Pompili: I 10 anni CEI di Bagnasco

di: Lorenzo Prezzi

Bagnasco

Dall’Assemblea CEI di questo mese sarà espressa la terna di nomi tra i quali papa Francesco sceglierà il prossimo presidente della CEI in sostituzione dell’arcivescovo di Genova, il card. Angelo Bagnasco, alla scadenza del suo secondo mandato ed eletto, nel frattempo, presidente del Consiglio delle Conferenze episcopali europee (CCEE). Domenico Pompili, dal 2015 vescovo di Rieti, è stato direttore dell’Ufficio nazionale per le comunicazioni sociali della CEI dal 2007 e, dal 2009, sotto-segretario della stessa. A lui abbiamo chiesto di tracciare un bilancio sommario dell’azione del card. Bagnasco come presidente della CEI.

– Mons. Pompili, quando, dieci anni, fa il card. Bagnasco fu nominato presidente della CEI dopo il lungo “regno” del card. Ruini, quali erano le attese più diffuse nell’episcopato?

Le attese, se ricordo bene, erano due: un più marcato spirito collegiale e un alleggerimento della struttura della CEI. Bagnasco, del resto, viene chiamato da Benedetto XVI, il quale non aveva mai fatto mistero del fatto che le Conferenze episcopali non hanno valore teologico. In concreto, dare impulso alla missione della Chiesa, evitando che l’apparato istituzionale si avviti su stesso.

Bagnasco parlerà del suo compito come di «un servizio alla fraternità» e della CEI come di una «struttura di servizio». Quando Francesco poi incontrerà per la prima volta i vescovi italiani, dirà loro: «Andate avanti con fratellanza», ammonendo il pastore di non trasformarsi «in un funzionario, un chierico di stato, preoccupato più di sé, dell’organizzazione e delle strutture, che del popolo di Dio».

– Riprendendo le sue numerose prolusioni, vi sono elementi che tornano con insistenza: dall’emergenza lavoro alla povertà (i pacchi viveri), dai temi eticamente sensibili alle emergenze (ambiente, terremoti, demografia ecc.), dai programmi pastorali agli eventi ecclesiali. Quali sono le linee di maggiore continuità nel suo servizio di presidenza?

Prendo i “pacchi viveri”, di cui Bagnasco parlò sin dal maggio del 2007, come istantanea del decennio passato. Sulle prime sembrò un’esagerazione da clima post-bellico, mentre era la situazione reale. La linea di continuità della presidenza Bagnasco sta proprio in uno sguardo “dal basso”, che si fa orientare da fatti puntuali. E poi diventa insistenza ossessiva sulla questione del lavoro.

Accanto, c’è un altro “chiodo fisso” che è la famiglia. Non tanto in astratto, come difesa di un modello prestabilito, ma come ammortizzatore sociale. L’obiettivo non era in primo luogo di carattere etico, ma culturale. Si trattava, cioè, di ritrovare il “noi” rispetto alla prevaricazione dell’io, elevato a sistema.

Occorre riconoscere che, negli ultimi anni, lo spazio del bene comune si è assottigliato e si è persa la vicinanza con chi resta indietro. Questa miopia ha prodotto nel frattempo, come reazione, fenomeni di aperta contestazione che spregiativamente chiamiamo populismo. Da cui segue la mancata fiducia nei riguardi delle istituzioni.

– Ricordo un’apertura di credito al centro-destra di Berlusconi nella sua prima prolusione e le successive critiche. Qual è stata la sua posizione rispetto ai temi politici, alla democrazia, all’Europa?

Di sicuro, il card. Bagnasco non è «un animale politico» e la sua leadership è stata minimalista rispetto alla politica. L’episodio iniziale della busta recapitata a Genova con un proiettile dentro da parte di uno squilibrato ha segnato più di quello che si pensa la vicenda pubblica di Bagnasco.

Specchio di ciò è stato anche il rapporto con il mondo della comunicazione. Non cercava l’intervista ad effetto o la trovata sopra le righe, ma misurava le parole, a rischio di apparire afono e diafano. C’è da dire però che, quando si toccavano questioni sensibili per la famiglia, l’educazione, la sanità, la legalità, non è stato mai silente, a costo di essere accusato di ingerenza, una volta da destra e una volta da sinistra. La posizione di imparzialità e non di semplice neutralità col tempo è andata affermandosi con chiarezza, anche rispetto a ipotesi di «partito cattolico», sempre rispedite al mittente.

Rispetto all’Europa, registro due atteggiamenti: la cordiale apertura ad un’integrazione del Continente, ma senza complessi, cioè senza subalternità rispetto ad altri modelli. È un italiano convinto e un europeo consapevole.

– Dal punto di vista pastorale, mi pare che il card. Bagnasco abbia privilegiato il presbiterio e la Caritas. È così?

Ha accompagnato la recezione del Vaticano II, di cui sono frequenti gli accenni nei suoi interventi, privilegiando i preti, a cui ha dedicato un’attenzione costante, senza sorvolare sui problemi più spinosi, compresa la pedofilia.

Del prete ha rilanciato la sua funzione educativa, auspicando che sia capace di «ricostruire la cura tra le generazioni». Un ministero-ponte quello del prete, chiamato oggi a concentrarsi sulla sua identità spirituale per ritrovarsi.

Quanto alla Caritas, è stata collocata decisamente al centro dell’azione ecclesiale, liberandosi da taluni sospetti che, anche nell’immaginario, la vedevano come la punta avanzata di un corpo più conservatore. Di fatto, la Caritas ha visto crescere non solo i fondi a propria disposizione, ma anche la sua funzione pedagogica di orientamento per tutti. Grazie ad essa, e alla Fondazione Migrantes, la disoccupazione, l’immigrazione, l’illegalità, la marginalità sociale sono diventate questioni importanti prima che la cronaca le imponesse all’attenzione di tutti.

Questa opzione per la dimensione sociale prima che politica è la cifra della presidenza Bagnasco. Come a dire che il momento della dialettica tra i partiti è secondo rispetto all’animazione del corpo sociale.

– Un presidente meno invasivo e meno presente a Roma come ha salvaguardato la dimensione collegiale della CEI e la funzionalità dei servizi centrali?

Confesso che, nei primi anni della sua presidenza, il card. Bagnasco sembrava un “alieno” negli uffici di via Circonvallazione Aurelia. Non solo per la sua presenza assai fugace, ma anche per una specie di ostentata estraneità rispetto all’organizzazione degli uffici.

La sua “genovesità”, peraltro, lo rendeva sospettoso nei riguardi della struttura e dei costi. Ricordo quando impose per l’Assemblea della CEI una cartella assai modesta al posto di quella più elegante. Piccolo indizio di una sobrietà che avrebbe segnato il suo corso, sempre sul chi va là quando si trattava di allestire eventi e promuovere iniziative culturali.

Più che attraverso momenti pubblici, il contatto coi vescovi è stato fatto di colloqui personali, sempre un passo indietro rispetto alla responsabilità di ogni pastore nella propria Chiesa. Così è andata crescendo la sua familiarità con il corpo episcopale, all’inizio forse un po’ intimidito dalla sua stessa timidezza.

Con la Segreteria generale della CEI c’è stato un rapporto costante che, in qualche momento, ha patito la lontananza fisica, ma che, alla fine, ha distinto chiaramente la funzione di linea che dà il Presidente rispetto a quella pratico-organizzativa che spetta al Segretario generale.

– Bagnasco ha indicato l’umiltà, l’obbedienza e la discrezione come caratteristiche del servizio di presidenza. Ha parlato di sé?

Non so se parlasse di sé. Però qualcosa di quelle tre cose si ritrovano nel suo modo di fare il presidente della CEI. Uno stile dimesso, cioè senza protagonismi, evitando qualsiasi polemica. Una presidenza tesa all’ascolto, cioè a capire prima che a parlare. Penso che anche alcune sue scelte o… non scelte nascessero da istanze altre rispetto a se stesso. Non dava l’idea di avere un “suo” programma, salvo quello di salvaguardare l’unità della Chiesa, sottraendola al pericolo di contrapposizioni e di lacerazioni. Quanto alla discrezione, penso si sia trattato semplicemente del suo temperamento schivo e disincantato.

– Quali sono le critiche più diffuse che gli sono state rivolte?

Una l’ho già accennata tra le righe. L’irrilevanza in cui sarebbe precipitata la Chiesa italiana rispetto alla dinamica politica. Un’altra è un’eccessiva dipendenza dal magistero. Questo era quanto veniva scritto nella fase di Benedetto XVI, facendo riferimento alle lunghe citazioni del papa specie nella prima parte delle prolusioni. Un’altra ancora è stata quella di non smarcarsi adeguatamente dal pregresso, insistendo su una continuità superata dai fatti.

– Come ha interpretato Bagnasco il particolare rapporto dell’episcopato con papa Benedetto e papa Francesco?

Con la persuasione che il papa è… il papa. L’episcopato italiano è considerato, specie all’estero, troppo schiacciato su Roma. In realtà, i vescovi italiani si lasciano ispirare dal papa in ogni stagione. E il presidente della CEI ha fatto la stessa cosa. Ora papa Francesco attenderà la terna espressa dall’assemblea di maggio per poi designare lui il nuovo presidente. Bagnasco continuerà a stare nella sua Genova. Immagino grato per la straordinaria avventura che gli è toccata di vivere. A cui, credo, non avrebbe mai pensato.

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