
Il 2025 è stato un anno molto ricco per il cinema horror, con pellicole di assoluto valore che hanno saputo sfruttare al massimo il potenziale del genere. L’anno passato, infatti, sono stati prodotte in tutto il mondo più di 200 pellicole a tema horror, se consideriamo solamente i film con un’adeguata distribuzione.
Film che espandono i limiti del genere per parlare in modi diversi della maternità (Bring Her Back), rapporti di coppia (Together) o addirittura rileggono vecchie fiabe come in The Ugly Stepsister, una Cenerentola dal punto di vista di una sorellastra, il tutto in salsa body-horror.
Non manca, come già scritto anche su queste pagine, il ritorno dei grandi mostri classici come Dracula, Frankenstein, l’uomo lupo, la mummia, a cui si aggiungono horror di qualità anche di produzioni italiane, pellicole competitive anche dal punto di vista tecnico ma ancora poco apprezzate dal pubblico, come La valle dei sorrisi (2025) del regista Paolo Strippoli.

Negli ultimi quindici anni fare un film horror è diventata una delle scommesse commerciali più sicure e questo ha portato a una crescita in qualità e varietà delle pellicole a tema. È cambiato inoltre l’interesse del pubblico verso questo genere di film, effetto direttamente proporzionale alla capacità del genere di affrontare argomenti che la produzione mainstream ha smesso di trattare, preferendo grandi pellicole spettacolari ma poco originali.
La conferma di questa tendenza è arrivata agli Oscar 2026, quando film horror come I peccatori, Frankenstein e Weapons hanno vinto complessivamente otto premi, un record per questo genere in una singola edizione. Non era mai capitato che i film dell’orrore in gara fossero così numerosi: in passato queste pellicole partecipavano agli Oscar ma vincevano perlopiù nelle categorie tecniche, mentre I peccatori, Weapons e Frankenstein hanno trionfato nelle categorie più importanti: miglior fotografia, miglior attore protagonista, miglior colonna sonora e così via.
È interessante evidenziare come spesso questi film cerchino di immaginare che cosa succeda all’uomo quando viene meno o decade una visione religiosa del mondo, ovvero quel modo di vivere e rapportarsi con la realtà in cui ogni aspetto dell’esistenza, interiore e naturale, risponde a un principio trascendente. In questo tipo di visione anche il male trova un suo spazio, nel suo essere opposto al bene ne dichiara la necessità, l’affermazione. Dunque cosa succede al mondo quando l’ordine trascendente smette di esistere?
Diversi film dell’orrore cercano di trattare questo aspetto. Non è nostalgia del religioso, anzi, il più delle volte è l’oggettiva constatazione del fallimento delle grandi religioni storiche, e del cristianesimo in particolare, nel dare spiegazione o contenere il mondo sovrannaturale e le forze del male. In questo scenario, infatti, ciò che non viene mai meno è proprio il male e la sua azione, soprattutto quando la religione diventa necessità di vedere l’altrove a tutti i costi, o risponde al desiderio disperato di un miracolo che risolva il dolore dell’esistenza sfociando nel fanatismo, il quale ha sempre effetti distruttivi sulla comunità dei fedeli.

In questo senso uno dei sottogeneri del cinema horror che ha conosciuto maggior sviluppo è il cosidetto folk-horror, genere che unisce elementi di paura con tradizioni popolari – folklore appunto –, superstizioni e ambientazioni rurali isolate dal resto del mondo. Non è un genere nuovo, si pensi ad esempio a pellicole di riferimento come The Wicker Man (1973) del regista britannico Robin Hardy. Più che puntare su mostri o salti sulla sedia, questo genere crea inquietudine richiamando riti ancestrali, credenze arcaiche e comunità chiuse in cui domina una visione distorta del sacro e le azioni degli individui sono mosse dal cieco fanatismo.
In questo senso deve essere sottolineato il contributo svolto da A24, una casa di produzione e distribuzione cinematografica e televisiva indipendente statunitense, fondata a New York nel 2012, che ha avuto un ruolo importante nel rilanciare e rendere popolare questo sottogenere dalla sua fondazione ad oggi.
Lo ha fatto attraverso film d’autore con forte identità visiva e tematica, come il fondamentale The Witch (2015) di Robert Eggers, in cui era fortissima la componente critica verso il dogmatismo di tradizione cristiana, o come Midsommar (2019) di Ari Aster, che elevava a potenza la componente fanatico-religiosa del già citato The Wicker Man. In generale A24 nel corso degli anni ha dimostrato di essere a proprio agio con l’immaginario religioso riletto in chiave horror o nel riprendere credenze popolari rileggendole in contesti narrativi nuovi.

Proprio di A24 è uno dei film che ha brillato per intensità nella galassia dei film horror del 2025: l’australiano Bring Her back (Torna da me) diretto dai fratelli Danny e Michael Philippou, già autori per la stessa casa di produzione dell’interessante Talk to Me (2022).
La storia di Bring Her Back segue le vicende di una donna che non riesce ad accettare la morte della figlia. Consumata dal dolore, segue le istruzioni di un rituale oscuro nel tentativo di riportarla in vita ai danni dei giovani ospiti di cui deve prendersi cura. Qualcosa però sembra davvero rispondere al suo richiamo, i rituali hanno davvero effetto: ma ciò che è stato richiamato non è esattamente la figlia perduta. Tuttavia il film non presta totalmente il fianco al tema della possessione demoniaca: l’angelo – così viene chiamata l’entità al centro del rito per riportare indietro la figlia morta – sembra essere più una forza atavica che ha poco a che fare con un’entità intelligente o personale; essa è semplicemente una forza che solo la perfetta esecuzione del rito può controllare.
Bring Her Back è una pellicola che pur richiamando nei concetti di base il meno noto The Dark Song (2016) travalica il genere horror e si impone come una riflessione profonda sulla gravità del dolore, sull’orrore della perdita, sull’inefficacia della consolazione che l’idea di un oltre o dell’aldilà dovrebbe darci.

Weapons, diretto da Zach Cregger, ha ottenuto importanti riconoscimenti agli Oscar 2026 ed è stato salutato come il film dell’anno nel suo genere.
Una piccola comunità viene sconvolta quando diversi bambini scompaiono misteriosamente nella stessa notte, alla stessa ora, senza lasciare tracce. Le indagini portano a scoprire che questi eventi inquietanti sono diretta conseguenza dell’arrivo in città di Gledis, grottesca e inquietante anziana, ospitata dalla famiglia dell’unico bambino che non è scomparso.
Gledis è una strega e porta la stregoneria nella piccola cittadina. L’elemento magico e ancestrale mette in crisi le regole di un paese in cui ogni ruolo è codificato e normalizzato ma dove tutto è anche tremendamente appiattito e superficiale.
È l’ennesima pellicola che vuole mettere in luce la fragilità di un sistema costruito su regole e rapporti tanto efficienti – in apparenza – ma di fatto non vitali, monotoni e che crollano di fronte all’irruzione del sovrannaturale, che finisce per prendere il controllo su tutto, poiché l’unica figura mancante nella comunità è proprio quella relativa al controllo dell’elemento magico, figura che dovrebbe essere capace di rendere accettabile l’inspiegabile e le conseguenze dolorose che esso provoca.

Il 2025 ci ha poi salutato con l’arrivo in sala di un horror tutto italiano, La valle dei sorrisi diretto da Paolo Strippoli, ambientato in una comunità montana isolata e apparentemente perfetta, Remis, situata in una valle remota.
La trama segue le vicende di Sergio, trasferitosi a Remis per insegnare educazione fisica nel liceo locale. Sergio porta dentro di sé il dolore insuperato per la morte del figlio, di cui si crede responsabile e che non riesce a perdonarsi. Sergio arriva nel paese e rimane colpito dall’atmosfera serena e dagli abitanti, tutti incredibilmente cordiali. Col passare del tempo, però, emergono dettagli inquietanti: i sorrisi costanti degli abitanti, comportamenti ripetitivi e privi di spontaneità.
Sergio scopre gradualmente che dietro la facciata idilliaca si nasconde un segreto oscuro: Matteo, un suo giovane studente, ha la capacità, se abbracciato, di eliminare ogni tipo di sofferenza interiore. Matteo è però anche in grado di prendere il controllo completo delle persone da lui abbracciate.
Il film è una spirale di delirio che trova i suoi punti di riferimento visivi in opere come la serie TV The Midnight Mass e Nameless. Il culto dell’abbraccio trova uno dei suoi massimi sostenitori proprio nel sacerdote della comunità, che vede in Matteo la prova effettiva di un qualche elemento miracoloso di cui però non è possibile spiegare l’origine.
Uno dei protagonisti, escluso dalla comunità perché non ha voluto rinunciare alla perdita della moglie e al dolore che ne deriva, cercherà di far aprire gli occhi a Sergio: il potere di Matteo «toglie il dolore ma annienta Dio, perché Dio si trova soprattutto nel dolore», dirà.

Se Dio è morto non lo è però il male, soprattutto il dolore derivante dalla morte e se nella storia dell’uomo proprio la morte ha innescato la ricerca del pensiero religioso, per l’uomo di oggi una tale ricerca sembra essersi conclusa – così almeno suggeriscono queste pellicole – senza aver portato nessuna autentica scoperta o certezza.
Ma se il male e i suoi effetti non sono terminati, quest’ultimo rimane comunque un mistero e l’aspetto di queste pellicole è proprio la dichiarata inefficacia delle religioni ufficiali, che produce tuttavia un ritorno al sapere magico o a forme di stregoneria distruttive e non risolutive. In questa prospettiva il male e la sofferenza possono essere solo negati o anestetizzati: in questo modo però non è solo Dio che viene annientato, perché come la pellicola di Strippoli suggerisce la rimozione del dolore è la strada per perdere completamente anche la propria umanità.





