Averroè (1126-2026)

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Novecento anni fa, il 14 aprile 1126, nasceva a Cordova in Spagna, il filosofo Ibn Rušd noto in Occidente con il nome di Averroè. Ivi rimase – finché a causa delle sue idee filosofiche, fu attaccato dai teologi tradizionalisti, in particolare dopo la pubblicazione del Trattato del 1179/1180, sull’accordo tra filosofia e religione – e costretto a ritirarsi dalla vita pubblica e a trasferirsi a Marrakesh, in Marocco, dove morì nel 1198. Insieme ad al-Kindi (801-873), al-Farabi (870-950) e Ibn Sina (980-1037) che i latini chiameranno Avicenna, rappresentano le figure più importanti, in qualche modo i padri della filosofia (falsafa) in lingua araba.

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Discendente da una illustre famiglia di giuristi, Averroè è egli stesso qadi (giudice presso una moschea, e dunque massima autorità giuridica e religiosa) a Siviglia e Cordova, e non un filosofo di professione: Averroè non ha anzi mai insegnato effettivamente filosofia, se non ad una cerchia privata e ristretta di discepoli.

La sua fama è tuttavia legata alla composizione di un’impressionante serie di commenti a tutte le principali opere di Aristotele che faranno di Averroè il “Commentatore” per eccellenza. A quanto pare, Averroè si dedicò a questa impresa su invito (almeno indiretto) del califfo almohade Abu Yaqub Yusuf: il che testimonia ancora una volta l’interesse dei califfi arabi (pur appartenenti a dinastie del tutto diverse, e in contesti completamente differenti, da Baghdad a Cordova) per la promozione degli studi filosofici[1].

L’Occidente tutto, da novecento anni, non può non essere riconoscente al filosofo Averroè. «È intelligentissimo», diceva Enrico Berti (1935-2022) tra i maggiori italiani esperti studiosi di Aristotele.

Il pensiero scientifico e critico è debitore verso l’Andaluso per diverse ragioni, spiega Silvia Fazzo (docente di Storia Antica e Medievale, presso l’Università del Piemonte Orientale, sede di Vercelli) innanzitutto perché Averroè contribuisce a rendere chiari i testi di Aristotele; facilità il rapporto tra l’interculturalità nella scienza; contribuisce a rendere ancora oggi i trattati aristotelici rilevanti e significativi.

E poi, aggiunge la prof.ssa Fazzo, impegnata tra l’altro a una nuova edizione critica della Metafisica di Aristotele e allo studio e revisione della Metaphysica Nova di Averroè: «La tradizione indiretta dei testi di Aristotele rappresenta, in tutte le sue fasi, un terreno di ricerca arduo e complesso. La Metafisica può costituirne un punto di osservazione privilegiato. Il testo stampato apud Junctas (1562) è infatti quello della cosiddetta Metaphysica Nova arabo-latina. Questo caso di studio mostra che tale testo è probabilmente la via più influente in assoluto attraverso cui la Metafisica ha avuto impatto sulla cultura europea e suggerisce che lo stesso possa dirsi per le altre opere del corpus aristotelico e per i relativi commenti ad opera di Averroè».

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I commenti di Averroè si suddividono in tre tipologie: Commenti grandi, Commenti medi, Compendi o Epitomi. Questi ultimi sono in qualche modo i più «personali»: le opere aristoteliche vengono riassunte e discusse da Averroè anche in riferimento (quasi sempre critico) alle posizioni dei filosofi arabi che lo hanno preceduto. I Commenti grandi sono invece dei commenti letterali in senso stretto: il testo aristotelico (nelle traduzioni arabe disponibili) è riportato, diviso e spiegato frase per frase. I Commenti medi, come suggerisce il nome stesso, si collocano a metà strada: il testo aristotelico non è riportato per esteso, ma solo richiamato attraverso le prime parole di ogni frase, e la spiegazione è da una parte meno estesa rispetto ai Commenti grandi, e, dall’altra, meno esplicita e personale rispetto ai Compendi.

Averroè ha commentato tutto Aristotele, ad eccezione della Politica (egli stesso ci informa che nessuna traduzione dell’opera era giunta in Spagna fino al 1176); per ciascuna di cinque delle opere più importanti di Aristotele, Averroè ha addirittura composto tre diversi commenti, utilizzando le tre differenti tipologie appena ricordate: è il caso degli Analitici secondi, della Fisica, del De caelo, del De anima e della Metafisica.

Accanto al Trattato decisivo sull’accordo tra filosofia e religione, altri tre scritti del filosofo di Cordova sono: un piccolo trattato di cosmologia (il Sermo de substantia orbis, conservatosi solo in latino e in ebraico), e due opuscoli strettamente collegati alla teoria averroista dell’intelletto (l’Epistola sulla possibilità della congiunzione con l’intelletto separato e il Trattato sulla beatitudine)[2].

«Una parte decisiva della trasmissione – aggiunge Fazzo – del pensiero di Aristotele passa attraverso la mediazione araba e latina, e in particolare attraverso la tradizione dei commenti di Averroè, che hanno avuto una diffusione capillare nella cultura europea. Tuttavia, le forme concrete di questa trasmissione – anche nella loro dimensione editoriale – non sono ancora state pienamente comprese».

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L’ammirazione di Averroè nei confronti di Aristotele è incondizionata: più che un semplice uomo, Aristotele è per Averroè un dono della provvidenza divina, che ci è stato dato affinché potessimo apprendere tutto ciò che è possibile conoscere; è un modello a cui bisogna ispirarsi, perché ha raggiunto la verità in praticamente tutti i campi del sapere, senza che nessuno sia stato poi in grado di aggiungere nulla di decisivo alle sue conoscenze.

E, sottolinea Fazzo, «stante la sua enorme importanza per la storia della tradizione culturale nell’Occidente latino, giova pertanto distinguere i diversi fini possibili di un’edizione della Translatio Scoti nella forma trasmessa dalla giuntina, poiché a ciascuno di essi corrispondono metodi diversi. Da un lato, si può desiderare un’edizione critica della Translatio Scoti fondata non solo sulla tradizione manoscritta diretta, ma anche sul confronto con le principali edizioni a stampa, come la princeps del 1473 e l’edizione apud Junctas del 1562. Dall’altro, si può mirare a ricostruire lo stato di circolazione del testo latino negli ambienti universitari anteriori alla diffusione della versione di Guglielmo di Moerbeke».

Un ulteriore fine consiste nel rendere disponibile un testimone significativo della tradizione indiretta quale è la versione arabo-latina. Tuttavia, il modo in cui tale testimonianza debba essere utilizzata costituisce esso stesso un problema di ricerca. È anche su questo terreno che si può collocare una parte della proposta progettuale.

In cauda, inoltre, Fazzo aggiunge: «in questa prospettiva, sarà comunque opportuno iniziare da un obiettivo circoscritto ma metodologicamente controllabile: rendere fruibile la trascrizione dell’edizione apud Junctas del 1562. Questo costituisce il primo scopo immediato, ma epocale, del contributo».


[1] Costantino Esposito, Pasquale Porro, Filosofia antica e medievale, Laterza, Roma-Bari 2009, pp. 284-285.

[2] Ibidem.

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