Francesco nel Caucaso

di: Fabrizio Mastrofini

Difesa del matrimonio, pace, dialogo interreligioso come unico possibile antidoto alla guerra mondiale a pezzi. Papa Francesco in Georgia ed Azerbaigian – due realtà diverse, il primo un paese cristiano, il secondo un paese musulmano – ha presentato il volto di una Chiesa cattolica impegnata a tendere la mano a tutti e allo stesso tempo salda nella difesa dei valori fondamentali della famiglia e della vita. Il magistero di papa Francesco, pur riaffermato nei termini già noti, si è declinato tuttavia a contatto con le due specifiche realtà locali.

La Georgia: famiglia, ecumenismo

A Tbilisi, nel dialogo con sacerdoti, seminaristi, laici, papa Francesco ha usato le espressioni più forti per difendere il matrimonio e denunciare l’invadenza distruttiva della «teoria del gender», ovvero il presunto diritto di ognuno a scegliere il “genere” sessuale cui appartenere. «Oggi c’è una guerra mondiale per distruggere il matrimonio. Oggi ci sono colonizzazioni ideologiche che distruggono, ma non si distrugge con le armi, si distrugge con le idee. Pertanto, bisogna difendersi dalle colonizzazioni ideologiche. Se ci sono problemi, fare la pace al più presto possibile, prima che finisca la giornata, e non dimenticare le tre parole: “permesso”, “grazie”, “perdonami”».

Sul tema dell’ecumenismo ha ribadito che un conto sono le discussioni teologiche, un altro il concreto collaborare. «Lasciamo che i teologi studino le cose astratte della teologia. Ma che cosa devo fare io con un amico, un vicino, una persona ortodossa? Essere aperto, essere amico. “Ma devo fare forza per convertirlo?”. C’è un grosso peccato contro l’ecumenismo: il proselitismo. Mai si deve fare proselitismo con gli ortodossi! Sono fratelli e sorelle nostri, discepoli di Gesù Cristo. Per situazioni storiche tanto complesse siamo diventati così. Sia loro sia noi crediamo nel Padre, nel Figlio e nello Spirito Santo, crediamo nella santa Madre di Dio. “E cosa devo fare?”. Non condannare, no, non posso. Amicizia, camminare insieme, pregare gli uni per gli altri. Pregare e fare opere di carità insieme, quando si può. È questo l’ecumenismo. Ma mai condannare un fratello o una sorella, mai non salutarla perché è ortodossa».

Nel viaggio di ritorno, sull’aereo che lo riportava a Roma, papa Francesco ha avuto parole di apprezzamento e ammirazione per la Chiesa ortodossa georgiana e per il suo patriarca. Rivolgendosi al capo dello Stato, ai vescovi, al corpo diplomatico, nella cattedrale patriarcale di Tbilisi, papa Francesco ha osservato una volta di più che «il messaggio cristiano – questo luogo sacro lo ricorda – è stato nei secoli il pilastro dell’identità georgiana: ha dato stabilità in mezzo a tanti sconvolgimenti, anche quando, purtroppo non di rado, la sorte del paese è stata quella di essere amaramente abbandonato a se stesso».

Azerbaigian: no all’uso strumentale della religione

A Baku – una città moderna, dove i grattacieli sostituiscono ormai i palazzi grigi dell’era sovietica, in un paese sulle rive del Caspio e sopra un mare di petrolio – papa Francesco ha da un lato confermato la piccola comunità cattolica – 7 mila fedeli – e dall’altro ha ribadito la primaria importanza del dialogo interreligioso. Un tema trattato in un ampio discorso, che potrebbe restare come uno degli atti più lucidamente analitici del suo magistero. Davanti alle autorità musulmane ha svolto un ampio discorso che ha preso le mosse dalla pratica della concordia religiosa tra musulmani, ebrei, cristiani, e si è via via arricchito di citazioni di esponenti della cultura azera e non. «Di questa concordia – ha osservato – beneficia l’Azerbaigian, che si distingue per l’accoglienza e l’ospitalità, doni che ho potuto sperimentare in questa memorabile giornata, per la quale sono molto grato. Qui si desidera custodire il grande patrimonio delle religioni e al tempo stesso si ricerca una maggiore e feconda apertura: anche il cattolicesimo, ad esempio, trova posto e armonia tra altre religioni ben più numerose, segno concreto che mostra come non la contrapposizione, ma la collaborazione aiuta a costruire società migliori e pacifiche. Il nostro trovarci insieme è anche in continuità con i numerosi incontri che si svolgono a Baku per promuovere il dialogo e la multiculturalità. Aprendo le porte all’accoglienza e all’integrazione, si aprono le porte dei cuori di ciascuno e le porte della speranza per tutti. Ho fiducia che questo PAESE, «porta tra l’Oriente e l’Occidente» (Giovanni Paolo II, Discorso nella Cerimonia di benvenuto, Baku, 22 maggio 2002: Insegnamenti XXV,1 [2002], 838), coltivi sempre la sua vocazione di apertura e incontro, condizioni indispensabili per costruire solidi ponti di pace e un futuro degno dell’uomo. La fraternità e la condivisione che desideriamo accrescere non saranno apprezzate da chi vuole rimarcare divisioni, rinfocolare tensioni e trarre guadagni da contrapposizioni e contrasti; sono però invocate e attese da chi desidera il bene comune, e soprattutto gradite a Dio, Compassionevole e Misericordioso, che vuole i figli e le figlie dell’unica famiglia umana tra loro più uniti e sempre in dialogo».

Nella seconda parte del discorso papa Francesco ha ribadito che le religioni lavorano per la pace e la crescita delle persone e delle società, a favore e non contro. «Una pace vera, fondata sul rispetto reciproco, sull’incontro e sulla condivisione, sulla volontà di andare oltre i pregiudizi e i torti del passato, sulla rinuncia alle doppiezze e agli interessi di parte; una pace duratura, animata dal coraggio di superare le barriere, di debellare le povertà e le ingiustizie, di denunciare e arrestare la proliferazione di armi e i guadagni iniqui fatti sulla pelle degli altri. La voce di troppo sangue grida a Dio dal suolo della terra, nostra casa comune (cf. Gen. 4,10). Ora siamo interpellati a dare una risposta non più rimandabile, a costruire insieme un futuro di pace: non è tempo di soluzioni violente e brusche, ma l’ora urgente di intraprendere processi pazienti di riconciliazione.

La vera questione del nostro tempo non è come portare avanti i nostri interessi: questa non è la vera questione; ma quale prospettiva di vita offrire alle generazioni future, come lasciare un mondo migliore di quello che abbiamo ricevuto. Dio, e la storia stessa, ci domanderanno se ci siamo spesi oggi per la pace; già ce lo chiedono in modo accorato le giovani generazioni, che sognano un futuro diverso. Nella notte dei conflitti che stiamo attraversando, le religioni siano albe di pace, semi di rinascita tra devastazioni di morte, echi di dialogo che risuonano instancabilmente, vie di incontro e di riconciliazione per arrivare anche là, dove i tentativi delle mediazioni ufficiali sembrano non sortire effetti. Specialmente in questa amata regione caucasica, che ho tanto desiderato visitare e nella quale sono giunto come pellegrino di pace, le religioni siano veicoli attivi per il superamento delle tragedie del passato e delle tensioni di oggi. Le inestimabili ricchezze di questi Paesi vengano conosciute e valorizzate: i tesori antichi e sempre nuovi di sapienza, cultura e religiosità delle genti del Caucaso sono una grande risorsa per il futuro della regione e in particolare per la cultura europea, beni preziosi cui non possiamo rinunciare».

Le periferie

Perché sono venuto fino in Azerbaigian, dove i cattolici sono pochissimi? Papa Francesco ha sentito il bisogno di rispondere alla domanda. E ha toccato il tema delle “periferie” così essenziale per il suo pontificato all’Angelus della messa della domenica, dopo un’omelia in cui ha ribadito il tema della coerenza che deve animare i credenti in Cristo, attenti a non cedere alle lusinghe mondane. «Qualcuno può pensare che il papa perde tanto tempo: fare tanti chilometri di viaggio per visitare una piccola comunità  in un paese di 2 milioni. È una comunità non uniforme, perché fra voi si parla l’azero, l’italiano, l’inglese, lo spagnolo: tante lingue. È una comunità di periferia. Ma il papa, in questo, imita lo Spirito Santo: anche lui è sceso dal cielo in una piccola comunità di periferia chiusa nel Cenacolo. E a quella comunità che aveva timore, si sentiva povera e forse perseguitata, o lasciata da parte, dà il coraggio, la forza, la parresia per andare avanti e proclamare il nome di Gesù! E le porte di quella comunità di Gerusalemme, che erano chiuse per la paura o la vergogna, si spalancano ed esce la forza dello Spirito. Il papa perde il tempo come lo ha perso lo Spirito Santo in quel tempo!»

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