La preghiera del monaco /2

di: Francesco Strazzari e Jean-Marc Thevenet

Prosegue con il tema della preghiera del monaco il nostro itinerario attraverso alcuni capitoli del volume curato da Francesco Strazzari, La giornata di un monaco. Conversazione con dom Jean-Marc Thevenet, abate d’Acey, EDB, Bologna 2016 (qui la prima puntata sulla vocazione e la terza sull’obbedienza).

«Questa preghiera, che si iscrive nel cuore della via del monaco, non è tuttavia per niente il suo monopolio. Ogni cristiano è chiamato da Gesù Cristo stesso a pregare senza posa: Vegliate in ogni momento pregando, perché abbiate la forza di sfuggire a tutto ciò che sta per accadere e di comparire davanti al Figlio dell’uomo (cf. Lc 21,36). O come diceva san Paolo ai cristiani di Efeso: In ogni occasione, pregate con ogni sorta di preghiere e suppliche nello Spirito, e a questo scopo vegliate con ogni perseveranza e supplica per tutti i santi. E pregate anche per me (cf. Ef 6,18-19).

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Questo faceva dire a un padre abate benedettino, certamente in una maniera un po’ provocatoria, che non si entra in un monastero per la preghiera. E aggiungeva: “Non è d’altronde necessario essere monaco per pregare”. Per fortuna uomini e donne di tutte le condizioni e di tutte le situazioni pregano talvolta di più e meglio di noi.

È vero. Il monaco non viene all’inizio al monastero per la preghiera, ma per il Cristo. Ma, evidentemente, impegnandosi nella via monastica per respirare il Cristo, come diceva Antonio il Grande, padre dei monaci. E facendo di tutta la sua vita una ricerca ardente della comunione con Dio-Trinità, Padre, Figlio e Spirito Santo, il monaco sa che la preghiera avrà un posto privilegiato per la durata dei suoi giorni.

Ma parlare di posto privilegiato non è soddisfacente Perché, ciò che il monaco cerca è di passare da una vita in cui si fanno preghiere a una vita in cui si diventa preghiera. È una cosa ben diversa! È tutta la nostra esistenza che deve diventare preghiera, cioè desiderio di Dio, relazione con Dio, comunione nell’Amore. È questo, mi sembra, che il monaco deve prima di tutto testimoniare».

– Che cosa intende dire: preghiera come desiderio?

Sant’Agostino lo dice in maniera ineguagliabile: “Il tuo desiderio è la tua preghiera. Se il tuo desiderio è continuo, la tua preghiera è continua. Il raffreddamento della carità è il mutismo del cuore; la fiamma della carità è il grido del cuore. Se la carità è senza posa, senza posa tu gridi. Se tu gridi senza posa, senza posa anche tu desideri” (Commento al Salmo 37).

Pregare è dunque desiderare Dio di continuo. Aspirare a conoscerlo e a restare nella sua intimità. È quanto esprime meravigliosamente la preghiera dei Salmi (cf. Sal 63,2-9)».

– Signor abate, è facile pregare?

«Tutt’altro! È un combattimento. Fu chiesto un giorno ad Abba Agathon l’eremita, un anziano di grande esperienza, che aveva trascorso molti anni nel deserto, ciò che a suo parere fosse più difficile nella vita spirituale. Rispose: “Credetemi, penso che non ci sia niente che domandi tanto sforzo come pregare Dio. Poiché ogni volta che l’uomo vuole pregare, i nemici cercano di distoglierlo. Sanno, infatti, che non si può resistere se non si prega Dio”.

Quando preghiamo, conosciamo momenti di gioia, ma anche momenti di lotta. Questi ultimi rischiano di fare paura e di scoraggiarci. Non bisogna dimenticare allora che il combattimento della preghiera, lungi dall’essere sterile, è un cammino di grazia che sviscera in noi il desiderio e la speranza e ci apre al dono della pace del cuore e dunque anche della gioia.

I Salmi – ma bisognerebbe dire tutta la Bibbia – fanno abbondantemente riferimento al vocabolario del combattimento. Un vocabolario di cui possiamo appropriarci nel senso di combattimento spirituale contro le forze del male in noi e nel mondo.

Il patriarca ecumenico Atenagora diceva: “Lasciatemi usare il vocabolario della guerra. Amo questo vocabolario: faccio la guerra, attacco, è così che tento di vivere. Ma faccio la guerra a me stesso, per disarmarmi. Per lottare con efficacia contro la guerra, contro il male, bisogna sapere interiorizzare la guerra per vincere in sé il male. Bisogna condurre la guerra più dura, che è la guerra contro se stesso. E qui, c’è molto nazionalismo! Bisogna arrivare a disarmarsi. Ho condotto questa guerra per anni e anni. È stata terribile. Ma ora sono disarmato. Non ho più paura di niente perché l’amore scaccia la paura (…). Quando non si ha più niente, non si ha più paura. Chi ci separerà dall’amore di Cristo?” (O. Clément, Dialoghi con Atenagora, Gribaudi, Torino 1972, 185).

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Per il monaco, il luogo per eccellenza dove condurre il combattimento spirituale è la preghiera. Come il patriarca Giacobbe al guado dello Yabboq (cf. Gen 30,23-31), che dovette lottare con Dio per accedere alla sua verità. Un combattimento che non lascia affatto indenne. (“Al sorgere del sole, Giacobbe sentì male all’anca”), ma, costringendoci a superare i nostri dubbi e le nostre paure, ci ottiene il dono della fiducia.

La preghiera non è dunque dimissione o attitudine indolente, ma cammino di verità e di aggiustamento a Dio che non agisce per conto nostro ma con noi, in noi. Silvano del Monte Athos arriva a dire: “Pregare è dare sangue del proprio cuore”».

– Data la sua esperienza di monaco e di abate, quali sono, a suo parere, le note fondamentali della preghiera?

«Prima di tutto, una preghiera che si nutre della Parola di Dio. Non c’è preghiera autentica senza riferimento alla Parola di Dio. Essa sola ci strappa dalla nostra soggettività, nutre il nostro cuore e la nostra intelligenza, ci dispone a vivere un rapporto giusto con il Signore. La Bibbia non è un libro di ricette o di morale. Siamo invitati a una lettura meditata, pregata, amante e gustosa delle Scritture. La tradizione monastica parla al riguardo di Lectio divina e utilizza volentieri l’immagine del ruminare. Dopo aver letto la Parola di Dio, occorre, nel corso delle ore che seguono, lasciarla salire alla memoria perché ci lavori e divenga gustosa al nostro cuore.

Poi, deve essere una preghiera vissuta nello Spirito Santo. San Paolo ci dice: “Allo stesso modo anche lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza; non sappiamo infatti come pregare in modo conveniente, ma lo Spirito stesso intercede con gemiti inesprimibili” (Rm 8,26).

Solo lo Spirito di Dio ispira le parole e gli atteggiamenti della preghiera. Quando il monaco entra nella preghiera deve invocare con forza lo Spirito Santo e lasciarsi guidare da lui. Molto meglio, e più sicuramente, di tutti i metodi e le tecniche che ci vengono proposti, lo Spirito saprà introdurci nella vita dei figli di Dio.

La preghiera deve essere semplice, silenziosa. Da colui che parla bisogna diventare colui che ascolta. La trappola è sentirsi parlare invece di ascoltare Dio e di utilizzare talmente tante parole e formule – per evitare distrazioni? – da non esserci più posto per il silenzio che solo permette l’ascolto. Senza questo silenzio ci è impossibile entrare in comunione con il Signore e sentire ciò che egli vuole dirci».

– La preghiera stanca.

Sostieni SettimanaNews.it«Lo capisco bene. Occorre arrivare a una preghiera perseverante. Occorre accettare di confrontarsi con la rude e austera realtà della durata. Restare fedeli verso e contro tutto a mantenere un contatto regolare con il Signore persino quando si ha l’impressione di perdere tempo: vi è come una passività sconcertante e crocifiggente per le nostre mentalità portate all’attivismo. Ma questo è un patire che realizza in noi tutto un cammino d’interiorità e di adesione a Dio.

Angela di Foligno afferma: “Guardati bene da dare fretta al Nemico che è sempre in agguato. Orbene, tu gli lascerai libera l’entrata quando tu cesserai di pregare. Più tu sei tentato, più devi perseverare nella preghiera. È la virtù della preghiera che ti ottiene la grazia della tentazione per mezzo della quale tu sei purificato e filtrato come l’oro. È la preghiera che ti ottiene la grazia di trionfare sulla tentazione”».

– Ci sono addirittura dei teologi che contestano la preghiera cosiddetta di petizione. Si prega per avere. Che ne pensa?

«La preghiera, in quanto relazione con il Signore, esige da parte nostra gratuità e disponibilità. Se noi consideriamo la preghiera con lo scopo di ottenere qualche cosa da Dio, tutto è falsato. Noi facciamo di Dio un idolo a nostro servizio, mentre siamo noi che dobbiamo metterci a servizio di Dio: “Padre, non la mia volontà, ma la tua!”.

La preghiera è un dono, una grazia. Non la si ottiene a forza di tecniche e di ascesi, ma come un povero che aspetta tutto dal Signore e riconoscendo la verità di ciò che siamo. Di conseguenza, non c’è preghiera autentica senza umiltà!

Non siamo noi che preghiamo, è lo Spirito che prega in noi. Noi non possiamo che metterci in disposizione per la preghiera: raccoglimento, silenzio, attenzione del cuore. Ecco perché la Regola di san Benedetto teorizza sorprendentemente poco sulla preghiera. Per san Benedetto – come per sant’Ignazio di Loyola – ciò che importa non è fare grandi teorie sulla preghiera o cercare metodi, ma mettersi in stato di disponibilità, donde l’importanza primordiale dell’obbedienza come atteggiamento di ascolto e di disponibilità».

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