P. Martin: “Ma Dio ama anche gay e lesbiche”

di: Luigi Gioia

relazione nuova tra Chiesa e persone LGBTIncontro p. James Martin nel suo ufficio all’11° piano di un grattacielo nel cuore di Manhattan. È impressionante passare dalla frenesia dell’affollatissima Avenues of America alla calma e al silenzio che regnano nell’ufficio di questo gesuita famosissimo in America per i suoi libri di spiritualità, il suo sorriso, la sua cordialità, la sua spiccata sensibilità pastorale e la sincera amicizia con famosi anchormen come Stephen Colbert o stilisti come Anna Wintour.

P. Martin è altrettanto apprezzato in Vaticano, dove è consultore per il Segretariato per le comunicazioni, anche se di stesso modestamente afferma: «La mia missione è quella di ogni altro gesuita: predicare il Vangelo».

In Italia è stato appena pubblicato nella nostra lingua il suo ultimo libro, Un ponte da costruire. Una relazione nuova tra Chiesa e persone LGBT, che ha avuto un immenso successo negli USA e ha provocato un confronto fecondo e talvolta animato sulla sfida pastorale che le comunità LGBT pongono alla Chiesa. Comincio facendo a Jim (così chiede di essere chiamato) questa domanda:

– Padre Jim, cosa l’ha condotta a scrivere questo libro?

Nel 2016 ci fu un terribile massacro in una discoteca a Orlando in Florida nel quale 49 persone, la maggior parte uomini gay, furono brutalmente uccise. All’epoca si trattava del più grande massacro nella storia americana.

Ogni volta che avvengono tragedie di questo tipo, i vescovi del nostro paese rilasciano dichiarazioni che condannano gli incidenti e porgono le loro condoglianze. Ma, per il massacro di Orlando, solo pochi vescovi intervennero.

Ne fui profondamente colpito e capii quanto, anche in circostanze di questo tipo, i nostri fratelli e sorelle LGBT siano invisibili per noi, siano “altri”. Ho scritto questo libro per colmare il divario tra la Chiesa istituzionale (quelli che prendono decisioni, vescovi, preti e laici in posizione di responsabilità) e i cattolici LGBT. Un ponte da costruire è basato sul Vangelo, in conformità totale con l’insegnamento cattolico e sulla richiesta del Catechismo della Chiesa cattolica di trattare le persone LGBT con “rispetto, compassione e delicatezza” (n. 2358). Ugualmente, i cattolici LGBT sono chiamati a mostrare lo stesso atteggiamento nei confronti dei leaders ecclesiastici.

– Molti cristiani provano disagio anche solo a parlare di “‘gay“, “lesbiche” e “comunità LGBT”. Come spiega questo disagio?

Le ragioni sono diverse. Talvolta non conoscono da vicino persone LGBT. Tutto cambia quando si tratta di un figlio, un nipote, un fratello, una sorella, oppure di amici. Una delle più grandi intuizioni di papa Francesco è la sua promozione della “cultura dell’incontro”. È facile coltivare pregiudizi e luoghi comuni su persone che non conosciamo. Ma quando ci incontriamo e impariamo a conoscerci, allora tutto cambia.

Un’altra ragione è la spiccata omofobia presente nelle nostre Chiese. Le persone LGBT sono viste prima di tutto attraverso il prisma del peccato, anche quando abbracciano la castità. E poi c’è semplicemente l’odio. È un odio fondato soprattutto sulla paura di gay e lesbiche perché sono diversi. Dice il Nuovo Testamento “L’amore perfetto scaccia il timore”. Ma io aggiungerei: “La paura scaccia l’amore”.

relazione nuova tra Chiesa e persone LGBT

– Molte persone gay sono state ferite dal messaggio della Chiesa e lo associano con la colpevolizzazione e il giudizio. Cosa direbbe loro?

Sì, è vero. Mi sono state riportate storie incredibili sul dolore causato a persone gay da preti o da altre persone di Chiesa. Sento storie di questo tipo ogni giorno.

Ad un uomo autistico che aveva dichiarato la sua omosessualità alla sua famiglia ma senza avere nessuna relazione di tipo sessuale, un operatore pastorale dichiarò che gli era vietato ricevere la comunione. Questo è completamente contrario all’insegnamento della Chiesa. Una donna lesbica mi disse che il suo parroco le dichiarò che persone del “suo tipo” non erano benvenute.

Cosa dico loro? Prima di tutto, ascolto il loro dolore e lo riconosco. Poi ricordo loro che sono cattolici battezzati e che fanno parte della Chiesa tanto quanto il papa, i vescovi, i parroci o me.

Poi li aiuto a trovare una parrocchia accogliente. Quindi ricordo loro che ci sono persone crudeli e prive di tatto in qualsiasi organizzazione e che tali voci non rappresentano tutta la Chiesa.

Infine, chiedo loro perdono a nome di tutta la Chiesa. Se ritengono di essere stati feriti dalla Chiesa ufficiale, posso chiedere loro perdono in nome della Chiesa ufficiale.

– Da quando il suo libro è uscito ha ricevuto un’accoglienza assai positiva ma anche reazioni ostili. Come spiega questa ostilità?

La stragrande maggioranza dei cattolici continua a dirmi quanto il libro corrisponda a un bisogno e quanto sia utile.

Lo scorso fine settimana un parroco mi ha detto che il libro ha aiutato un giovane della sua parrocchia ad accettare la sua omosessualità. Il libro è stato approvato dai miei superiori gesuiti e appoggiato pubblicamente da tre cardinali e da diversi arcivescovi e vescovi. È stato usato anche in gruppi parrocchiali in tutto il paese e sono stato invitato a parlare in tantissime parrocchie.

Ho ricevuto critiche legittime e ponderate da diversi commentatori e, per rispondere loro, ho rivisto e ampliato il libro in inglese e ho avuto proficue conversazioni online.

Quanto alle molte reazioni ostili, bisogna riconoscere che sono causate da pura omofobia. Purtroppo c’è tanto odio nel mondo e molte delle risposte più ostili vengono da persone che non hanno nemmeno letto il libro.

– Cosa voleva dire papa Francesco con la sua famosa frase “Chi sono io per giudicare”?

È la risposta che diede ad un giornalista che gli faceva domande su preti gay. Il papa diede allora quella famosa risposta. Poco tempo dopo, qualcuno gli chiese di chiarificare questa dichiarazione e lui la estese a tutte le persone gay. E ha continuato a rilasciare affermazioni positive sulle persone LGBT nel corso del suo pontificato. La frase intera in realtà è: “Se una persona è gay e cerca il Signore e ha buona volontà, chi sono io per giudicarla?”.

Cosa vuole dire? Non posso certo parlare a nome del papa, ma direi questo: Gesù ci dice di non giudicare gli altri. Poi direi che le persone LGBT fanno del loro meglio per vivere in accordo con il Vangelo. Infine, direi che né lui né nessuno può conoscere cosa avviene del cuore di una persona. Occorre comunque riconoscere che questa frase ha riconciliato innumerevoli persone LGBT che si erano sentite continuamente giudicate dalla Chiesa e ha ricondotto tantissimi alla Chiesa.

– Cosa direbbe alle persone LGBT che si sentono chiamate a diventare preti o suore?

Direi che devono seguire la chiamata di Dio che è sempre da onorare. Come indica la dichiarazione di papa Francesco, come possiamo allontanare persone che cercano di seguire la chiamata di Dio nella loro vita?

Per una ragione che mi sfugge, tanti dicono che queste persone non possono vivere la castità o il celibato, il che è ridicolo. Conosco decine di preti, religiosi e religiose gay che vivono pienamente il loro celibato in uno spirito di servizio e di dedizione. E, visto che il Catechismo invita le persone LGBT al celibato, questi preti o religiosi vivono in accordo con l’insegnamento della Chiesa. Davvero non capisco chi vorrebbe escluderli dal presbiterato e dalla vita religiosa.

– Cosa direbbe ai cristiani che vorrebbero essere più aperti nei confronti della comunità LGBT?

Direi, prima di tutto, di imparare a conoscere e ad ascoltare queste persone e di incontrarli come fratelli e sorelle, come amici. Poi dobbiamo ricordare che Gesù è andato prima di tutto incontro a coloro che si sentivano ai margini della società nella Galilea e nella Giudea del primo secolo: la samaritana, il pubblicano, il lebbroso… Non c’è nessuno più marginalizzato delle persone LGBT nella Chiesa di oggi.

– Cosa dovrebbe fare un prete se una coppia gay gli chiedesse un consiglio su come migliorare la loro relazione?

Il prete dovrebbe fare un discernimento molto accurato. L’arcivescovo di Vienna, card. Christof Schönborn, ha parlato di un suo conoscente gay che viveva una relazione. Nel periodo del Sinodo sulla famiglia del 2015 disse che questa coppia condivideva «la vita, le gioie, le sofferenze e che si aiutavano a vicenda». Occorre quindi riconoscere che questa persona aveva compiuto passi decisivi per il proprio bene e per il bene degli altri, anche se si tratta di una situazione che la Chiesa non considera “regolare”.

– Come dovrebbe reagire una persona gay quando sente dei cristiani fare affermazioni omofobe?

Dovrebbe reagire esattamente come farebbe udendo cristiani fare affermazioni razziste, sessiste o xenofobe. Dovrebbe correggere i suoi fratelli e le sue sorelle cristiani nella carità e ricordare loro che siamo chiamati a lottare per coloro che sono perseguitati. Come ha detto l’arcivevescovo irlandese Diarmuid Martin: «Chiunque non manifesta amore nei confronti di gay e lesbiche insulta Dio. Non sono solo “omofobi” ma “deofobi”, perché Dio ama tutti».

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6 Commenti

  1. GRAZIA RUINI 12 giugno 2018
  2. Gianni Paciullo 12 giugno 2018
  3. Claudio Bargna 11 giugno 2018
  4. Patrizia Pane 11 giugno 2018
    • Gianni Paciullo 12 giugno 2018
  5. C.S. 11 giugno 2018

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