L’onestà negata: il caso Galimberti

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Qualche tempo fa ho avuto modo di denunciare un fenomeno che ritengo intellettualmente disonesto: quello di illustri scienziati, filosofi o divulgatori che parlano in pubblico del cristianesimo con una sicurezza inversamente proporzionale alla loro conoscenza delle fonti. Non si chiede ovviamente a nessuno di credere. Si chiede però una cosa molto più semplice e, a mio avviso, doverosa: studiare prima di giudicare.

Oggi mi trovo a dover applicare lo stesso metro a un caso che mi pare ancora più istruttivo di quello di Margherita Hack, che già ebbi modo di commentare. Si tratta del filosofo e psicoanalista Umberto Galimberti, il quale ha pubblicato di recente un libro intitolato Le parole di Gesù (Feltrinelli, Milano 2023) e lo ha presentato in giro con dichiarazioni che meritano un esame attento. Non perché io voglia difendere il cristianesimo da ogni critica – al contrario, ho sempre sostenuto che la scienza e la filosofia hanno il diritto e il dovere di metterlo alla prova – ma perché la critica, per essere onesta, deve essere informata.

Galimberti, in una di queste apparizioni pubbliche, ha affermato testualmente:

Ma dovevo essere io, che non sono cristiano, a insegnare il cristianesimo ai cristiani. […] Il cristianesimo è la negazione radicale delle parole di Gesù. Gesù non voleva assolutamente fondare una religione, perché l’ha fondata San Paolo. Lui non si è mai definito figlio di Dio, ma sempre figlio dell’uomo. La parola figlio di Dio compare nei Vangeli in bocca a Pilato. ‘Dicono che sei Figlio di Dio’ e Gesù gli risponde: ‘Tu l’hai detto’. […] La salvezza è di qua.

Affermazioni come queste – pronunciate dal palco di un festival, in un’intervista, o nelle prefazioni del suo libro – suonano molto sicure. Hanno la forza della provocazione che piace al pubblico. Hanno anche, purtroppo, il vizio di non corrispondere ai testi che pretendono di interpretare. Vediamo perché, punto per punto, con la stessa pazienza filologica che chiederei a uno scienziato che parla di fisica.

«Gesù non si è mai definito Figlio di Dio» (?)

Questa è l’affermazione più grave, e anche la più facile da verificare. Basta aprire un Vangelo.

Nel Vangelo di Marco (14,61-62), il Sommo Sacerdote chiede a Gesù: «Sei tu il Cristo, il Figlio del Benedetto?». Gesù risponde: «Io lo sono». Non «tu lo dici». Non «lo dici tu». «Io lo sono».

Nel Vangelo di Matteo (16,15-17), Gesù domanda ai discepoli: «Voi, chi dite che io sia?». Pietro risponde: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». Gesù non lo smentisce; anzi, lo proclama beato e dice che quella rivelazione gli è venuta dal Padre.

Nel Vangelo di Giovanni (10,36), Gesù si difende dall’accusa di bestemmia dicendo: «Dite voi dunque di colui che il Padre ha santificato e mandato nel mondo: ‘Tu bestemmi’, perché ho detto: “Sono Figlio di Dio”?». Dunque Gesù stesso afferma di aver detto di essere Figlio di Dio.

Nel Vangelo di Luca (22,70), alla domanda «Sei tu dunque il Figlio di Dio?», Gesù risponde: «Voi stessi dite che io sono».

Come si concilia tutto questo con la tesi di Galimberti? Non si concilia. O Galimberti non ha letto questi passi, oppure li ha letti e li ha consapevolmente ignorati. In entrambi i casi, la sua affermazione è falsa. E quando un filosofo che si propone di “insegnare il cristianesimo ai cristiani” sbaglia su un punto così elementare, viene da chiedersi: che tipo di insegnamento è?

«La parola Figlio di Dio compare nei Vangeli in bocca a Pilato» (?)

Anche questa è un’inesattezza.

Nei quattro Vangeli, Pilato non pronuncia mai l’espressione «Figlio di Dio». La sua domanda a Gesù, nel processo, è sempre e solo: «Sei tu il re dei Giudei?» (Matteo 27,11; Marco 15,2; Luca 23,3; Giovanni 18,33).

L’unico momento in cui il titolo «Figlio di Dio” entra nel processo è quando i capi dei Giudei dicono a Pilato, nel Vangelo di Giovanni: «Noi abbiamo una legge e secondo questa legge deve morire, perché si è fatto Figlio di Dio» (Gv 19,7). A quel punto, l’evangelista annota che Pilato «ebbe più paura». Ma non è Pilato a parlare: sono i Giudei. E Gesù non risponde con un «tu l’hai detto» – anzi, in quel frangente tace.

Dunque Galimberti ha confuso il ruolo di Pilato con quello del Sommo Sacerdote, ha attribuito a Pilato una frase che questi non dice, e ha attribuito a Gesù una risposta che Gesù non dà in quel contesto. È un errore di lettura che in uno studente di teologia del primo anno verrebbe corretto con un semplice «riapri il testo».

«Gesù non voleva fondare una religione: l’ha fondata Paolo» (?)

Questa è una tesi molto diffusa nei circoli del razionalismo popolare, ma è storicamente fragile.

Certo, Gesù non ha lasciato un manuale di fondazione di una Chiesa. Ha però scelto dodici apostoli (numero carico di simbolismo, le dodici tribù d’Israele), ha istituito un rito centrale con il comando «fate questo in memoria di me» (Lc 22,19), e ha affidato a Pietro un ruolo di guida: «Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa» (Mt 16,18). Dire che Gesù «non voleva assolutamente» fondare una religione significa ignorare questi passi o interpretarli in modo così riduttivo da renderli irriconoscibili.

Quanto al ruolo di Paolo: egli è stato fondamentale per l’espansione del cristianesimo nel mondo greco-romano, ma non ne è il «fondatore». Paolo stesso si definisce apostolo e rivendica di aver ricevuto il Vangelo non da uomini, ma da Gesù Cristo (Galati 1,11-12). La sua teologia non è un’invenzione ex nihilo: è una rielaborazione del messaggio pasquale. Senza Gesù storico, senza la sua crocifissione e senza la fede nella sua risurrezione, la predicazione di Paolo non avrebbe avuto alcun oggetto.

«La salvezza è di qua» (?)

Questa affermazione, da sola, non è falsa. Anzi, è profondamente cristiana. Gesù ha insistito sul fare«Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ero straniero e mi avete accolto, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi» (Matteo 25,35-36). La salvezza si costruisce qui, nelle relazioni concrete, nell’amore attivo verso il prossimo, nell’accoglienza del migrante, nella visita al carcerato. Su questo Galimberti ha perfettamente ragione.

Il problema è che trasforma questa verità in un’alternativa esclusiva: salvezza di qua invece che salvezza di là. Ma i Vangeli non conoscono questa contrapposizione. Gesù parla del Regno di Dio che già inizia in questo mondo, ma parla anche della vita eterna, del giudizio finale, della risurrezione.

Le due dimensioni non si escludono: l’una è il germe dell’altra. Ridurre tutto al «di qua» e liquidare il «di là» come una superstizione significa amputare il messaggio evangelico di una parte essenziale – una parte che, piaccia o non piaccia, è attestata in tutte e quattro le fonti canoniche.

Il paragone con il caso Hack

Nel mio precedente intervento presi ad esempio Margherita Hack, la quale aveva costruito un sillogismo pulito ma basato su una premessa falsa: che Gesù non avesse detto nulla di nuovo. Anche nel caso di Galimberti abbiamo una costruzione intellettuale apparentemente solida – il filosofo che smaschera le mistificazioni della Chiesa – ma che poggia su affermazioni fattualmente errate sui Vangeli.

La differenza, semmai, è che Galimberti si presenta come colui che ha studiato le parole di Gesù e viene a insegnarle ai cristiani. Questa posizione di autorità rende i suoi errori ancora più gravi. Perché chi si pone come maestro ha il doppio dovere di non sbagliare.

Se poi sbaglia su punti che un cristiano qualsiasi, che va a messa la domenica e ascolta le letture, saprebbe correggere al volo, allora la sua credibilità ne esce seriamente danneggiata.

Un appello a Galimberti (e a chi lo applaude)

Non chiederei a Galimberti di diventare credente e nemmeno di ritrattare le sue tesi filosofiche sul cristianesimo. Insisterei su una cosa molto più modesta: di riaprire i Vangeli e di verificare con i suoi occhi se quello che dice corrisponde a quello che c’è scritto.

Perché l’onestà intellettuale – quella vera – non consiste nel dire la verità su ciò che si sa. Consiste anche e soprattutto nel dire la verità su ciò che non si sa. E se Galimberti, nel preparare il suo libro, non ha notato che Gesù, nel Vangelo di Marco, dice «Io lo sono» e non «Tu l’hai detto», allora forse il suo lavoro sulle fonti è stato frettoloso. Se l’ha notato e lo ha nascosto, allora il problema è ancora più serio.

Il pubblico che lo applaude nei festival e che compra i suoi libri ha diritto a una critica del cristianesimo che sia informata, accurata, leale. Non a una caricatura costruita con citazioni tagliate e adattate. Perché la verità, anche quando scomoda, merita rispetto.

E il cristianesimo, checché se ne dica, è un fenomeno storico e culturale di tale complessità che liquidarlo con quattro slogan e tre inesattezze non è coraggio intellettuale: è, mi si passi il termine, pigrizia.

Città del Vaticano, 10 giugno 2026

Mons. Antonio Staglianò è presidente della Pontificia Accademia di Teologia

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2 Commenti

  1. Domenico Marrone 11 giugno 2026
  2. Angela 11 giugno 2026

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