Vita comune e coronavirus

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Sui media abbondano i “decaloghi” sui comportamenti da tenere: per tutti, per i dipendenti, per i genitori, per il personale pubblico ecc. Non vi sono indicazioni per chi vive la vita comune nella consacrazione religiosa. La comunità maschile o femminile è mediamente di numeri ridotti. Più simile, quindi, a una famiglia che a un collegio. E i consigli utili sono quelli di tutti.

Contattando alcune comunità e raccogliendo quello che i social raccontano, è forse possibile dare qualche indicazione, senza nessuna pretesa di completezza.

È sempre utile ricordare le indicazioni comuni come: lavarsi spesso le mani con il sapone; non toccarsi mai occhi, naso e bocca con le mani; starnutire in un fazzoletto o sulla piega del gomito; disinfettare le superfici con prodotti a base di cloro o alcol; evitare gli abbracci e le strette di mano; mantenere una distanza di almeno un metro.

Pregare e mangiare assieme

Più specifici per la vita comune possono essere i consigli in ordine alla celebrazione dell’eucaristia che, contrariamente alle chiese parrocchiali, può essere concelebrata dalle comunità maschili nella cappella di casa (senza persone esterne). La concelebrazione può essere fatta mantenendo le distanze e assumendo la comunione per intinzione (per alcuni il solo pane). Prima del rito e delle preghiere comuni è bene lavarsi le mani. Magari igienizzare calice e patena. Lavare spesso i camici per la celebrazione e tenere in ordine e pulita la cappella.

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Per la casa, le pratiche comuni indicano alcune attenzioni in cucina e in refettorio: preparare la tavola con spazi maggiori fra un posto e l’altro; prestare attenzione alla preparazione e alla conservazione del cibo; gettare la spazzatura più frequentemente; prima dei pasti lavarsi le mani.

Nel caso sfortunato di un contagio in comunità, è bene isolare l’interessato o l’interessata in camera con bagno, portando il cibo e lasciandolo davanti alla porta, senza entrare, chiedendo al malato/a di arieggiare l’ambiente. Si esce di casa solo quando è necessario. Gli anziani e le anziane è bene stiano in casa.

Vale per i religiosi e religiose quanto viene indicato dai vescovi nel comunicato del 10 marzo: «Più che soffiare sulla paura, più che attardarci sui distinguo, più che puntare i riflettori sulle limitazioni e sui divieti del decreto (del governo), la Chiesa tutta sente una responsabilità enorme di prossimità al paese. È prossimità che si esprime nell’apertura delle chiese, nella disponibilità dei sacerdoti ad accompagnare il cammino spirituale delle persone con l’ascolto, la preghiera e il sacramento della riconciliazione; nel loro celebrare quotidiano – senza popolo, ma per tutto il popolo – l’eucaristia; nel loro visitare ammalati e anziani, anche con i sacramenti degli infermi; nel loro recarsi sui cimiteri per la benedizione dei defunti».

La Caritas ricorda la necessità di assicurare i servizi essenziali a favore dei poveri, come le mense, gli empori, i dormitori, i centri di ascolto. Si stanno moltiplicando le iniziative per sostenere gli anziani, le persone sole o isolate. Grande spazio per iniziative informative e formative legate ai social e ai media cattolici. Da qualche giorno, anche sul nostro sito di SettimanaNews, grazie alla disponibilità dell’editrice EDB, è possibile usare gratuitamente i testi e i commenti de La messa quotidiana.

Consapevolezza spirituale

In altri secoli e momenti, religiosi e religiose erano fra i primo nel servizio dei malati: dalle pestilenze ai servizi medici in guerra. Ora ci viene chiesto di restare discreti, di condividere con tutti la cura di non moltiplicare i contatti e i contagi. Ma di farlo con una consapevolezza spirituale propria.

«Il rallentamento del nostro ritmo consueto può essere un’occasione per guadagnare in profondità e per amplificare la nostra modalità di vivere le realtà così ampie e variegate della nostra vita» (fr. MichaelDavide).

«Il dramma della vita oggi si presenta in una forma di epidemia che incombe su tutti; lo affrontiamo coltivando la volontà di vivere bene anche un tempo come questo. Anche questo è un tempo di Dio, un tempo che Dio ci dà per ascoltarlo e seguirlo» (mons. Mariano Crociata).

Scopriamo, assieme agli altri che umanità viene da humus (terra), da cui siamo tratti e a cui siamo chiamati a tornare alla fine della vita. Siamo vulnerabili e tremendamente fragili. La paura che avvertiamo come tutti «induce a riflettere sulla precarietà della salute e della vita, sulla provvisorietà delle certezze e dei beni acquisiti, sulla realtà e possibilità della mortalità propria o delle persone care o degli altri» (p. A. Pangrazzi).

Un “segno” da decodificare

Al tema della fragilità si aggiunge il riconoscimento dei “segni dei tempi”. Cosa sta spiritualmente dicendo questo tempo del coronavirus? Per esempio, il fatto che la Chiesa, invece di dettare le regole del gioco abbia accettato di seguire le regole imposte del potere amministrativo con la scommessa di superare insieme la pandemia. Oppure l’esperienza della comunità cristiane di dover astenersi dalla celebrazione domenicale e, forse, anche pasquale…

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È messo in questione l’ottimismo di maniera, erede delle “grandi narrazioni”. All’ottimismo “forzato” del secolo il credente, e i religiosi in specie, cono chiamati a coltivare l’“ottimismo tragico” ricordato da E. Mounier: radicale fiducia del senso ultimo del cammino e piena consapevolezza degli ostacoli, della sofferenza e della morte.

«Del Buddha la tradizione ci tramanda due racconti contrastanti della sua morte: una ideale e una drammatica. Al contrario, i Vangeli ci testimoniano che, nel mistero della Pasqua, il Signore Gesù si è fatto solidale con la nostra angoscia attraverso la sua compassione. In questo momento così difficile, com’è la pandemia del coronavirus, la nostra testimonianza discepolare non può che essere conforme a quella di Cristo e non può che seguire la logica e lo schema della Pasqua» (fr. MichaelDavide).

La costellazione dei termini quaresimali come elemosina, digiuno, Parola, preghiera punta a «ridestarci da una fede sonnolenta, tentata dallo scontato e dall’ovvio, bisognosa di recuperare il senso della sua grandezza e bellezza, della sua gratuità e della preziosità del suo dono» (mons. M. Crociata).

E quando finirà?

«Una domanda dobbiamo subito dirci, e cioè che l’epidemia finirà; non possiamo dire quando, ma finirà. La domanda è: come dobbiamo attraversare questo tempo fino a quel punto? E poi anche: come ci troverà quel punto quando arriverà, come saremo quando sarà tutto finito? La risposta dipende dal nostro senso di responsabilità e dalla nostra disponibilità» (mons. M. Crociata).

I religiosi e le religiose possono fare forza su alcuni doni preziosi. A partire dall’eucaristia. Poterla celebrare è oggi un privilegio da apprezzare e da valorizzare. In questi momenti si avverte il dono della comunità, il fatto di affrontare assieme le situazioni critiche. Rispetto alla famiglia, pur così prossima, la comunità è fatta di adulti consapevoli.

Si può aggiungere il dono della Parola e della preghiera comune. Una lectio comunitaria e la preghiera della liturgia delle ore danno silenzio, profondità e visione rispetto alla cronaca dei singoli giorni.

Un insieme di elementi che sostengono il compito dell’intercessione: poter pregare e pregare per tutti.

Emergenza socio-sanitaria e forme di vita cristiana
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