L’obiezione di coscienza nella Chiesa contemporanea

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Martedì 28 aprile, a due anni dalla morte del dehoniano p. Angelo Cavagna, è stato presentato a Bologna il volume a più voci Padre Angelo Cavagna. Profeta della pace e della nonviolenza (a cura di M. Chiurchiù, Multimage, Firenze 2026; cf. qui su SettimanaNews). Alla presentazione ha preso parte come relatore anche lo storico Daniele Menozzi, di cui riprendiamo di seguito l’intervento dedicato al tema dell’obiezione di coscienza nella Chiesa contemporanea

Il libro dedicato a ricordare p. Angelo Cavagna raccoglie testi e testimonianze. Illustrano, sotto diversi profili, la sua molteplice attività diretta a promuovere l’obiezione di coscienza, il servizio civile e la difesa popolare nonviolenta. In una pagina del volume si legge che tutte queste iniziative s’inquadrano in una prospettiva unitaria. Il dehoniano si proponeva di far maturare nella Chiesa una maggiore consapevolezza in ordine agli atteggiamenti necessari a costruire la pace attraverso il rifiuto della guerra.

Vorrei partire da questa osservazione, per ripercorrere l’itinerario storico compiuto dalla Chiesa sul tema dell’obiezione di coscienza, in modo da collocare le riflessioni di p. Cavagna nel contesto delle posizioni ufficiali espresse dal magistero. Mi pare che questa ricostruzione aiuterà a formulare poi qualche considerazione finale circa l’attualità dell’eredità che ha lasciato.

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La Chiesa precedente al Vaticano II manifesta un rifiuto delle poche aperture emergenti dal mondo cattolico – come quella elaborata da Luigi Sturzo, dopo l’«inutile strage» della Grande guerra – che presentano nell’obiezione di coscienza la via di superamento della violenza bellica. La costituzione conciliare Gaudium et spes – approvata dall’assise ecumenica nel 1965 – introduce un primo mutamento. Auspica infatti che «le leggi dello Stato provvedano umanamente al caso di coloro che, per motivi di coscienza, ricusano l’uso delle armi, mentre tuttavia accettano qualche altra forma di servizio alla comunità umana».

Il mutamento è cauto. Non solo perché è introdotto da una frase tutt’altro che perentoria: «sembra conforme ad equità che le leggi dello Stato…»; ma soprattutto perché s’inquadra all’interno di una posizione generale che giustifica il ricorso dello Stato alla leva obbligatoria. La costituzione afferma infatti che, fino a quando la comunità internazionale non si sarà dotata di efficaci strumenti per la soluzione pacifica delle controversie «non si potrà negare ai governi i diritto ad una legittima difesa». Quindi coloro che, nelle fila dell’esercito, si dedicano al servizio della patria assolvono una funzione eticamente apprezzabile.

Un punto del documento ne evidenzia, emblematicamente, la prudenza. L’aperto elogio per coloro che «rinunciando alla violenza nella rivendicazione dei loro diritti, ricorrono a quei mezzi che sono alla portata di tutti», viene accompagnato da una precisa condizione. Questa scelta non deve mai recar pregiudizio alla comunità politica. In tal modo l’apprezzamento per la nonviolenza viene, di fatto, incrinato.

La cauta linea della Gaudium et spes è ripresa dal magistero di Paolo VI. Da un lato Montini esprime, nell’enciclica Populorum progressio del 1967, vivo compiacimento per la sostituzione del servizio civile al servizio militare; dall’altro lato nel messaggio per la prima giornata mondiale del pace del 1 gennaio 1968 censura, con una evidente allusione ai giovani americani renitenti alla leva per la guerra in Vietnam, «l’ignavia di coloro che temono di dover dare la vita al servizio del proprio Paese e dei propri fratelli quando questi sono impegnati nella difesa della giustizia e della libertà».

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Si può dire che Paolo VI riserva all’autorità ecclesiastica la facoltà di decidere, caso per caso, la liceità dell’obiezione di coscienza. La guerra in Vietnam gli appare, evidentemente, una difesa della libertà dall’espansionismo comunista. Tuttavia la posizione di Montini lascia aperta nel mondo cattolico la discussione. In questi spazi si inseriscono alcune personalità che, riprendendo elaborazioni in precedenza compiute nella Chiesa fiorentina (don Milani, Balducci, La Pira), diffondono la convinzione che l’inscindibile nesso tra pace e Vangelo si traduce nella scelta di pratiche nonviolente.

Ne è esempio significativo proprio l’attività, a partire dagli anni Settanta, del p. Cavagna. Può far leva sull’ordinamento della Repubblica italiana, dove l’articolo 11 della Costituzione sancisce il ripudio della guerra e la disponibilità a limitare la sovranità dello Stato per conseguire la pace. L’efficacia ecclesiale di questa mobilitazione si può misurare nel Catechismo della Chiesa cattolica pubblicato nel 1997.

Il testo si muove nell’ottica tradizionale della teologia della guerra giusta. Ma ne riconosce una sola tipologia, la guerra per legittima difesa. Pur accompagnandone la liceità a vincolanti condizioni, questa impostazione comporta il ribadimento del valore morale del servizio militare a difesa della patria. Tuttavia, per la prima volta, un testo ufficiale del magistero cattolica proclama la liceità della disobbedienza ai superiori militari: «si è moralmente in obbligo di far resistenza agli ordini che comandano un genocidio».

Il contesto in cui è inserita questa inequivocabile affermazione sul dovere morale della disobbedienza all’autorità allarga poi la possibilità di sottrarsi all’obbligo di sottomettersi alle prescrizioni dei depositari del potere. Oltre alla fattispecie del genocidio, giuridicamente definita dalle Nazioni Unite, appare infatti lecito rifiutarsi ad ogni comando che violi norme dell’universale diritto delle genti o del diritto internazionale umanitario (uccisione di civili, feriti, ecc.).

Si compie così un primo, ma importante, passo verso il riconoscimento ufficiale del primato della coscienza nei rapporti con il potere politico e militare, anche se resta immutato il privilegio che la dottrina della guerra giusta riserva ai governanti. Lo ribadisce nel giugno 2005 il Compendio del catechismo redatto da una commissione cardinalizia creata da papa Wojtyla tre anni prima e presieduta dall’allora prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, Joseph Ratzinger. Vi si proclama infatti il «grave dovere» dei credenti a contribuire, anche a costo della vita, alla guerra di legittima difesa.

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Un decisivo passaggio si verifica nel messaggio per la Giornata mondiale della pace 2017 pubblicato da papa Francesco. Davanti allo scenario di una «terza guerra mondiale a pezzi», che in ogni momento rischia di trasformarsi in un apocalittico conflitto globale, il pontefice argentino, convinto della follia e della inutilità della guerra, proclama che l’atteggiamento di un cristiano che voglia essere coerente con il Vangelo, deve fondarsi sulla «nonviolenza attiva».

La buona novella portata da Gesù richiede infatti «di rispondere al male con il bene, spezzando in tal modo la catena della ingiustizia». Bergoglio precisa che non intende in tal modo promuovere «resa, disimpegno e passività» davanti alle infrazioni del diritto, bensì ricordare che si può contrastare l’ingiustizia promossa con le armi, ricorrendo a quelle strategie nonviolente che si conformano all’atteggiamento di mitezza, carità e fratellanza testimoniato nel Vangelo.

Successivi interventi ne presentano una concreta applicazione nell’obiezione di coscienza. Ricorda infatti il valore esemplare del rifiuto dei portuali Genova di caricare su una nave le armi dirette ad alimentare la guerra in Yemen (6 novembre 2022); e ancor più chiaramente osserva che, se si fosse seguito l’esempio di Franz Jágerstätter, il contadino austriaco ucciso dal regime nazista per il rifiuto di imbracciare le armi, i piani bellicisti di Hitler non avrebbero avuto esito (6 luglio 2022).

L’effettiva assimilazione di questa posizione nella comunità ecclesiale è stata resa difficile dal moltiplicarsi, nello scenario mondiale da guerre di aggressione, in particolare l’attacco della Federazione russa all’Ucraina e di Israele alla Palestina, che di fatto hanno impedito alla Santa sede, impegnata sul piano politico-diplomatico per trovare una soluzione pacifica alle contese, di accantonare la tradizionale legittimazione della guerra di difesa.

Bergoglio ha così ripiegato negli ultimi anni del suo magistero sulla richiesta di un ripensamento della guerra giusta. Ribadendo che la guerra «è sempre un errore», ha notato che l livello raggiunto dagli armamenti rende impraticabili i criteri di razionalità un tempo messi in opera dai cristiani per legittimare il ricorso alla violenza bellica. Ha dunque sollecitato una revisione della dottrina tradizionale della guerra giusta.

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Leone XIV ha sviluppato questa posizione. Ha infatti sostenuto la diplomazia vaticana impegnata a favorire un multilateralismo che non mette in discussione il principio della legittima difesa. Al contempo, però, ha fortemente invitato le Chiese – in particolare quella italiana, che ha prontamente accolto l’invito nella nota pastorale Educare a una pace disarmata e disarmante – a promuovere a tutti i livelli una pedagogia della nonviolenza.

Sembra di capire che la Santa sede ancora adotta nelle relazioni internazionali l’antiquato strumento della guerra giusta in attesa che i cristiani, tutti i cristiani, giungano finalmente a comprendere le esigenze del Vangelo in ordine alla costruzione della pace. Intanto ha comunque sollecitato tutti gli Stati a riconoscere il diritto all’obiezione di coscienza non solo nel campo della bioetica, su cui tanto avevano insistito i predecessori, ma anche nel campo del servizio militare in nome del principio della nonviolenza.

Ma la drammatica situazione odierna – in cui l’uso della forza militare è ritornato a essere il criterio orientatore nei rapporti tra gli Stati – pone un problema. È emerso dalle interviste dell’ordinario castrense americano, Timothy Broglio, in ordine alla liceità per il soldato credente di sottarsi agli ordini nel corso delle guerre ventilate o condotte dall’attuale presidente statunitense.

Dopo aver sostenuto la liceità del rifiuto di eseguire un ordine in una guerra ingiusta – ad esempio l’aggressione alla Groenlandia – Broglio ha precisato in un successivo intervento che in un ordinamento, come quello statunitense, in cui si prevede l’obiezione di coscienza al servizio militare per ragioni religiose, il soldato credente, una volta accettato l’arruolamento, non può, in caso di conflitto, sottrarsi ai comandi (ovviamente ad eccezione del caso previsto nel Catechismo: violazioni del diritto umanitario).

Ma proprio il ripresentarsi di guerre, in cui è ormai norma l’uccisione di civili, la distruzione di strutture educative e sanitarie, la cancellazione delle basilari fonti alimentari e energetiche di una popolazione, richiede un approfondimento della questione. Pare sia ormai tempo di andare oltre la lettera del Catechismo: non solo ogni infrazione del diritto umanitario, ma anche la semplice violazione del diritto internazionale giustifica la disobbedienza del soldato cristiano.

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Il libro su p. Cavagna illustra il passaggio della sua riflessione dalla promozione dell’obiezione di coscienza all’organizzazione del servizio civile in seguito alla professionalizzazione dell’esercito verificatasi negli anni di pace goduti dalla Repubblica italiana. Oggi, davanti al furore bellicistico di governanti dotati di arsenale nucleare e al progetto di ritornare, anche nel nostro Paese, come si sta facendo in Germania, alla leva militare obbligatoria, più che mai ridiventa attuale e rilevante la sua riflessione sulla radice evangelica della disobbedienza agli ordini di morte e distruzione di chi detiene il potere.

Non a caso il vivace dibattuto interno alla Chiesa americana sembra muoversi in questa direzione. Sulla rivista dei gesuiti statunitensi America magazine, il p. Nathan Schneider vi ha sostenuto che, davanti al sistematico ricorso dell’amministrazione statunitense a guerre preventive, i cattolici americani, se vogliono seguire l’esempio di Gesù, non possono che «rifiutare la chiamata alle armi».

Le recenti considerazioni dell’arcivescovo di Washington, riportate da SettimanaNews, sono certo più prudenti. Tuttavia il card. McElroy mira a spostare dal governo alla Chiesa il soggetto cui spetta decidere la liceità morale del ricorso alla violenza bellica. Nella visione ecclesiologica secondo cui la Chiesa è popolo di Dio la valutazione ultima finisce, inevitabilmente, per ricadere sulla coscienza del credente.

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Un commento

  1. Andrea Pancaldi 2 maggio 2026

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