Pizzaballa: da cristiani, dentro il conflitto

di:

santo sepolcro

La lunga lettera scritta dal cardinale Pierbattista Pizzaballa, Patriarca latino di Gerusalemme, ai suoi fedeli, intende «aiutare ciascuno a interrogarsi su come vivere oggi la fede cristiana in questa Terra alla luce del Vangelo».

La definisce subito eccezionalmente lunga, strumento di discernimento all’interno dei contesti ecclesiali, delle comunità, dei monasteri e delle famiglie, per rispondere a una domanda: «Come stare da cristiani, in quanto assemblea ecclesiale, dentro questa situazione di conflitto – politico, militare, spirituale – che sappiamo durerà ancora molti anni?». Non ritiene che sia una sintesi perfetta, ne auspica una lettura lenta, una proposta da completarsi nel confronto.

La lettera è divisa in tre parti: considerazioni sul presente, il sogno di Dio chiamato Gerusalemme, e infine le implicazioni pastorali. Il cuore spirituale di questo documento è la seconda parte.

Il sogno di Dio viene spiegato tramite l’Apocalisse, una lettura che ci libera dai diffusi «pensieri apocalittici». Ma si arriva piano al libro dell’apostolo Giovanni, si può dire da lontano:

«Secondo le Scritture, la storia dell’umanità inizia in un giardino, l’Eden. Il giardino è il simbolo di un’umanità che si trova ancora in uno stato di innocenza primordiale e tutto sommato solitaria. Alla fine, però, proprio con il libro dell’Apocalisse, la Storia si conclude in un ambiente completamente diverso e speculare, ossia in una città. Non una città qualunque: la nuova Gerusalemme. Questo passaggio non è affatto un dettaglio narrativo, ma una profonda rivelazione sul destino dell’umanità. L’opera della salvezza non è un ritorno a un passato idilliaco e isolato, ma la costruzione di un futuro comunitario, complesso e riconciliato. Il fine della storia tende a una società matura, una “città”, appunto».

È il primo punto: il fine della storia è una città. La prima città della Bibbia, costruita da Caino, era un rifugio, «un luogo dove porre un limite alla violenza, dove ricostruire la fratellanza perduta». L’ultima città della Bibbia è invece la Nuova Gerusalemme «che scende dal cielo». Tra la città-rifugio costruita dall’uomo per paura e la città-dono che discende da Dio per amore «si gioca l’intera storia della salvezza».

Ma non si ha la rappresentazione statica della città perfetta, piuttosto lo specchio delle contraddizioni umane: dei peccati e della grandezza, della violenza e della fiducia. Ogni contesto umano, ogni città riflette e vive questa tensione. Questa tensione si concentra in modo unico su Gerusalemme che più di ogni altra città riceve amore e rimprovero, promesse e condanna. È la tensione in cui abita la Chiesa.

«Quando oggi parliamo di Gerusalemme, ci concentriamo prevalentemente sugli aspetti politici, storici e sociologici. Ma non va mai dimenticato il fatto che ciò che lega il mondo intero a questo luogo va oltre la storia, la geografia e le pietre. Quando parliamo della Città Santa in questo contesto, la intendiamo, oltre che come realtà fisica, anche e soprattutto come simbolo del Popolo di Dio e della Chiesa, nata a Pentecoste nel Cenacolo». I discepoli, che hanno ricevuto lo Spirito, scendono in piazza ad annunciare quanto accaduto, e «ciascuno li udiva parlare nella propria lingua. Erano stupiti e, fuori di sé per la meraviglia, dicevano: “Tutti costoro che parlano non sono forse Galilei? E com’è che li sentiamo ciascuno nella nostra lingua nativa?”».

***

Per il Patriarca il carattere universale della città è molto di più che un carattere internazionale. Le Chiese cristiane avranno altrove i loro centri ecclesiastici, ma è a Gerusalemme che il loro cuore è custodito. Dunque il legame con questa Terra «implica anche un rapporto costitutivo, per quanto complesso, con l’Ebraismo e l’Islam. Qui il dialogo interreligioso, nei secoli, è divenuto per noi non solo una condizione di sopravvivenza, ma un elemento di fedeltà alla nostra identità universale».

Per promuovere vita e cura la Chiesa Madre è chiamata a promuovere comprensione con l’altro, una comprensione che definisce «rispettosa». E cita Benedetto XVI:

«Gerusalemme in realtà è sempre stata una città nelle cui vie risuonano lingue diverse, le cui pietre sono calpestate da popoli di ogni razza e lingua, le cui mura sono un simbolo della provvida cura di Dio per l’intera famiglia umana. Come un microcosmo del nostro mondo globalizzato, questa Città, se deve vivere la sua missione universale, deve essere un luogo che insegna l’universalità, il rispetto per gli altri, il dialogo e la vicendevole comprensione; un luogo dove il pregiudizio, l’ignoranza e la paura che li alimenta, siano superati dall’onestà, dall’integrità e dalla ricerca della convivenza. Non dovrebbe esservi posto tra queste mura per la chiusura, la discriminazione, la violenza e l’ingiustizia. I credenti in un Dio di misericordia – si qualifichino essi Ebrei, Cristiani o Musulmani –, devono essere i primi a promuovere questa cultura della riconciliazione e della convivenza, per quanto faticoso e lento possa essere il processo e gravoso il peso dei ricordi passati».

Siamo a un primo nodo decisivo: «La missione della Gerusalemme terrestre, in un certo senso, è diventare immagine e specchio della Gerusalemme celeste, “profezia e promessa di quella universale riconciliazione e convivenza che Dio desidera per tutta l’umana famiglia”. È questa la missione che abbiamo smarrito nel vortice violento degli eventi degli ultimi anni. Ed è a questa missione che dobbiamo tornare».

Qui comincia il lungo viaggio nelle citazioni del libro di Giovanni, l’Apocalisse, con le quali Pizzaballa ci spiega il sogno di Dio: «E vidi un cielo nuovo e una terra nuova: il cielo e la terra di prima, infatti, erano scomparsi e il mare non c’era più». Dunque, osserva, Gerusalemme ha un cielo: Babilonia nell’Apocalisse è descritta dettagliatamente, ma non si vede mai il cielo, «è una città senza cielo, e quindi senza Dio – chiusa in un orizzonte puramente umano e terreno, pertanto destinata alla rovina». Quello di Gerusalemme è nuovo, un cielo aperto: «Ed è stato aperto perché il Figlio dell’uomo, che è disceso dal Cielo, dopo la Risurrezione è tornato al Cielo, portando con sé l’umanità. Il Cielo nuovo è un cielo già abitato dall’uomo».

Dunque per costruire la città si deve partire dal primato della fede, di Dio, escludere questo primato è impossibile: «Gerusalemme non è solo una questione di confini politici o accordi tecnici. La sua identità principale – la caratteristica più importante della Città e di tutta la Terra Santa – è quella di essere il luogo della rivelazione di Dio, il luogo dove le fedi sono a casa».

Quindi il Patriarca sembra uscire nella città vecchia, di notte, e incontrare credenti delle tre religioni che la attraversano per recarsi nei loro luoghi sacri. Coglie così che la preghiera delle diverse comunità religiose scandisce il ritmo dell’intera città, dandole verticalità:

«Essa deve essere, prima di tutto, una casa di preghiera per tutti i popoli (cf. Is 56,7). Non vogliamo mettere in discussione, e anzi confermiamo la necessità dei diversi Status Quo esistenti, importanti per regolare le relazioni tra le varie comunità della città. Credo tuttavia che vi sia bisogno anche del coraggio di un nuovo respiro, di costruire nuovi modelli di vita e di relazioni dove la comune fede in Dio possa diventare occasione di incontro e non di esclusione. Fede che ci apra al Cielo e al mondo, dove tutti i credenti si sentono sollecitati a portare l’umanità a Dio. Nessun progetto di convivenza, in Terra Santa, può prescindere dalla dimensione verticale, dalla coscienza che questa terra è, prima di tutto, il luogo della Rivelazione».

***

Il discorso prosegue, sempre riferendosi all’Apocalisse: «E vidi anche la Città Santa, la Gerusalemme nuova, scendere dal cielo, da Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo… L’angelo mi trasportò in spirito su di un monte grande e alto, e mi mostrò la città santa, Gerusalemme, che scende dal cielo, da Dio, risplendente della gloria di Dio».

Dunque non c’è un innalzarsi orgoglioso, il suo modo di essere perenne è quello discendente, che continua, prosegue: «senza un continuo “discendere dal cielo”, senza cioè attingere umilmente e costantemente alla relazione con Dio lasciando che sia Lui a illuminare il proprio modo di pensare, senza nutrirsi continuamente dalla Parola di Dio, le nostre istituzioni rischiano di atrofizzarsi. Rischiano di diventare fortezze inespugnabili e chiuse al mondo, invece di essere città aperte e sorgenti di vita nuova. Non si riceve da Dio la forza e la possibilità di uno sguardo diverso una volta per tutte: questi doni necessitano di una continua tensione dell’anima e del cuore».

I riferimenti all’Apocalisse proseguono così: «In essa non vidi alcun tempio: il Signore Dio, l’Onnipotente, e l’Agnello sono il suo tempio».

Nell’Antico Testamento, osserva, il desiderio di Dio di abitare tra gli uomini partiva dal tempio, ora il linguaggio cambia, nella Gerusalemme nuova la presenza di Dio non è più concentrata in uno spazio separato. Dio, spiega il patriarca, non è in un luogo, ma nella relazione, non è in un palazzo, ma nella storia. Dunque tutti sono accolti.

«Questo brano dell’Apocalisse offre una lezione forte alla Gerusalemme terrena, lacerata da conflitti legati al possesso dei luoghi e alla definizione di confini esclusivi. L’ossessione per l’occupazione degli spazi e per la proprietà è diventata uno dei criteri principali di interpretazione delle relazioni tra le comunità, generando spesso divisione e violenza. Sembra quasi che, per costruire relazioni e per avere diritto di parola, sia necessario possedere, occupare, giustificare la propria presenza attraverso un territorio. Non dobbiamo essere ingenui.

Esistono spazi che vanno custoditi, luoghi necessari perché ciascuna comunità possa vivere e testimoniare la propria fede. Non dobbiamo dimenticare che la Terra Santa è anche Terra dei Luoghi Santi, che custodiscono la memoria e l’identità storica dei popoli. Ma i confini servono a preservare la libertà, non a soffocarla. Non devono diventare barriere invalicabili né motivo di esclusione. È possibile convivere rispettando gli spazi altrui, nella considerazione della storia di tutti e delle diverse sensibilità.

Nella Gerusalemme nuova, dunque, non ci sono luoghi da possedere, ma relazioni da costruire. Se il Dio della Città Santa non occupa spazi e non innalza barriere, allora nessuno deve sentirsi escluso. Non si può perciò usare Dio per giustificare scelte di chiusura o di esclusione».

Si prosegue ancora con l’Apocalisse: «La città non ha bisogno della luce del sole, né della luce della luna: la gloria di Dio la illumina e la sua lampada è l’Agnello. Non vi sarà più notte, non avranno più bisogno di luce di lampada né di luce di sole, perché il Signore Dio li illuminerà». Siccome la luce non si possiede, si compie un altro passo oltre gli spazi chiusi e così l’allenamento dei propri occhi a questa luce, che è la vita, è il primo compito:

«Significa riconoscere ogni persona – il povero, lo straniero, e persino il nemico – come creatura fatta a immagine e somiglianza di Dio, guardare a loro come si guarda a Dio. È lo stesso stile dell’Agnello che illumina la città: un’autorità che si esprime nel dono di sé e che trasforma il potere in servizio, non in possesso e dominio».

***

La successiva citazione del libro di Giovanni sembra porci al cospetto di un controsenso: «È cinta da grandi e alte mura con dodici porte: sopra queste porte stanno dodici angeli e nomi scritti, i nomi delle dodici tribù dei figli d’Israele… Le mura della città poggiano su dodici basamenti, sopra i quali sono i dodici nomi dei dodici apostoli dell’Agnello». Curioso: Israele viene prima degli Apostoli!

La spiegazione non è semplice:

«Nella visione dell’Apocalisse, l’antico e il nuovo non sono contrapposti né sovrapposti, ma ricomposti in un’unità redenta. Dio non cancella la storia, ma la ricrea ponendole fondamenta nuove, nelle quali nulla va perduto e tutto ritrova il proprio posto. Gerusalemme diventa così il compimento sia per le dodici tribù sia per i dodici apostoli. Solo all’interno di questa città ciascuno può ritrovare il senso della propria storia e della propria missione».

Pizzaballa parla di punto decisivo anche per l’oggi, occorre soffermarsi:

«La violenza nasce spesso dall’incapacità di rileggere la propria storia in modo redento. Accade quando la memoria diventa una narrazione chiusa, costruita contro l’altro e difesa come un possesso esclusivo. La preoccupazione per il possesso di proprietà assunto come criterio per definire le relazioni, già emersa in precedenza, si riflette anche nel rapporto con la memoria storica. Si tende a voler possedere la narrazione degli eventi, come un territorio da difendere, mettendo continuamente in discussione la narrazione storica dell’altro.

Così facendo, non è più una memoria che aiuta a migliorare le relazioni, ma al contrario diventa una “memoria tossica”, che inquina le relazioni. Negare la memoria storica dell’altro è una forma sottile ma potente di esclusione. È necessario, invece, un ripensamento dei concetti stessi di “storia” e di “memoria” e – di conseguenza – anche della categoria di “colpa”, “giustizia” e “perdono”. Sono queste ultime che pongono in contatto diretto la sfera religiosa con quella morale, sociale e politica. Non si tratta di negare i fatti del passato, ma di verificarne le interpretazioni, affinché queste non determinino in modo violento le scelte di oggi. […]

Questa purificazione non è un’operazione diplomatica, né un compromesso politico: è un atto profondamente spirituale, perché tocca le radici dell’identità e del dolore. Richiede di lasciarci redimere da Dio per poter diventare, a nostra volta, strumenti e canali di guarigione per gli altri. […] Questo è il contributo, la missione, che l’Agnello ci lascia in consegna. La testimonianza alla quale siamo destinati, la “promessa e profezia” che deve sostenere il nostro pellegrinare nella Città Santa, nella nostra Chiesa: osare una visione che non nasce dal possesso, dalla paura o dalla rivendicazione, ma dalla redenzione della storia. Che Chiesa saremmo se non avessimo il coraggio di indicare un mondo che ancora non c’è, ma che Dio ci promette e che già intravediamo all’orizzonte?».

***

Si prosegue, sempre con l’Apocalisse: «Le sue porte non si chiuderanno mai durante il giorno, perché non vi sarà più notte». Alle mura difensive subentrano le mura che definiscono uno stile, ciò che si propone. «Ciò che nell’Antica Alleanza era privilegio di un solo popolo – benché, fin dall’inizio, destinato a tutti i popoli della terra ora è profetizzato per tutti. Tutti possono far parte del popolo santo di Dio».

«Le nazioni cammineranno alla sua luce, e i re della terra a lei porteranno il loro splendore… E porteranno a lei la gloria e l’onore delle nazioni». Dopo aver ricevuto se stessa da Dio, Gerusalemme si completa ricevendo se stessa dagli altri. Sembra la realizzazione della profezia di Isaia. Il cuore del mondo è a Gerusalemme, scrive il patriarca, convinto che i governanti ne debbano tenere conto: «Gerusalemme non appartiene a nessuno in modo esclusivo, ma appartiene a ciascuno perché non è bottino, bensì dono, punto di riferimento comune, un patrimonio dell’umanità».

Gerusalemme ha anche una missione terapeutica: «E mi mostrò poi un fiume d’acqua viva, limpido come cristallo, che scaturiva dal trono di Dio e dell’Agnello. In mezzo alla piazza della città, e da una parte e dall’altra del fiume, si trova un albero di vita che dà frutti dodici volte all’anno, portando frutto ogni mese; le foglie dell’albero servono a guarire le nazioni», quindi «l’albero della vita, che nell’Eden era precluso all’uomo, è ora nel cuore della città, accessibile a tutti».

Ci avviciniamo alla conclusione di questa seconda parte della lettera dal patriarca latino di Gerusalemme:

«Redimere le conseguenze del conflitto – l’odio, la paura, la “memoria tossica” – è il compito specifico e sublime della Chiesa di Gerusalemme per il mondo intero. Le sue radici affondano nella geografia della salvezza, ma il suo sguardo è universale: essere per il mondo non un’utopia, ma il seme di una città reale, la città posta sul monte che irradia la luce di Cristo a tutte le nazioni, dove gli uomini imparano l’arte del perdono, la forza dell’uguaglianza e la gioia del servizio. È soprattutto il coraggio del perdono la medicina più potente, capace di portare guarigione, ed è anche la testimonianza più autentica che la nostra comunità può offrire ai popoli di questa Terra.

Non si tratta di fare da ponte tra due parti in conflitto, come se i cristiani fossero chiamati a mediare dall’esterno. Non è questo il loro ruolo. I cristiani in Terra Santa non sono un terzo incomodo, né un cuscinetto neutrale tra israeliani e palestinesi, o un corpo separato rispetto ai loro fratelli non cristiani. […] Non sono chiamati a chiudersi in un’enclave protetta, né a fuggire, ma a vivere fino in fondo la loro vocazione: stare dentro la società, condividendone le sorti, per fermentarla dall’interno con una visione dell’uomo – e del vivere sociale – radicata nel Vangelo.

Non offrono al mondo un’utopia astratta, ma il seme – fragile, concreto, talvolta quasi invisibile – di una città possibile. Una città che lievita dal basso, nella pasta del quotidiano condiviso con i loro concittadini musulmani ed ebrei, e che mostra come convivenza, perdono e riconciliazione sono possibili. Per tutti».

***

Ovviamente esiste sa la possibilità del rifiuto, e quando siamo a ridosso delle conclusioni la lettera affronta il tema. «Il rifiuto di cui parlano le Scritture costituisce qualcosa di più radicale: è l’adesione – deliberata, ostinata e chiusa al pentimento – a uno stile di vita che diventa la negazione stessa della logica dell’Agnello. È la scelta consapevole della menzogna come sistema, della violenza come metodo. Si manifesta nella pretesa di possedere non solo gli spazi, ma la verità. È il costruire la propria vita e la propria città su quel progetto di Babele che pretende di innalzarsi verso il cielo con le sole proprie forze, escludendo Dio e, di conseguenza, mettendo da parte il fratello».

La Gerusalemme che emerge dalla lettura dell’Apocalisse che compie il patriarca Pizzaballa ci dice che per lui Gerusalemme è una città da condividere, un luogo di incontro, il cui carattere religioso non può essere ignorato. Le rivendicazioni esclusive la contraddicono e conclude così questa parte decisiva:

«La Chiesa di Gerusalemme, piccola e resiliente, si trova a vivere qui e ora lo stile della Gerusalemme celeste: essere luogo accogliente, luce pasquale che rischiara le tenebre del rancore; essere casa dalle porte aperte, strumento di guarigione nel mondo. Questo è il suo sogno, la sua missione, il suo dono all’umanità».

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