Racconto dalla pandemia

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Don Antonio Guarnieri, parroco di Nembro in provincia e diocesi di Bergamo, ripercorre in maniera testimoniale i giorni che vanno da gennaio a oggi in uno dei territori italiani più colpiti dal Coronavirus. Anche per la parrocchia e il ministero un cammino doloroso, incerto, senza manuale; che conduce però verso la scoperta di piccole cose su cui immaginare anche i tempi a venire della Chiesa.

Lo stupore – condiviso con i tre confratelli preti e la segretaria della casa parrocchiale – mi ha preso ai primi di gennaio: mentre la media dei morti e dei funerali della mia parrocchia, di circa 12.000 abitanti, era ordinariamente di due alla settimana, in quei giorni è improvvisamente salita a cinque. Ancora lontano dal capire, mi chiedevo dubbioso: “Oh Signore, che cosa sta accadendo?”.

Sono andato avanti con questo interrogativo nel cuore per tre settimane. Solo nella seconda parte del mese di febbraio, come tutti, mi sono dato la spiegazione “infettivologica” del fenomeno: ma solo quando il virus, evidentemente, stava già circolando da tempo.

Dai primi di marzo, poi, insieme alla mia comunità, sono stato travolto da una apocalissi, con tutti i significati possibili di questo termine. Con i miei confratelli non riuscivo a seguire tutte le chiamate di chi mi comunicava la morte di una persona loro cara. Sono arrivato a contare sino a otto o nove defunti al giorno: persone dai cinquanta ai sessanta anni in su. Molti della casa di riposo. Nessun giovane: questo no.

Inumanità del morire così

Scrivo subito che, in questi primi giorni di aprile, la media è scesa a poco meno di un defunto al giorno. Ma non siamo ancora tornati ad un numero che si possa considerare “nella norma”.

Il numero dei deceduti è stato naturalmente accompagnato da un numero ben più rilevante di persone ammalate più o meno seriamente – a casa e in ospedale – spesso senza ben sapere di che cosa fossero o siano ammalate. Nella nostra stessa casa parrocchiale ci siamo ammalati tutti, così come altri preti con cui ci si trovava a pranzo. Qualcuno di noi è stato ricoverato. Ora stiamo abbastanza bene.

Non posso fare a meno di ripetere ciò che è già noto a quanti seguono giornali e telegiornali: al dramma si è sovrapposto persino un più grave dramma, stante l’impossibilità dei familiari di accompagnare i loro cari nella morte. Una volta portati all’ospedale in gravi condizioni, i malati non hanno mai più rivisto i loro congiunti. Sono morti soli. Ripeto che i familiari non hanno più potuto rivedere i loro cari. Gli uni e gli altri si sono ritrovati soli e impotenti. Quali pensieri possono aver attraversato la mente, il cuore e l’animo?

Non avevo mai vissuto in me, nella mia famiglia e nei miei parrocchiani, una simile situazione. L’espressione che mi viene ora per dare una definizione della stessa – pur sempre inadeguata – è “disumanità”. La morte in una situazione del genere è veramente disumana. È contraria alla natura umana generata e fatta per la vita nelle relazioni umane. Perché, così, Dio Padre desidera: le relazioni. Questo è l’aspetto che più fa soffrire e che mi fa personalmente molto soffrire. Mi dico ancora: morire in questi giorni è la cosa più disumana che possa capitare!

Il peso delle parole

E io parroco e noi preti, che cosa possiamo fare?  A ogni chiamata non potevo fare molto altro che prendere i dati del defunto, in maniera, inevitabilmente, un poco formale. Ma nel mentre ho cercato e abbiamo cercato di far avvertire da subito la nostra prossimità, la nostra partecipazione e, insieme, abbiamo cercato di trasmettere il senso della nostra preghiera, per ogni defunto, in ogni messa mattutina, sia pur celebrata tra pochi e “a porte chiuse”.

Con i familiari, dunque, abbiamo potuto usare parole, solo parole, semplici parole di umanità. Ma quanto sono importanti le parole! Posso dirlo con sicurezza: poche e semplici parole possono essere di grande consolazione, sono attese, sono ricercate dalla gente in queste situazioni estreme.

Posso testimoniare l’inspiegabile gioia di alcune persone a cui ho semplicemente detto: “Guarda, ti sono vicino, ti siamo vicini, preghiamo per la tua mamma o per il tuo papà…, quando arriveranno le sue ceneri saremo insieme ad aspettarle al cimitero per la benedizione”.

Purtroppo, persino al cimitero – per disposizione igienico-sanitaria – solo un numero ristretto di familiari ha potuto e può partecipare alla benedizione dei resti. Spesso gli stessi familiari più stretti non possono neppure presenziare, perché malati loro stessi ovvero in quarantena per aver prestato assistenza ai loro cari, sinché possibile.

Storie

Ho raccolto storie tragiche e commoventi insieme. Ricordo famiglie colpite da più di un decesso: marito e moglie, padre e figlio, madre e figlia. Ricordo con commozione particolare una figlia morta a distanza di una settimana dalla mamma accudita con cura filiale sino alla fine.

Porto con me lo smarrimento di persone rimaste repentinamente sole, rimaste letteralmente sole in casa nel giro di pochi giorni. Non ci stiamo ancora rendendo conto delle conseguenze. Nel nostro paese c’è un immenso e silente dolore.

Eppure voglio testimoniare l’estrema compostezza dei miei parrocchiani. Piangono in silenzio. Mi dicono: “Le dispiace se la chiamo?”. “Quando sarà passato tutto questo, verrà a trovarmi?”. Queste persone chiedono solo di parlare con qualcuno: col parroco, con un prete, con persone amiche e fraterne.  Sentire e vedere questo è di grande consolazione anche per me. Sono ammirato dalla dignità di tante persone che soffrono. Sto imparando tantissimo.

Voglio citare la storia di una signora che è morta in casa. Mi ha telefonato la figlia per dirmi di essere contenta che la mamma fosse morta circondata dai figli in veglia. Sono arrivato a pensare – e infine – a dire: “com’è bello morire così!”.

Tra tenuta della comunità e una Chiesa “altra”

È consolante vedere, inoltre, come a Nembro sia letteralmente esploso uno spirito forte di servizio e di reciproco aiuto. Era già evidentemente ben presente. Io sono arrivato in questo paese, da parroco, solo l’anno scorso. Sono orgoglioso quindi dei parrocchiani che ho trovato, come dei miei concittadini. Quando il comune ha invitato un certo numero di volontari per portare la spesa a casa, se ne sono presentati tanti altri. In collaborazione col comune, il nostro centro di ascolto dei poveri è un quotidiano fermento di attività di volontariato.

Io sono un parroco, sono un pastore. Non faccio qui lo storico o il teologo accademico. Di fronte tuttavia a queste manifestazioni, non posso che pensare alla tradizione, alla pietà e – perché no – alla fede cristiana che per secoli ha plasmato le coscienze e il carattere di questa gente. È vero che anche qui si registra un certo distacco dalla Chiesa. Ma la Chiesa è sempre stata un punto di riferimento e lo è ancora. Lo potrà essere nel futuro.

Certo dovremo fare una riflessione pastorale attenta dopo questo fatto enorme. Sto dicendo che dovremo guardare ad una pastorale sempre più personalizzata. Stiamo meglio comprendendo infatti come la gente abbia bisogno di contatti e di relazioni particolari, attente, personali. Piuttosto che di grandi eventi.

Io sono sempre stato un po’ restìo, da parroco, a dedicarmi a quella pur necessaria “burocrazia” che c’è pure nella Chiesa. Ora sono convinto: la gente ha sempre meno bisogno di forme esteriori e ha sempre più bisogno di autenticità di legami e di rapporti personali. Questa dura prova ce lo sta dicendo chiaramente.


Testimonianze
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