La misericordia nell’abisso del cuore

di: Antonio Torresin

Difficile commentare le tre meditazioni che il papa ha offerto ai preti in occasione del loro giubileo a Roma. Il genere letterario è particolare. Non si tratta di una predica liturgica, neppure di un discorso rivolto ai dei preti convenuti; sono meditazioni, si offrono al singolo come sostegno per un dialogo personale con il Signore. Anche per questo l’andamento è colloquiale, e l’intendimento è quello di “mettere in moto” una dinamica di misericordia.

«Una dinamica di misericordia, non come sostantivo cosificato e definito, né come aggettivo che decora un po’ la vita, ma come un verbo – operare misericordia e ricevere misericordia, “misericoridiare” ed “essere misericordiato”».

Proprio per questo lo stile non è una trattazione sul ministero (cosificata e definitiva) né una pia esortazione (decorativa) ma vuole entrare nel cuore del ministero e del suo dramma. Stilisticamente queste meditazioni non si presentano come delle vere e proprie lectio. Piuttosto è un discorrere intriso di sapienza scritturale e di sapienza esistenziale, tenute sempre in stretta correlazione.

Tre affondi

Dove ci porta questo colloquio sul ministero? Indico tre affondi.

1. Il paradosso del ministero: vergognosa dignità. La parabola del figlio prodigo e prediletto offre l’opportunità di collocare il prete in questo incrocio: egli è come il figlio nel momento in cui, tornato dal padre, vive insieme la vergogna per il proprio peccato e la dignità di cui la misericordia lo riveste. «È uno stato di vergognata dignità. Se ci sforziamo serenamente di mantenere il cuore tra questi due estremi – la dignità e la vergogna – senza tralasciare nessuno di essi, forse possiamo percepire il cuore del Padre». Ecco chi è il prete: non solo un peccatore perdonato, ma «peccatori a cui è conferita dignità. Il Signore non solamente ci pulisce, ma ci incorona, ci dà dignità». E questo paradosso ci porta al cuore: quello di Cristo da cui sgorga la misericordia “come sangue”. E al cuore del peccatore, invitato ad un atto di libertà: «la misericordia si accetta e si coltiva, o si rifiuta liberamente». Occorre andare fino in fondo, fin nell’abisso del cuore e alla sua miseria per rinascere a nuova dignità. «O tutto o niente. Si va fino in fondo o non si capisce nulla». Sembra un linguaggio eccessivo, drammatico, ma senza questo dramma, che il prete vive in prima persona su di sé, non è possibile essere ministri della misericordia, non si accede alla gioia del Padre, non si apre un futuro si speranza per tutti. Eccessivo? «Ma sempre la misericordia esagera, è eccessiva!»

2. Il secondo affondo il papa lo ha offerto nella seconda meditazione: «Il ricettacolo della misericordia». È il nostro peccato. «Il Signore non si stanca di perdonarci, ma rinnova anche l’otre nel quale riceviamo il perdono. (…) Il cuore che ha ricevuto misericordia non è un cuore rattoppato, ma un cuore nuovo, ri-creato … grazie alla fusione della sua miseria con il perdono di Dio». Ancora una volta il cuore, di Gesù e quello del prete. «L’immagine definitiva del ricettacolo della misericordia lo troviamo attraverso le piaghe del Signore risorto, immagine dell’impronta del peccato restaurato da Dio, che non si cancella totalmente né si infetta: è una cicatrice, non una ferita purulenta. (…) Entra li, entra nelle viscere del Signore e lì troverai misericordia. In quella “sensibilità” propria delle cicatrici, che ci ricordano la ferita senza molto dolore e la cura senza che ci dimentichiamo la fragilità, lì ha la sua sede la misericordia divina: nella nostre cicatrici». Poi il papa fa passare i santi che hanno vissuto la ferita della misericordia: Paolo e Pietro anzitutto, uno a partire dalla propria “durezza di giudizio” l’altro “nella sua presunzione di uomo assennato”. La carrellata continua ma è da notare che si concluda con due figure particolari: il parroco del Diario di un curato di campagna e il Cura Brochero. Per il primo quando tutto sembra finto e perduto proprio allora “la lotta è finita”: «La grazia consiste nel dimenticarsi. Però, se ogni orgoglio morisse in noi, la grazia sarebbe solo di amare sé stessi umilmente, come una qualsiasi delle membra sofferenti di Gesù Cristo. (…) Ecco il recipiente. È un recipiente comune, come una vecchia brocca che possiamo chiedere in prestito ai più poveri». L’altro che «si lasciò lavorare il cuore dalla misericordia di Dio» giunge anch’egli alla dimenticanza di sé, della propria compiutezza perché «Non c’è gloria compiuta in questa vita. (…) Molte volte le nostre cose rimangono a metà e, pertanto, uscire da se stessi è sempre una grazia». Infine Francesco si sofferma sulla figura di Maria e sul suo modo di “guardare”: accoglie nel suo grembo, guarisce, osserva “tessendo”, «vedendo come può combinare a fin di bene tutte le cose che la gente le porta», guarda con attenzione le cose piccole, guarda in modo “integro”, unendo tutto il passato, i presente e il futuro.

3. Il terzo affondo nella terza meditazione ci riporta al “misericordiare” per essere “misericordiati”, ovvero al modo con cui il ministero diventa segno e servizio di un incontro di grazia tra il popolo di Dio e il suo Signore. Il prete, mentre è chiamato ad avere l’odore del gregge, a vivere immerso nel popolo di Dio, lo fa a partire dal “buon odore di Cristo”. Francesco sviluppa qui la dimensione sociale, di servizio del ministero, in particolare nel ministero vissuto in povertà, nella confessione, e nelle opere di misericordia. Lo sguardo del prete sul peccato è plasmato da quello di Gesù: il riferimento è all’episodio della donna adultera di Gv 8. Gesù crea un duplice “spazio” creando una pausa: quella di chi non condanna e quella di chi apre e rimette in cammino, «non solo le sgombra la strada ma la pone in cammino». Francesco riprende temi a lui cari che riguardano il confessore, «segno e strumento di un incontro», e per questo comprensibile, disponibile, non autoreferenziale, delicato, capace di rimettere in cammino.

Una considerazione finale

L’immagine del prete che ne esce è insieme antica e moderna. Da una parte sembra molto classica: il prete di cui racconta papa Francesco vive in mezzo al suo popolo, ne condivide la sorte, le fragilità, la povertà. Il suo ministero si attua anzitutto in uno sguardo benevolo, e per questo il confessionale sembra essere il luogo privilegiato per “misericordiare” ma anche essere “misericordiati”. Molto classico. Moderno è il carattere drammatico della lotta contro il male, la sintesi paradossale di grazia e peccato. Il riferimento al curato di Bernanos sembra quello che più di tutti incarna l’immagine del prete che Francesco tratteggia. Cosa manca? Forse un più marcato riferimento al presbiterio, al carattere fraterno e comunitario dell’esercizio del ministero che è certamente uno degli spunti più importanti del Vaticano II nel ridisegnare la figura del prete. Quest’aspetto sembra del tutto assente: il prete pare essere sì inserito nel popolo di Dio, dover avere l’odore del gregge, ma porta anche il peso di una solitudine, di una lotta che avviene anzitutto nell’abisso del suo cuore. Che Francesco di senta così?

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