
Opera dell’artista canadese Osnak Tzadok (OsnatFineArt)
Un approfondimento psicologico sulla dimensione omoaffettiva e alcune indicazioni per un consapevole accompagnamento umano e pastorale. Don Salvatore Casà è presbitero e psicoterapeuta della Diocesi di Agrigento
Il Rapporto Finale del Gruppo di Studio n. 9, consegnato a Papa Leone XIV e pubblicato il 5 maggio 2026, ha segnato una svolta importante nell’approccio della Chiesa nei confronti della complessa dimensione della omoaffettività. Il documento, che superando definizioni cliniche obsolete e introducendo il «metodo dell’ascolto» e il «principio di pastoralità» accoglie in sé le testimonianze di alcune coppie omoaffettive, riesce ad attuare il difficile passaggio da una lettura puramente morale-normativa a una relazionale-pastorale delle questioni cosiddette emergenti.
Anche nel Documento di sintesi del cammino sinodale delle Chiese in Italia Lievito di pace e di speranza, così come in altre recenti Esortazioni Apostoliche, viene posto l’accento sulla necessità di integrare tutti, perché nessuno si percepisca fuori dall’amore incondizionato e gratuito di Dio[1]. Emerge una visione fortemente pastorale che motiva la necessità di farsi prossimi dell’altro, rendendo attuale una dimensione spirituale spesso percepita astratta, ma che deve incarnarsi nella vita e nell’esperienza di una relazione autentica e viva.
La comprensione del vissuto, a volte drammatico, delle persone con orientamento omoaffettivo dato dall’impatto con un contesto sociale, familiare, culturale e ecclesiale ostile, omofobico o discriminatorio, è più che mai un’esigenza ecclesiale da tenere fortemente in considerazione. Per realizzare questo, è necessario riscoprire l’essenzialità di un buon accompagnamento umano e spirituale e di abbandonare il posto di spettatori per essere protagonisti di nuovi dinamismi pastorali[2].
Genesi e sviluppo del pregiudizio: il fenomeno dell’omofobia interiorizzata
«Omofobia» è un termine coniato dallo psicologo George Weinberg negli anni Sesssanta, per definire la paura irrazionale, l’intolleranza e l’odio nei confronti delle persone omosessuali da parte della società eterosessista[3]. Egli capovolse la prospettiva clinica dell’epoca, sostenendo che l’omosessualità non fosse una malattia, ma che lo fosse piuttosto l’odio irrazionale verso di essa (l’omofobia).
Un ambiente dal clima omofobo (o «ambiente omofobico») delinea un contesto socioculturale in cui l’omosessualità è sminuita, stigmatizzata o apertamente osteggiata. Non si limita a possibili atti di violenza, ma rappresenta una condizione strutturale e diffusa che influenza la vita quotidiana delle persone LGBT+ attraverso diverse manifestazioni.
A distanza di decenni sono ancora ampiamente diffusi nella nostra società, pregiudizi e atteggiamenti insultanti e discriminatori verso l’omosessualità.
Tali comportamenti possono indurre nell’individuo uno stato di omofobia interiorizzata: la persona omosessuale fa propria la disapprovazione sociale, assumendola in modo spesso inconsapevole, arrivando a non accettarsi e a provare vergogna di sé, fino a disprezzarsi. La persona può così tendere a osteggiare, a negare il proprio orientamento[4].
Ridurre il fenomeno dell’omofobia necessita di un approccio strutturato che trasformi le idee fortemente scolpite nella visione di molti individui, e per questo non può essere compresa solo come un mutamento di comportamenti immediatamente osservabili. Uno degli strumenti psicologici e formativi più efficaci per mappare e contrastare questi pregiudizi è la Scala Riddle[5] (o Riddle Homophobia Scale), sviluppata dalla psicologa Dorothy Riddle nel 1974.
Questa scala, che non si limita a dividere gli individui in omofobi e non omofobi, è stata una delle prime classificazioni moderne a proporre una visione degli atteggiamenti verso l’omosessualità non come una dicotomia (rifiuto/accoglienza), ma come un continuum di otto livelli. Un tentativo che cercò di valutare con una certa oggettività il grado di pregiudizio e discriminazione verso le persone omosessuali. La scala si divide in due macro-aree che descrivono gli atteggiamenti negativi (repulsione, pietà, tolleranza, accettazione), e quelli positivi (sostegno, ammirazione, apprezzamento, celebrazione).
Si passano in rassegna le vasta gamma di atteggiamenti e convinzioni spesso estremamente radicati nella popolazione, percependo la dimensione omoaffettiva ora come un «crimine contro natura», una malattia o una perversione, ora come una fase transitoria o un orientamento inferiore che deve essere tollerato, evitando però la vicinanza.
Nella parte più alta della scala, gli individui mostrano un atteggiamento via via sempre più favorevole, puntando una particolare attenzione alla difesa dei diritti delle persone LGBTQ+, opponendosi alle discriminazioni, fino alla valorizzazione della diversità degli orientamenti sessuali, supportando attivamente l’inclusione, e considerando i vari orientamenti affettivi come una ricchezza per la società.
Queste riportate di seguito sono solo alcune della domande che possono aiutarci a quantificare il livello personale e sociale di omofobia: Ho paura che i rapporti omosessuali siano una minaccia per la società in quanto contribuiscono alla diminuzione delle nascite? Cambierei opinione e sentimenti verso un amico se venissi a scoprire che è omosessuale? I gay e le lesbiche non dovrebbero rivelare ai loro genitori la propria omosessualità, per non farli soffrire troppo! Un buon calciatore non può essere gay! La cultura omosessuale (libri, film, televisione, ecc.) può essere pericolosa perché può provocare un aumento dei casi di omosessualità! Se i gay e le lesbiche vogliono avere gli stessi diritti degli eterosessuali devono rinunciare alla loro omosessualità! Mi procurerebbe disagio ospitare in casa per la notte una coppia omosessuale.
È utile ricordare alcune tra le credenze più diffuse che si sono stratificate e interiorizzate nella persona omoaffettiva: «le persone omoaffettive sono maschi\femmine mancati»; «sono peccatori»; «fanno sesso promiscuo»; «è giusto che si debbano nascondere»; «non possono fare effusioni in pubblico»; «se sei così, sei un pervertito».
Questo genere di convinzioni possono gravemente ostacolare il fondamentale processo di coesione interiore della persona e di valutazione positiva di sé stessi e del mondo che lo circonda[6].
Terapie di conversione: la posizione critica della psicologia
Il fenomeno dell’omofobia interiorizzata appena descritto può spingere la persona a sentirsi sbagliata, difettosa, e questo malessere interiore può spingere a scelte drastiche, al punto tale da desiderare di convertire il proprio orientamento affettivo.
Le cause sono, sempre complesse e legate alla storia personale dell’individuo, sono riconducibili al bisogno di appartenere a un contesto sociale e familiare eteronormato, evitando l’esperienza dello stigma e della disapprovazione che ne deriverebbe dal rivelare il proprio orientamento affettivo.
Le Terapie di conversione (note anche come terapia riparativa o SOGIECE – Sexual Orientation and Gender Identity Change Efforts) sono un insieme di interventi che mirano a modificare l’orientamento sessuale di una persona, da omosessuale/bisessuale a eterosessuale, o di allineare l’orientamento affettivo verso l’identità di genere al sesso dato alla nascita.
Nel 1994 L’American Psychiatric Association (APA) ha dichiarato che non esistono valide pubblicazioni scientifiche che dimostrano l’efficacia delle terapie riparative per modificare l’orientamento sessuale; al contrario, si evidenziano i gravi danni che provocano: perdita di interesse sessuale, ansia, depressione, impulsi suicidari.
L’approccio delle terapie riparative si allea con l’omofobia interiorizzata delle persone, facendo leva sui sentimenti di vergogna e sul senso di colpa. Il risultato è quello di rinforzare una scissione o un occultamento dell’omosessualità dal resto della personalità[7].
Anche in Italia, nel 2010, è stato pubblicato un documento sottoscritto da psicologi, psichiatri, psicoterapeuti, psicoanalisti, studiosi e ricercatori nel campo della salute mentale e della formazione con l’obiettivo di esorcizzare i tentativi di patologizzazione dell’omosessualità, affermando che tutti i trattamenti e i percorsi mirati a indurre i pazienti a modificare il proprio orientamento sessuale si pongono al di fuori dello spirito etico e scientifico, ritenendoli deontologicamente inammissibili.
Il Consiglio Nazionale dell’Ordine degli Psicologi ha espresso più volte il proprio parere sulla dannosità delle terapie riparative e contro la concezione dell’omosessualità come malattia.
Il documento ha chiarito che lo psicologo non deve «curare» l’omosessualità, ma può aiutare le persone a gestire il malessere legato a conflitti interiori o a discriminazioni esterne. Tuttavia, nessuna legge al momento proibisce esplicitamente la terapia di conversione per l’orientamento sessuale o l’identità di genere[8].
Il disagio psicologico e sociale avvertito da alcuni individui e le eventuali richieste di aiuto per modificare o reprimere il proprio orientamento sessuale sono da ricondurre ad un conflitto interno tra tale orientamento e il contesto socio-culturale a cui la persona appartiene.
Minority stress e conseguenze psicologiche
Ogni individuo può, in alcuni fasi della sua vita, sperimentare una forma di stress generale: problemi economici, conflitti familiari, malattie, cambiamenti lavorativi, possono determinare un livello di stress psico-fisico spesso già difficile da sostenere.
Il Minority stress è una teoria psicologica concepita da Ilan Meyer alla fine degli anni Novanta che descrive lo stress cronico ed eccessivo vissuto dalle minoranze stigmatizzate, in particolare quelle sessuali e di genere (LGBTQIA+), a causa di pregiudizi, discriminazioni e omofobia/transfobia. Questo stress «in eccesso» deriva dall’ambiente sociale in cui si vive e provoca un maggiore rischio di disagio psicologico, ansia, depressione e problemi di salute fisica. Recenti studi hanno anche mostrato come l’esperienza costante di discriminazione possa influire negativamente sulla salute delle persone appartenenti a gruppi di minoranza[9].
I ricercatori hanno descritto una distinzione fondamentale tra i fattori di stress, che è utile riportare: i fattori di stress distali (eventi e condizioni esterne, osservabili, che colpiscono la persona in quanto membro di una minoranza); i fattori di stress prossimali (i processi psicologici interni che possono nascere dall’esposizione prolungata allo stigma). Questi ultimi sono definiti «prossimali» perché avvengono dentro la persona, anche quando non si evince una discriminazione esplicita in atto in quel momento.
Tra i fattori distali più ricorrenti si ricordano: discriminazione esplicita, come l’impossibilità di accedere a specifici servizi; gli insulti o l’esclusione da opportunità lavorative o abitative a causa dell’identità; violenza e minacce, che possono manifestarsi attraverso aggressioni fisiche o verbali, molestie e bullismo; microaggressioni, ovvero commenti, battute, sguardi o domande intrusive che comunicano svalutazione o curiosità morbosa; e i cosiddetti «non-eventi», cioè opportunità mai offerte (promozioni, inviti, ruoli di responsabilità) perché si presume, spesso in modo implicito, che la persona «non sia adatta». Queste esperienze non sono solo dolorose sul piano emotivo, ma hanno anche un impatto documentato sulla salute[10].
Anche i fattori prossimali possono aumentare i livelli di stress peggiorando il benessere psicologico della persona. Spesso gli individui che vivono una dimensione omoaffettiva fanno propri i messaggi negativi di disprezzo e di rifiuto, arrivando a rivolgerli contro di sé fino al punto di provare vergogna per il proprio orientamento affettivo.
La vergogna per sé stessi è un’emozione estremamente subdola e dolorosa, che nasce dal sentirsi sbagliati e inadeguati rispetto ad altri modelli personali o sociali. Il provare questa sensazione determina un profondo disagio intrapsichico ben più pervasivo rispetto al senso di colpa legato ad un singolo comportamento, e ha delle importanti ripercussioni anche nella vita sociale dell’individuo, alimentando il tormento costante che, se gli altri conoscessero il reale orientamento affettivo, rifiuterebbero, giudicherebbero o farebbero del male.
Questa pericolosa forma di attesa costante del rifiuto può determinare una drammatica condizione di occultamento dell’identità, portando a nascondere o mascherare parti di sé, relazioni sentimentali, espressione del proprio vissuto, emozioni, con l’unico fine di proteggersi.
Queste dinamiche, ben lungi dall’essere «difetti di personalità», sono risposte apprese per adattarsi in un contesto che viene percepito ostile. Ma c’è di più: nel tempo possono diventare condizioni autonome di sofferenza, anche in ambienti relativamente sicuri. In altre parole, il biasimo «respirato» può collocarsi «sotto la pelle», alimentarsi costantemente da dinamismi interni e vivere di vita propria.
Alcuni di questi complessi meccanismi possono far comparire una certa disregolazione emotiva, la ruminazione di pensieri che in modo ripetitivo rendono sempre presenti episodi di discriminazione o possibili rifiuti futuri, mantenendo l’ansia a livelli elevati; l’acquisizione di schemi negativi su di sé e sul mondo («non valgo», «non sarò mai al sicuro», «nessuno mi accetterà davvero»), fino a giungere, in alcuni casi più complessi, all’evitamento dei contatti sociali, con conseguente isolamento.
Per un accompagnamento libero e consapevole
Oggi, più che in ogni altra epoca, il cuore dell’uomo ha necessità di sentirsi accolto e rispettato nel difficile e tortuoso percorso di vita. Questo può accadere creando attorno a lui un clima di serena accoglienza, alimentato da due fattori irrinunciabili: la sospensione del giudizio e la considerazione positiva ed empatica dell’altro.
Due esigenze importanti perché possa avviarsi un processo di conversione della relazione pastorale che sposti l’accento dal dinamismo giusto/sbagliato al rafforzamento di una buona relazione di accompagnamento, come strumento di crescita e ricomprensione, alla luce della fede, del proprio vissuto personale, nella sua particolarità e irripetibilità.
Accompagnare una persona significa mirare al raggiungimento del suo benessere psicologico, sociale e spirituale, attraverso una soddisfacente integrazione delle varie dimensioni del sé: affettiva, relazionale, familiare, spirituale professionale.
Ciò deve comportare la progressiva acquisizione interiore della percezione di sentirsi al sicuro, con una particolare attenzione allo sviluppo della capacità di narrazione della propria storia che, se da una parte, avvia il processo di guarigione dai sensi di colpa, dall’altra può curare un’eventuale memoria traumatica. Il percorso di narrazione del sé porta lentamente a far emergere i vissuti, già a partire dall’infanzia, per capire da chi, dove e quando è stato piantato il seme di quella dannosa percezione di sentirsi sbagliato e che progressivamente è cresciuto fino alla sua manifestazione come omofobia interiorizzata.
Per questo, è necessario diventare esperti di un accompagnamento sano ed efficace, avendo consapevolezza della fragilità che ogni individuo porta con sé. Così scrive Borgna: «Siamo condizionati dal timore di non essere accettati, e di non essere riconosciuti nelle nostre insicurezze e nel nostro bisogno di ascolto, di aiuto. La nostra fragilità e radicalmente ferita dalle relazioni che non siano gentili, ma fredde, glaciali, o anche solo indifferenti, non curanti»[11].
Accompagnare una persona omoffettiva nel proprio percorso di accettazione richiede sensibilità, ascolto e sostegno attivo, in un ambiente sicuro e al riparo da ogni forma di pensiero giudicante[12].
L’ascolto attivo consente di creare uno spazio sicuro attorno all’interlocutore, dimostrando disponibilità e interesse sinceri, prestando una particolare attenzione alle emozioni che colorano il racconto di sé, senza mai forzare i tempi.
Mostrarsi sereni e aperti riguardo all’orientamento sessuale, che è parte intrinseca della propria identità, consente anche di riconoscere le difficoltà di una storia spesso segnata da paura e vergogna, allenarsi a sentire l’altro «sulla nostra pelle» per abitare realmente la relazione di prossimità e allontanare progressivamente quella condizione di solitudine interiorizzata che alimenta una concezione negativa di sé e del mondo, e apre alla possibilità di essere-con, di sperimentare una profonda e rinnovata connessione emotiva con l’altro, essenziale per vivere dinamismi personali e comunitari inediti, creativi.
È anche vero che le parole e i gesti di chi è chiamato ad accompagnare possono ferire e allontanare, far perdere fiducia e alimentare un senso di inadeguatezza. Minimizzare le esperienze o le paure dell’altro, ritenere l’orientamento affettivo come una fase passeggera o una scelta «imperfetta» forzare la persona a rivelarsi ad altri se non si sente pronta, sono solo alcuni dei passi falsi che possono danneggiare la sensibilità e il cammino di riconciliazione di una persona.
Anche alla luce del documento di sintesi del cammino sinodale Lievito di pace e di speranza[13], alle nostre comunità ecclesiali sono richieste alcune caratteristiche. In modo particolare, un’accoglienza incondizionata della persona che bussa alla nostra porta, che si nutra non di preconcetti freddi e aridi, ma dalla condizione reale dell’individuo, che abbia il coraggio e l’umiltà di confrontarsi con le situazioni concrete di vita dei credenti e dei loro familiari, che sfoci in una esperienza chiara e concreta di inclusione ecclesiale, di superamento della logica della «nicchia». Una svolta pastorale che fa emergere il volto più genuino e autentico della Chiesa, che è popolo in cammino e casa per tutti, e non una dogana che seleziona chi ha i requisiti.
È auspicabile che le nostre comunità cristiane accolgano con favore un approccio che si basi sulla dignità della persona, rifiutando l’idea di “figli sbagliati”, promuovendo l’accoglienza della diversità come parte della complessità umana e segno della ricchezza che ogni persona porta con la sua storia, con ciò che è.
Così scrive Padre Piva: «La Comunità come luogo in cui vivere un fecondo discernimento, perché ciascuno possa vivere la stessa vita cristiana, nella forma concretamente possibile; senza mai smarrire la speranza di trovare modi nuovi per annunciare la Verità, ma senza lasciare fuori nessuno dalla portata misericordiosa di questa Verità»[14].
[1] Cf. Francesco, Esortazione Apostolica Amoris Laetitia (19 marzo 2016), n. 297: “Si tratta di integrare tutti, si deve aiutare ciascuno a trovare il proprio modo di partecipare alla comunità ecclesiale, perché si senta oggetto di una misericordia immeritata, incondizionata e gratuita…”.
[2] Cfr Francesco, Esortazione Apostolica Evangelii Gaudium (24/11/2013), n. 171: «Abbiamo bisogno di esercitarci nell’arte di ascoltare, che è più che sentire. La prima cosa, nella comunicazione con l’altro, è la capacità del cuore che rende possibile la prossimità, senza la quale non esiste un vero incontro spirituale. L’ascolto ci aiuta ad individuare il gesto e la parola opportuna che ci smuove dalla tranquilla condizione di spettatori».
[3] Cf. G. Weinberg, Society and the Healthy Homosexual, St. Martin’s Press, New York 1972.
[4] Cf. V. Lingiardi, La ricerca psicologica su omosessualità e omofobia interiorizzata: presupposti e prospettive, XII Congresso Nazionale della Sezione di Psicologia Clinica e Dinamica, Torino 2010.
[5] Cf. D. Riddle, Homophobia Scale, in: K. Obear & A. Reynolds (Eds.), Opening Doors to Understanding and Acceptance. Boston 1985.
[6] Cfr. Montano A. – Rubbino R., Manuale di psicoterapia per la popolazione LGBTQIA+, Erikson, Trento 2021, 83.
[7] Cf. American Psychological Association, Report of the APA Task Force on Appropriate Therapeutic Responses to Sexual Orientation, Washington, DC: APA, 2009, 45.
[8] Cf. Consiglio Nazionale dell’Ordine degli Psicologi (CNOP), L’omosessualità non è una malattia, Nota del 12 ottobre 2010.
[9] Cf. Montano A. – Rubbino R., Manuale di psicoterapia per la popolazione LGBTQIA+, Erikson, Trento 2021, 110.
[10] Cfr. Hoy-Ellis C. P. Minority Stress and Mental Health: A Review of the Literature, Journal of Homosexuality, vol. 70, n. 5, 2023, pp. 806–830.
[11] E. Borgna, Le parole che salvano, Einaudi, Torino 2017, 8.
[12] EG 169: «La Chiesa dovrà iniziare i suoi membri – sacerdoti, religiosi e laici – a questa arte dell’accompagnamento, perché tutti imparino sempre a togliersi i sandali davanti alla terra sacra dell’altro (cfr Es 3,5). Dobbiamo dare al nostro cammino il ritmo salutare della prossimità, con uno sguardo rispettoso e pieno di compassione ma che nel medesimo tempo sani, liberi e incoraggi a maturare nella vita cristiana».
[13] Conferenza Episcopale Italiana, Lievito di pace e di speranza. Documento di sintesi del Cammino sinodale delle Chiese che sono in Italia, 25 ottobre 2025, n. 30: «Essere segno del Regno di Dio implica relazioni autentiche e comunionali, che mostrino le differenze come ricchezza. La comunità ecclesiale vuole essere uno spazio nel quale ognuno può sentirsi compreso, accolto, accompagnato e incoraggiato, con una particolare attenzione a coloro che rimangono ai margini…”
[14] Piva P., Pastorale con persone omosessuali: Ascoltare, accompagnare, discernere, integrare, in Avvenire, 20 dicembre 2018.





