Il punto cieco di Peter Thiel

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Peter Thiel durante una conferenza a Miami nel 2022 (Foto di Chandan Khanna / AFP)

Lo scorso 7 aprile, il presidente della Pontificia Accademia di Teologia, il vescovo Antonio Staglianò, ha pubblicato una analisi lucida dei presupposti filosofici e teologici della visione che Peter Thiel va diffondendo. «Mostrare le premesse nascoste di Thiel non è solo un esercizio teologico e filosofico. È un’operazione di chiarezza intellettuale e responsabilità civile. Perché quando un pensiero si presenta come la semplice descrizione di un destino inevitabile, ma nasconde una fede nella potenza e una rinuncia alla possibilità del perdono, allora il compito è mostrare che un altro mondo è possibile». Il testo, che riprendiamo di seguito, si intitola: «Il punto cieco di Peter Thiel: perché il suo “realismo” è una fede travestita».

C’è una frase che Peter Thiel ripete come un mantra: «L’Illuminismo ha imbiancato il problema della violenza». Ha sicuramente ragione. Il miliardario della Silicon Valley, diventato il filosofo di riferimento della nuova destra tecnologica, la ripete perché racchiude la sua idea centrale: la modernità ha rimosso una verità scomoda (in realtà non solo questa!). E cioè che la violenza non è un incidente della storia, ma la sua struttura profonda. Su questa rimozione, secondo Thiel, sarebbero state costruite le illusioni del diritto internazionale, della democrazia, delle Nazioni Unite. La pace globale promessa dall’Occidente liberal non sarebbe solo ingenua, ma una menzogna – persino, dice, «una figura dell’Anticristo». Perciò è meglio una guerra giusta che una pace falsa.

A livello di parole e tesi dichiarate, Thiel è impressionante per coerenza. È proprio lì però che non bisogna fermarsi. Perché ogni discorso, per reggersi, si appoggia su uno strato più profondo: quello delle premesse non dette, delle evidenze date per scontate. Si tratta del livello delle convinzioni implicite. Sono quelle che permettono di pronunciare certe frasi come se fossero verità indiscutibili. Se applichiamo questo filtro al pensiero di Thiel, scopriamo che il suo sistema non regge perché si fonda su presupposti che non dichiara. Smontarli significa restituire al dibattito pubblico la libertà di scegliere tra visioni del mondo, invece di subirle come fossero semplici descrizioni della realtà.

La costruzione di Thiel poggia su pochi pilastri: la violenza è costitutiva dell’umano, non un accidente (qui è evidente l’eredità di René Girard); l’Illuminismo ha rimosso questa verità, promettendo una pace impossibile attraverso la ragione e il diritto; le istituzioni globali come l’ONU o l’Unione Europea sono non solo inefficaci, ma ingannevoli; la vera politica, quindi, deve riconoscere la necessità del conflitto e riscoprire la sovranità nazionale e la potenza come criteri ultimi.

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Sul piano delle argomentazioni, il discorso è solido, persino affascinante nella sua radicalità. Ma quali sono le premesse non dichiarate che devono valere perché Thiel possa dire ciò che dice? Almeno quattro, e ognuna rivela una fragilità decisiva.

1. Il destino come necessità. Dire che la violenza è inevitabile significa presupporre che la storia sia governata da una necessità. Per essere pensata, questa necessità richiede una struttura metafisica: l’idea che la realtà abbia un ordine conoscibile dalla ragione. Thiel, che ostenta realismo, eredita così proprio la fiducia illuministica nella possibilità di conoscere razionalmente la realtà. Solo che, invece di vedere nella ragione lo strumento per superare la violenza, la usa per legittimarla come legge eterna.

2. Il male come sostanza. Nella tradizione classica, da Agostino a Tommaso, il male è assenza di bene: non ha consistenza propria, ma è una ferita. Thiel, invece, tratta la violenza come struttura essenziale dell’umano. Per farlo, deve presupporre una metafisica implicita in cui il male ha positività – una posizione che nella storia del pensiero è stata tipica dello gnosticismo. Se però il male è sostanza, la redenzione diventa impossibile e la storia si chiude in un orizzonte tragico. Thiel non lo dice esplicitamente, ma tutto il suo discorso ha senso solo se si accetta questa premessa.

3. La potenza come criterio ultimo. Quando Thiel propone il conflitto come dimensione autentica della politica, presuppone che la potenza sia il criterio ultimo di giudizio. E perché la potenza dovrebbe essere preferita alla pace? Non lo argomenta: lo dà per evidente. Qui opera una decisione fondamentale: la volontà di potenza come orizzonte di senso. Questa decisione tuttavia richiede a sua volta una nozione di soggetto forte, padrone di sé, che non viene mai messa in discussione. Ed è proprio la nozione di soggetto autofondato che Thiel, da critico dell’Illuminismo, dovrebbe invece smontare. Invece la presuppone.

4. La negazione del perdono. Forse è il punto più profondo. Perché Thiel possa sostenere che la pace globale è un inganno, deve presupporre che il perdono, la riconciliazione, la trasformazione non violenta dei conflitti siano impossibili o comunque più deboli della logica della violenza. In altre parole, la sua visione ha senso solo se si esclude a priori l’efficacia reale dell’amore dei nemici. Questa esclusione non è dimostrata: è un postulato. È l’affermazione che la logica del sacrificio dell’altro sia più forte della logica del dono di sé. E qui Thiel rivela il suo vero fondamento: una fede – perché di fede si tratta – nella necessità del capro espiatorio come unico collante sociale.

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Ecco la fede che Thiel non dichiara. Il paradosso finale è questo: Thiel accusa l’Illuminismo di aver rimosso il problema della violenza con una fede ingenua nel progresso. Nel denunciare questa rimozione, però ne compie un’altra. Rimuove il fatto che l’uomo può non essere violento, che la pace è possibile, che la storia non è tutta determinata dalla necessità della violenza. Per affermare questa necessità, Thiel deve chiudere l’orizzonte della libertà. E questo non è un atto di realismo, ma un atto di volontà.

Discutere con Thiel sul piano dei fatti o degli argomenti è necessario ma insufficiente, perché il suo discorso si regge su un impianto di premesse che non mette mai in discussione. Portarle alla luce significa restituire al dibattito la sua dimensione di scelta. Le premesse di Thiel non sono evidenze: sono atti di fede mascherati da realismo. E come tali possono essere contestati – non con altrettanti atti di fede, ma con una ragione che sappia mostrare la loro arbitrarietà.

Di fronte alla violenza, non abbiamo solo due opzioni: l’illusione illuminista che la si possa eliminare con la tecnica, o il cinismo di Thiel che la accetta come destino. C’è una terza via: la violenza è reale ma non originaria. L’uomo porta l’immagine del bene, e il male è una ferita, non una natura. Per questo la pace non è un’utopia, ma un compito: si costruisce non rimuovendo il conflitto, ma trasformandolo con il perdono e con l’amore che ha vinto la logica del capro espiatorio.

Mostrare le premesse nascoste di Thiel non è solo un esercizio teologico e filosofico. È un’operazione di chiarezza intellettuale e responsabilità civile. Perché quando un pensiero si presenta come la semplice descrizione di un destino inevitabile, ma nasconde una fede nella potenza e una rinuncia alla possibilità del perdono, allora il compito è mostrare che un altro mondo è possibile. Non perché sia facile, ma perché c’è una ragione – anche razionale – per credere che l’amore sia più forte della morte. Ecco il vero realismo, ed è un realismo teologico.

Città del Vaticano, 7 aprile 2026

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Un commento

  1. Angela 8 aprile 2026

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