La macchina del negazionismo climatico

di:
nicola porro

Il giornalista Nicola Porro (foto ANSA/Fabio Frustaci)

Uno dei grandi problemi del nostro dibattito pubblico è che tendiamo a guardare, leggere e ascoltare quelli che già la pensano come noi. Per questo raccomando caldamente di dedicare qualche lunedì sera a Quarta Repubblica, il programma di Nicola Porro in prima serata su Rete4.

A modo suo è molto educativo, capirete molte più cose su disinformazione, fake news, manipolazione e qualunquismo che con un anno di abbonamento al New York Times.

Metà trasmissione di lunedì era dedicata alla crisi climatica, con una tesi precisa da argomentare con servizi, scelta degli ospiti in studio, ritmo del dibattito e interruzioni pubblicitarie: presentare le posizioni ambientaliste – qualunque generica ipotesi di politica pubblica in risposta alla crisi climatica – come declinazioni di un nuovo settarismo ideologico capace di degenerare rapidamente in sopraffazione e violenza.

La costruzione della puntata aveva come obiettivo ultimo, e climax della discussione, la suggestione di una analogia tra ambientalismo e comunismo, tra gli attivisti di Ultima generazione e le Brigate Rosse («C’è un Renato Curcio dell’ambientalismo?», chiede Porro).

Come si costruisce la disinformazione

Un paio di premesse: Nicola Porro è un giornalista intelligente, specie per gli standard del giornalismo italiano. Penso abbia letto più libri di quanti ne ha scritti, frequenta imprenditori, sta in giro da un po’, è persona civilizzata e alfabetizzata.

Quindi se dice cose palesemente false e manipola i dati è per una precisa scelta editoriale (si suppone condivisa dall’editore, Mediaset, che nella gestione di Pier Silvio Berlusconi ha però promesso di alzare la qualità…).

Seconda premessa: l’evidenza del riscaldamento climatico non è più oggetto di dibattito a livello scientifico, così come il contributo delle attività umane all’aumento della temperatura.

Il fatto che si possa sempre trovare uno scienziato che dice il contrario rientra nel diritto alla libertà di espressione, si può anche lecitamente discutere dell’arrivo degli alieni o di astrologia, ma la legittimità scientifica di una tesi deriva dalla sua condivisione nella comunità scientifica (riviste, università ecc.).

C’è ampia facoltà di dibattito sulle implicazioni economiche della crisi climatica (meglio le auto elettriche, ibride o bisogna ridurre le auto?), sugli effetti collaterali da considerare (sostituire la dipendenza dal petrolio con quella dalle terre rare cinesi ecc.).

Ma ci sono già politiche pubbliche approvate e vincolanti – tanto negli Stati Uniti quanto nell’Unione europea – che guidano la transizione energetica e industriale.

Quarta Repubblica e altre testate della destra italiana sono ferme a un dibattito da anni Settanta, si interrogano se fa molto caldo e rispondono guardando fuori dalla finestra (ma se sudano dicono semplicemente che a luglio si è sempre sudato). E così i sedicenti campioni degli interessi italiani mettono le premesse culturali perché l’Italia resti ai margini dalla nuova industrializzazione verde e, nel breve periodo, dall’accesso a investimenti e incentivi pubblici.

Fine delle premesse. Vediamo dunque il «metodo Porro» per disinformare.

Il primo ingrediente sono gli ospiti: c’è Daniele Capezzone, privo di qualunque competenza specifica ma opinionista ricorrente di Mediaset, c’è Chicco Testa, l’ambientalista che piace all’industria e agli anti-ambientalisti perché è diventato così pragmatico da sostenere il nucleare e da avversare ogni scelta radicale, poi c’è una attivista di Ultima Generazione, Beatrice Pepe, e un ex giornalista diventato politico dei Verdi, Francesco Emilio Borrelli.

Cosa manca?

Nessuno scienziato, nessuno titolato ad avere una autorevolezza superiore agli altri ospiti in studio. Anzi, l’unico «tecnico» sembra scelto per screditare il sapere specialistico, il meteorologo Mario Giuliacci, personaggio pop televisivo ma non un accademico. E comunque anche lui sostiene tesi negazioniste, il titolo del suo intervento è «Le fake news sul cambiamento climatico».

Lo scopo di questo parterre è presentare la crisi climatica come una questione ideologica e identitaria, gli ambientalisti preferiscono la natura alla crescita e all’industria, i pragmatici si oppongono a questa deriva in nome del buonsenso, non perché amino vivere in un mondo inquinato e desiderino l’estinzione della specie umana.

Manipolare i dati

Come funziona questo schema è ben chiaro. A un certo punto Beatrice Pepe di Ultima Generazione parla di 18.000 persone morte per caldo in Italia nel 2022. Capezzone inizia a prevaricarla, urlando come un ossesso: «Ma quale dato scientifico?», «Lei non ha nessuna possibilità di dimostrare che quelle persone sono morte per il caldo», «Lei è una cartomante», «Ma chi lo dice che sono morte per il caldo, questo è il metodo Wanna Marchi».

Nicola Porro interrompe su Wanna Marchi, ne fa una questione di buona educazione. Lo spettatore resta sospeso: Beatrice Pepe ha sparato un numero a caso o Daniele Capezzone non ha idea di cosa parla?

«Giuliacci, dopo la pubblicità lei ci deve parlare dell’uragano: c’è stato o non c’è stato?», interviene Porro.

Ovviamente Capezzone non sa di cosa parla, o mente sapendo di mentire.

Ha ragione Beatrice Pepe che – pur richiamandosi genericamente alla «scienza» invece di citare con precisione la fonte – si limita a riferire un dato di uno studio pubblicato (17 luglio 2023) da Nature Medicine: Heat-related mortality in Europe during the summer of 2022.

articolo nature

Gli autori dello studio stimano, osservando le variazioni dei tassi di mortalità, in Europa nel 2022 ci siano state 61.672 morti «relative al caldo» in Europa. In Italia la stima è 18.010, con un intervallo di confidenza al 95 per cento tra 13.793 e 22.225. Non spiegheremo a Capezzone cos’è, ma l’interpretazione è che il numero di extra-morti attribuibile al caldo rientra con una quasi certezza è in quella forchetta.

Beatrice Pepe ha ragione. Capezzone, che dopo una carriera politica oggi è un giornalista, non soltanto l’ha aggredita ma ha affermato due cose false che negano i dati e il metodo scientifico stesso: (a) parlare di 18.000 morti da caldo è legittimo, o quantomeno è più legittimo che negarli visto che lo studio c’è; (b) Capezzone magari non sa niente di statistica, regressioni ecc., ma da decenni ci sono tecniche che permettono di stabilire come la variazione di una variabile ne influenza un’altra, con quale forza e con quale probabilità.

L’assurdità logica di Porro 

Inutile sperare che sia il conduttore a fare chiarezza. Perché Porro incorpora il negazionismo nella struttura del programma. E non si limita a negare la crisi climatica, ma la logica e l’approccio razionale ai dati.

Dopo 36 minuti di trasmissione presenta dati che dovrebbero far ammutolire il pubblico: Lombardia, Piemonte e Veneto sono le regioni più inquinate d’Italia ma anche quelle dove si vive più a lungo. Poiché gli ambientalisti dicono che di inquinamento si muore, il dato sulla vita media sembra contraddire il loro allarmismo e la richiesta di politiche che riducano le emissioni.

L’argomentazione è una barzelletta logica, ovviamente. Per varie ragioni. Primo: oggi in Lombardia la vita media è di 83,6 anni dato un livello di inquinamento che identifichiamo come 100. Se l’inquinamento fosse 80, invece di 100, la vita media aumenterebbe o diminuirebbe? Se hanno ragione gli ambientalisti, aumenterebbe, se ha ragione Porro rimarrebbe uguale.

Ma dire che in Lombardia c’è l’inquinamento e una vita media lunga non basta a concludere che l’inquinamento è irrilevante. Per paradosso, l’uso che Porro fa dei dati potrebbe portare alla conclusione opposta: bisogna inquinare di più per vivere più a lungo.

Ovviamente è sbagliato l’approccio: l’inquinamento è correlato con molte altre variabili che spiegano la vita media più elevata. In gran parte l’inquinamento dipende dall’attività economica, regioni più ricche saranno più inquinate ma avranno anche PIL pro capite maggiore, sanità migliore, i lavoratori faranno mansioni meno usuranti, potranno permettersi cibo di qualità più alta che fa ingrassare meno e così via.

Peraltro, ridurre l’inquinamento in regioni altamente sviluppate è più facile che in quelle più povere, come si deduce anche dalla stessa trasmissione di Porro, nei primi servizi: una famiglia a reddito basso che ha una vecchia auto a gasolio farà più fatica a sostituirla con una elettrica rispetto a una famiglia milanese benestante che cambia il SUV a benzina ogni due-tre anni.

Ma di questi ragionamenti non c’è traccia nella puntata.

Puntare al portafoglio

Spegnere la TV o chiudere l’iPad è ovviamente una tentazione forte, ma non servirà a far sparire dal flusso social e televisivo le fake news e le manipolazioni diffuse da Quarta Repubblica.

Alla disinformazione si reagisce in due modi. Il primo è con una informazione precisa. Beatrice Pepe ha retto abbastanza bene i colpi in studio, ma lei e gli altri attivisti che accettano il confronto nei talk devono essere molto più consapevoli delle logiche narrative nelle quali vengono calati, per disarticolarle.

Se si cita un dato, bisogna padroneggiarlo, indicare la fonte, argomentare. E il resto del team di supporto deve diffondere link e tabelle nei social per contrastare i commenti favorevoli alle fake news.

L’altro modo per combattere la disinformazione climatica è puntare all’anello debole: le aziende.

Anche le peggiori, perfino quelle che si occupano di carbone e petrolio, cercano di sembrare verdi. Ma è chiaro che qualunque bilancio di sostenibilità o certificazione ESG serve a poco se poi compri spazi pubblicitari in programmi che fanno disinformazione climatica.

Fossi al posto di Ultima Generazione non lancerei un boicottaggio di Porro, ma dei suoi inserzionisti, con il noto approccio name and shame: le aziende che finanziano media impegnati nella disinformazione climatica dovrebbero assumersene la responsabilità.

Un esempio: a me che guardo la trasmissione in streaming appare la pasta Voiello, che è un marchio Barilla. Ma davvero alla Barilla non interessa che i suoi prodotti vadano a sostenere il negazionismo climatico? E alla Ferrero, con i suoi Kinder Pinguì, non importa contraddire anni di sforzi sulla sostenibilità per essere associata a questo tipo di contenuti?

  • Pubblicato sul blog Appunti il 13 settembre 2023
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Un commento

  1. Alberto 19 settembre 2023

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