca Cirillo ha rivendicato le ragioni del potere russo sia nei confronti della verità storica (non accettare che la Russia possa avere responsabilità nella guerra mondiale in ragione del patto con la Germania nazista) sia nell’attuale tensione con l’Ucraina.

Ragionevolmente più esplicita nella condanna di Stalin («La responsabilità di Stalin per le repressioni è assolutamente ovvia. Forse non è ovvia solo per coloro che vogliono credere nei miti e non alle cifre e ai fatti », così mons. Hilarion, presidente del dipartimento delle relazioni estere del Patriarcato) è del tutto silenziosa sul dissenso interno negli ultimi decenni del potere sovietico e negli anni della transizione.

Dopo oltre 2.000 canonizzazioni di vittime dello stalinismo, ha istituito un giorno della memoria che coincide con il giorno e la logica voluti dal governo. Ma, se Putin riconosce nell’esplosione dell’URSS nel 1991 la catastrofe del ’900, Hilarion la riconosce nella fine del regno dei Romanov del 1918. L’impero dei soviet non coincide necessariamente con l’impero teocratico.

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Un commento

  1. Yuri Manenti 3 gennaio 2022

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