Il silenzio /4

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Il silenzio è un tema che richiama immediatamente il clima della vita monastica e che riceve oggi attenzione crescente. Ce ne parla l’abate cistercense Jean-Marc Thevenet intervistato da Francesco Strazzari nel volume: La giornata di un monaco, EDB, Bologna 2016 (dello stesso volume abbiamo già pubblicato: la vocazione; la preghiera e l’obbedienza).

Eremo Camaldoli

«In ambiente monastico si parla molto del silenzio… e sul tema si ritorna spesso, segno sicuro della sua importanza, ma anche – bisogna riconoscerlo – della difficoltà a integrarlo bene e a viverlo. Si coglie l’importanza di questo valore che, fin dalle origini del monachesimo cristiano, è percepito come essenziale, ma che non è specifico del cristianesimo, poiché lo si ritrova in altre grandi tradizioni spirituali anteriori, come l’induismo e il buddhismo».

– Lei ha detto con humour che del silenzio si parla molto.

«Sì, perché dai primi monaci del deserto d’Egitto fino ai nostri giorni, il silenzio è sempre stato considerato come un elemento fondamentale dell’itinerario spirituale del monaco. Così san Benedetto scrive nella sua Regola: “In ogni tempo, i monaci devono coltivare il silenzio” (RB 42,1). E ancora: “A motivo dell’importanza del silenzio verrà concesso raramente il permesso di parlare, fossero ancora discepoli perfetti, anche per intenti buoni, santi ed edificanti” (RB 6,3). Ma tali affermazioni non fanno altro che riprendere l’insegnamento dei grandi testimoni della tradizione monastica anteriore.

In fedeltà alla Regola di san Benedetto, i primi cistercensi, nel XII secolo, accentuarono ancora di più la disciplina del silenzio con regole molto severe. E la riforma trappista del XVII secolo si spingerà ancora più lontano, con la sua forte insistenza sulla dimensione penitenziale del silenzio e l’uso esclusivo del linguaggio con i segni per le comunicazioni tra i monaci. Posizione radicale che sembra fare del silenzio un valore in sé, mentre non si tratta che di un mezzo al servizio dell’ascolto e della parola.

È vero che se l’uso della parola è stato spesso percepito in maniera negativa è perché in questo ambito gli abusi non mancano: parole che feriscono la carità, parole che esacerbano l’ego, parole che giudicano e condannano, parole che dividono e suscitano conflitti. Cosa che spinge Giacomo a scrivere nella sua lettera: “La lingua nessuno la può domare: è un male ribelle, è piena di veleno mortale. Con essa benediciamo il Signore e Padre e con essa malediciamo gli uomini fatti a somiglianza di Dio” (Gc 3,8-9). E viceversa: “Se uno non pecca nel parlare, costui è un uomo perfetto, capace di tenere a freno anche tutto il corpo” (Gc 3,2)».

– È un esercizio difficile anche per un monaco che vive di silenzio e nel silenzio più di ogni essere umano?

«Sì, perché l’uso della parola non è qualcosa di spontaneo né di facile da conquistare. Domanda una buona conoscenza di sé e una padronanza delle sue reazioni istintive. Esige soprattutto di sviluppare in sé una vita interiore abitata dalla presenza del Signore. Anche colui che entra nel monastero dovrà sottoporsi a una lunga e severa disciplina se vuole poter ottenere un giorno la grazia del silenzio interiore.

Scrive Maurice Zundel: “Il silenzio non è una consegna, una disciplina che venga imposta. Il silenzio è qualcuno che si guarda, in chi lo si vive, qualcuno che si respira e la cui presenza, giustamente, suscita di continuo lo stupore e il rispetto” (Ta Parole comme une source, Desclée, Paris 1989, 255)».

– Mi pare di capire che il silenzio non è semplicemente «tacere», ma è qualcosa di più profondo, di diverso.

«Non è sufficiente imparare a tacere. Occorre farsi “ascolto” per accogliere la Parola che impregna tutta la realtà e non cessa di agire e farsi attenti alle suggestioni dello Spirito Santo. Ecco la vera ragione del silenzio! È quello che faceva dire al beato Guerrico d’Igny, cistercense del XII secolo: “Ora, se un silenzio profondo invade la tua anima, la Parola onnipotente verrà nel segreto e cadrà su di te”».

Invito al silenzio– Come vivono i monaci cistercensi questo connubio silenzio e parola?

«Nell’Ordine, il silenzio è una delle principali valori della vita monastica. Assicura la solitudine del monaco nella comunità. Favorisce il ricordo di Dio e la comunione fraterna; apre alle ispirazioni dello Spirito Santo, porta alla vigilanza del cuore e alla preghiera solitaria davanti a Dio. È la ragione per cui, “in ogni tempo, ma soprattutto nelle ore della notte, i fratelli si applicano al silenzio, guardiano della parola e nello stesso tempo dei pensieri” (Costituzioni dei cistercensi-trappisti).

Silenzio e parola non dovrebbero mai opporsi. Sono entrambi mezzi da mettere al servizio di una comunicazione autentica e corretta tra fratelli e nella relazione di intimità con Dio. D’altronde, come notava giustamente una delle grandi figure del monachesimo primitivo: “Vi sono coloro che sembrano far silenzio, ma il loro cuore condanna gli altri. Queste persone parlano continuamente. Chi, viceversa, parla dal mattino alla sera e conserva il silenzio perché non dice niente che non sia una utilità spirituale” (Abba Poemen)».

– Che cosa offrono il silenzio e la parola?

«Il silenzio favorisce l’unione con Dio. Unione che il monaco cerca di vivere attraverso tutte le attività della sua giornata grazie al “ricordo di Dio”, cioè con un’attenzione vigilante alla sua presenza. Favorisce ugualmente la comunione fraterna creando nel monastero un’atmosfera di raccoglimento e di calma che permette di accogliere e ascoltare l’atro meglio.

Quanto alla parola, essa crea e nutre le relazioni fraterne: incoraggiamento, aiuto reciproco, riconciliazione, sostegno, condivisione profonda, che sono il criterio della comunione con Dio: “Se uno dice: ‘Io amo Dio’ e odia suo fratello, è un bugiardo. Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede” (1Gv 4,20).

La giusta misura tra silenzio e parola è quindi la carità. Rompere il silenzio dell’altro, imporgli parole superficiali, incitarlo a lamentarsi o a criticare, è altrettanto dannoso delle parole di impazienza o di collera. Al contrario, certi silenzi, espressione dell’aggressività verso gli altri o di ripiegamento su di sé, escludono dalla fraternità, quando un sorriso o un gesto silenzioso possono essere sufficienti a manifestare il rispetto e l’affetto.

Ogni fratello è così impegnato personalmente in una disciplina di vita che promuove il silenzio interiore e la comunione fraterna. Responsabile del silenzio degli altri deve battersi contro l’affaccendarsi, la precipitazione, la curiosità, le chiacchiere, la ricerca di distrazioni. Ma deve altrettanto, con il dinamismo e il suo senso del servizio, essere fattore di unità e di pace in seno alla comunità. È nella comunità che si giocano la qualità e il valore del silenzio monastico. Un silenzio che favorisce una vita comunitaria forte e integrale, che secondo la bella espressione di Badouin, abate di Ford, cistercense del secolo XII è “amore della comunione e comunione nell’amore”».

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