Linee di orientamento per l’attuazione del Cammino sinodale

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È stato pubblicato oggi dalla Conferenza Episcopale Italiana il documento “Radicati e costruiti in Cristo”. Linee di orientamento per l’attuazione del Documento di sintesi del Cammino sinodale delle Chiese che sono in Italia, approvato dai vescovi italiani durante l’82ma Assemblea generale svoltasi a maggio. Un testo che «non sostituisce il Documento di sintesi» e neppure «intende sovrapporsi al discernimento delle Chiese locali», ma che è stato pensato per indicare alcune urgenze «che dovranno illuminare la vita ecclesiale» nei prossimi cinque anni.

1. Introduzione

Nella Lettera ai Colossesi, l’autore si rivolge ai cristiani di Colossi offrendo un ritratto illuminante dell’esperienza cristiana e della vita comunitaria:

Intimamente uniti nell’amore, [i credenti] siano arricchiti di una piena intelligenza per conoscere il mistero di Dio, che è Cristo: in lui sono nascosti tutti i tesori della sapienza e della conoscenza. […] Come, dunque, avete accolto Cristo Gesù, il Signore, in lui camminate, radicati e costruiti su di lui, saldi nella fede come vi è stato insegnato, sovrabbondando nel rendimento di grazie (en eucharistía). […] È in lui che abita corporalmente tutta la pienezza della divinità, e voi partecipate della pienezza di lui, […] con lui sepolti nel battesimo, con lui siete anche risorti mediante la fede nella potenza di Dio, che lo ha risuscitato dai morti (Col 2,2-3.6-7.9-10.12).

Con poche e abili pennellate, l’autore della Lettera illustra l’esperienza sorgiva del cristianesimo. Immersi nel mistero di morte e risurrezione di Cristo, i credenti vengono “innestati”, come piante rigogliose, nella radice profonda che è la pienezza stessa della vita divina, divenendo una cosa sola con Cristo. Tale pienezza è come una miniera nascosta che custodisce il tesoro di ogni conoscenza, o come una sorgente sotterranea cui dissetarsi: è il mistero di Dio, che si rivela in Gesù stesso. Questo è il cuore pulsante della Chiesa, da cui scaturisce l’atteggiamento eucaristico della gratitudine (en eucharistía) e sul quale si costruisce l’autentica esperienza comunitaria.

A una condizione, però: è necessario essere «radicati, costruiti su di Lui e saldi nella fede» (Col 2,7). Questi termini, che mettono in luce la necessità del radicamento, sono ben lungi dal comunicare l’idea di fissità e immobilità. Tutt’altro: come un radicamento profondo permette alla pianta di crescere rigogliosa e come fondamenta solide consentono a un edificio di innalzarsi, così la fede salda è la condizione di una vita cristiana viva. I cristiani, dunque, vivono e sono vitali se sono saldi nella fede in Cristo. Essi possono prolungare la missione di Cristo nel mondo solo se sono costantemente ancorati a Lui, se partecipano della sua vita, se la fede non si riduce mai a formalità, ma è esistenza vissuta nella compagnia del Risorto e immersa nella sua vita.

In nuce queste semplici espressioni racchiudono la garanzia della vitalità della Chiesa: del suo sviluppo, delle sue “ramificazioni” interne (le articolazioni ministeriali) e della trasmissione della fede alle generazioni future. Dalla pienezza di Cristo – e non da altrove – si attinge la vitalità dei credenti, la loro capacità di vivere l’agápe, cioè di essere «intimamente uniti nell’amore» (Col 2,2) e di esserne testimoni credibili. La Chiesa è viva e vitale quando rimane in attesa della venuta di Cristo e quando dischiude questo mondo alla trascendenza di Dio.

1.1 Fare tesoro del Cammino sinodale compiuto

Questa dimensione fondamentale della nostra fede è stata vissuta con intensità dalle comunità cristiane nel Cammino sinodale che ha visto coinvolte le Chiese in Italia negli anni 2021-2025. E continua a interpellarci quale appello rinnovato e impellente. Tutto il percorso sinodale, svolto in sinergia con quello della Chiesa universale (Per una Chiesa sinodale: comunione, missione, partecipazione), ha infatti inteso rispondere a un grande interrogativo: «In che modo le Chiese che sono in Italia possono annunciare ed essere testimoni più trasparenti del Vangelo nel cuore dell’umanità?» (LPS 1).

In quattro anni di lavoro sono stati toccati tanti temi e sollevate molte questioni. D’altronde, le sfide del tempo che stiamo vivendo sono in continuo divenire, ultima e sempre più evidente la richiesta di pace per il mondo intero, che Leone XIV sta ponendo al centro del suo pontificato. È nostro compito accogliere le diverse tematiche emerse, valorizzarle con attenzione e comprenderle nella riflessione generale sulla natura della Chiesa e sul suo futuro, assumendo sempre di più lo stile sinodale come prassi concreta.

L’esperienza compiuta ha mostrato, anzitutto, lo stretto legame che unisce la sinodalità vissuta all’annuncio e alla testimonianza del Vangelo nel mondo di oggi. L’ascolto reciproco – praticato con il metodo della “conversazione nello Spirito” – e l’esercizio di una corresponsabilità differenziata dei credenti in Cristo (cfr. DFS 26.36.77.89) hanno fatto riconoscere nella sinodalità una vera profezia sociale per il nostro tempo (cfr. DFS 47-48). Essa può essere lievito di pace e di speranza, in forza di Cristo risorto che raduna la Chiesa e le imprime un modo evangelico di vivere e strutturare i rapporti.

Il Concilio Vaticano II insegna che la Chiesa non è un qualunque genere di adunanza: essa ha la sua sorgente nella stessa vita trinitaria (cfr. LG 4). In tal modo, «lo stile del cammino condiviso, vissuto in umiltà, non parla solo alla vita ecclesiale ma diventa segno credibile per un mondo segnato da disuguaglianze, conflitti e individualismo crescente» (LPS 10). Il nesso tra sinodalità e missione risulta poi evidente quando si considera la complessità del contesto nel quale le nostre Chiese sono chiamate ad annunciare e testimoniare Cristo: solo la corresponsabilità differenziata dei cristiani può consentire un discernimento e un impegno adeguati.

Tutto ciò rimane valido, purché tale stile non sia confinato a un momento isolato del cammino delle nostre Chiese, ma ne animi la vita nel presente e nel futuro. Occorre vigilare, poi, affinché alcuni “dinamismi mondani” non si insinuino nelle stesse comunità cristiane, magari proprio in nome di una visione distorta di sinodalità. Ciò richiede un itinerario di purificazione e conversione continua, insieme a un reale ascolto e a una sottomissione alla voce dello Spirito da parte di tutti i cristiani.

1.2 Il senso di questo documento

Questo documento – nel solco della attuazione del Vaticano II portata avanti dalla CEI – presenta alcune

linee di orientamento per il cammino delle Chiese in Italia. Non sostituisce il Documento di sintesi del Cammino sinodale. Non intende sovrapporsi al discernimento delle Chiese locali, delle Metropolie e/o delle Conferenze Episcopali Regionali. Indica alcune priorità che dovranno illuminare la vita ecclesiale negli anni a venire. Esse sono volutamente sintetiche e mettono in luce pochi aspetti su cui appare necessario convergere e su cui sentirci tutti impegnati a camminare. Emergono da una rilettura globale del Documento di sintesi del nostro Cammino sinodale, nel processo di recezione del Documento finale della Seconda Sessione della XVI Assemblea Generale ordinaria del Sinodo dei Vescovi.

Ora c’è un denominatore comune nelle riflessioni del Cammino svolto, con la grande evidenza rivolta ai nodi etici e alla modernità sociale ed ecclesiale: la diffusa preoccupazione che oggi occorra tornare a connettere la vita e il Vangelo o, meglio, «le culture e il Vangelo» (LPS 23). È la percezione, più o meno consapevole, che la società civile non fa più normalmente riferimento al Vangelo nel suo vivere quotidiano. È un dato rilevante, a cui prestare la massima attenzione: delle linee per il futuro possono, infatti, essere elaborate e risultare vitali e vitalizzanti solo a partire da questa constatazione di rottura e dalle istanze ideali che il Documento di sintesi fa discendere con molta chiarezza.

Un autentico discernimento episcopale, però, ci spinge oltre. E impone una domanda onesta: la distanza fra gli stili di vita, le forme stesse della Chiesa e il Vangelo, registrata dal Cammino sinodale, non avrà forse una radice ancora più profonda, e più difficile da accettare? Il fatto, cioè, che la trasmissione della fede cristiana oggi non è più un processo normale, che si possa dare per assodato. Si continua a dare per scontata la fede, che dovrebbe permeare il tutto della vita umana. Non è più così! Il cambiamento che stiamo vivendo può rappresentare, però, una sfida per offrire una testimonianza profetica.

In tale cornice vanno probabilmente collocati altri nodi problematici che il Cammino sinodale ha fatto emergere – in modo esplicito e implicito – come la sensazione di una crescente scarsità di risorse di cui dispongono oggi le nostre Chiese, a cominciare dalle risorse umane. «Da più parti si registra un calo della partecipazione con la conseguente diminuzione delle forze per la cura degli impegni pastorali e la gestione delle strutture – si sottolinea nel Documento di sintesi –; la trasmissione della fede tra generazioni è divenuta più difficile […]; molti giovani si allontanano dalla vita delle comunità» (LPS 4).

A essere interpellate sono, soprattutto, le Chiese locali, come è facile evincere da una lettura attenta delle mozioni presentate: a esse spetta in prima istanza la recezione di quanto emerso dal Cammino sinodale nella concretezza dei diversi contesti. Agli Uffici della CEI sono state poi sottoposte specifiche richieste, in genere più tecniche, per rispondere alle quali si sono messe e si metteranno a disposizione le risorse necessarie.

2.  Riportare al centro il dono della fede

Una prima linea di orientamento concerne, pertanto, la fede vissuta, trasmessa e celebrata e, strettamente connessa con ciò, la formazione permanente dell’intero popolo di Dio. Parlare di “fede celebrata” significa, infatti, ricentrare la liturgia sul Mistero di Cristo, nel quale siamo radicati in forza del Battesimo. Il Regno di Dio è già venuto con l’Incarnazione e la Pasqua-Pentecoste e si compirà nell’Ultimo Giorno.

Nel “frattempo”, tra il passato e il futuro, il Regno viene a noi in modo singolare nel “qui e ora” della liturgia. Con i ritmi e i linguaggi che le sono propri, essa celebra il compimento progressivo della Pasqua di Gesù nelle membra del suo corpo ecclesiale. La liturgia è, dunque, fede in atto. Il dono di grazia è mediato dalla forma rituale in cui la fede trinitaria diventa esperienza salvifica integrale e umanamente significativa perché corporea e interiore, sensibile e affettiva, simbolica e comunitaria. Anche la pietà popolare può essere una risorsa in quei contesti in cui rappresenta un’eredità viva (cfr. LPS 51).

Diversi fenomeni constatati lungo il Cammino e molti auspici raccolti nel Documento di sintesi mostrano, però, come alcune forme di trasmissione della fede su cui ancora contiamo non siano più adeguate, soprattutto con i giovani e con gli adulti. La fede nel Dio rivelato in Cristo e nel dono dello Spirito non può più essere data per scontata: si realizza ogni volta grazie all’incontro vivo con il Signore Risorto, mediato dalla Chiesa attraverso ciò che essa è, dice e fa, nel suo annuncio, nella testimonianza della carità, nella celebrazione del Mistero.

Per essere custodita, celebrata e trasmessa, questa fede ha bisogno, oggi più che mai, di venire costantemente alimentata dal rinnovarsi dell’incontro vivo con il Signore. Questo vale per tutti i soggetti ecclesiali.

Da qui il bisogno di ribadire la centralità del kerygma: lo ha affermato più volte papa Francesco e ribadito papa Leone XIV. «Il primo annuncio o “kerygma” […] deve occupare il centro dell’attività evangelizzatrice e di ogni intento di rinnovamento ecclesiale. […] Quando diciamo che questo annuncio è “il primo”, ciò non significa che sta all’inizio e dopo si dimentica o si sostituisce con altri contenuti che lo superano. È il primo in senso qualitativo, perché è l’annuncio principale, quello che si deve sempre tornare ad ascoltare in modi diversi e che si deve sempre tornare ad annunciare» (EG 164). È il cuore che alimenta la fede e la formazione dei cristiani.

La conversione missionaria della pastorale spinge a offrire a tutti l’annuncio del Signore Risorto. L’incontro diretto e spontaneo con le persone, attraverso la testimonianza cristiana, aiuta a capire quanto sia importante trasmettere la fede nel dialogo e nella condivisione della vita di ogni donna e di ogni uomo. In ogni situazione esistenziale essa si rivela come una luce che, passo dopo passo, illumina il cammino. Per questo le comunità cristiane non possono esimersi dall’essere missionarie e in uscita, luoghi in cui la trasmissione della fede avviene nell’ascolto autentico e profondo di quanto le persone vivono e sperimentano.

Questo vale, in particolare, per i giovani e gli adulti. Il Documento di sintesi sottolinea che «in questa prospettiva di rinnovamento non è più rimandabile nelle comunità l’avvio di percorsi per e con gli adulti che sappiano intercettare la vita quotidiana e raccordarla con il Vangelo (cfr. IG 24). La conversione missionaria della pastorale aiuterà le comunità a proporre percorsi di primo o di secondo annuncio agli adulti che incrociano la vita della parrocchia, fondati su un approfondimento del kerygma nella propria situazione di vita (cfr. EG 165-166)» (LPS 56).

LA FEDE E LA CARITÀ

La trasmissione della fede, se necessita di un annuncio esplicito di Cristo – che ha il suo fulcro permanente nella Pasqua – e di una degna celebrazione della stessa, è evidentemente e inscindibilmente radicata nella testimonianza della carità cristiana. Questa è il riverbero della carità di Cristo che afferra e trasforma l’esistenza dei credenti in Cristo e innerva la vita delle Chiese e il tessuto delle relazioni fraterne dei cristiani (cfr. AG 12).

In tal senso, consapevoli che una autentica vita di fede non può più essere data per scontata anche in chi partecipa alla vita ecclesiale, risulta determinante una riconnessione vitale di tutto l’impegno caritativo-sociale delle nostre Chiese con la fede professata. Il Cammino sinodale consegna nel Documento di sintesi (in evidenza nella Parte I) l’urgenza di una presenza profetica della Chiesa all’interno di questo nostro mondo. Si potrebbe dire che le questioni sollevate dal Documento – pace (cfr. LPS 24), giustizia e casa comune (cfr. LPS 25), politica e amicizia sociale (cfr. LPS 26), attenzione ai poveri (cfr. LPS 27), vita affettiva e relazionale o mondi digitali (cfr. LPS 30-34) – siano solo alcune di quelle che interpellano una Chiesa che vive nel mondo, povera tra i poveri, volendo essere germe e inizio del Regno di Dio (cfr. LG 5; LG 8; EG 198) e rintracciando segni della presenza del Regno ovunque essi si presentino. In particolare, nei poveri che sono “luogo teologico-rivelativo” e “soggetti pastorali” e non meri destinatari di servizi assistenziali (cfr. Mt 25,31-46; DT 100).

Pensando ai prossimi anni, occorre mettere in conto l’eventualità di una riduzione delle risorse economiche e del numero delle persone impegnate nei tradizionali servizi di carità. Per questo, è bene cominciare a discuterne, proprio perché la carità è una dimensione costitutiva della vita cristiana. Essa continuerà a esistere e a esprimersi proprio se sarà solida la nostra vita di fede.

Occorre chiedersi, da un lato, come fare in modo che tutto il vasto impegno caritativo-sociale – per il quale le nostre Chiese sono ancora molto apprezzate e riconosciute – sia radicato nella fede cristologico-trinitaria e in una reale appartenenza ecclesiale. Dall’altro lato, come evitare che la fede professata e l’appartenenza ecclesiale vissuta si strutturino in un’estraneità alla testimonianza e all’impegno caritativo. Le ferite sociali, che chiedono una convinta profezia da parte delle nostre Chiese, sono spesso effetto di una “cultura individualista”, che può insinuarsi anche in cristiani che trovano nella presunta “ricerca spirituale” un modo per sfuggire all’impegno e alla testimonianza di fede nelle realtà di questo mondo (cfr. DT 114).

La peculiarità del tempo che stiamo vivendo e della cultura in cui siamo immersi ci spinge, altresì, a riconoscere che – per i più giovani in particolare, ma anche per molti adulti – la possibilità di un impegno in favore del prossimo diviene occasione per far sorgere domande di senso e possibilità di percorsi di fede. Questo ci deve rendere ancora più attenti a far sì che le attività caritativo-sociali siano espressione di comunità in cui si vive realmente la fede e la si celebra convintamente.

Allo stesso modo, ci deve spronare a lavorare affinché si crei una sempre più intensa sinergia tra le “pastorali” dell’annuncio, liturgica e caritativo-sociale, a cominciare dal servizio offerto dagli Uffici della CEI. E ancora ci deve incoraggiare a crescere nella comunione fraterna e a ricercare ogni forma di cooperazione con chi, appartenendo ad altre Confessioni cristiane, ad altre Comunità religiose o ad Associazioni impegnate in ambito sociale, ha a cuore la difesa della dignità umana.

L’INIZIAZIONE E LA FORMAZIONE

Alcune attenzioni risulteranno decisive. Anzitutto, l’accompagnamento convinto di quelle esperienze in cui l’iniziazione alla vita cristiana (a partire dal discernimento di quelle per i bambini con le famiglie) non è appannaggio dei soli catechisti, ma comincia a coinvolgere realmente l’intera comunità (cfr. LPS 54). Si tratta di segnali che possono aiutare a saldare in modo virtuoso l’annuncio del Kerigma (cfr. LPS 56), la celebrazione e l’attività caritativo-sociale.

In seconda istanza, l’assunzione di percorsi formativi sui fondamenti della fede, che siano permanenti e rivolti a tutti i soggetti ecclesiali, a cominciare dalla famiglia (cfr. EG 163-168). Soprattutto, occorre porre attenzione ai percorsi di iniziazione (per accompagnare “il diventare credenti”) e di “ricominciamento” dei giovani e degli adulti, mostrando in tal modo che l’iniziazione alla vita cristiana non è qualcosa che riguarda solo i fanciulli, come in generale avviene ancora nella prassi attuale (cfr. LPS 56.44).

Tale attenzione richiede la creazione di contesti ospitali di ascolto e di narrazione adulta della fede, che siano plasmati dal Vangelo e attenti alle dinamiche esistenziali e alle sfide culturali odierne. La trasformazione delle reti relazionali delle nostre comunità richiede una particolare attenzione ai giovani, offrendo loro proposte in cui possano essere protagonisti anche attraverso esperienze di vita comune (cfr. LPS 38. 39). In quest’ottica, le celebrazioni liturgiche della fede devono essere sempre più luoghi in cui si alimenta la vita cristiana delle comunità, con l’impegno a essere «significative, attrattive e accessibili», «spezzando insieme il pane – infatti – si diventa sempre più corpo di Cristo che si riceve nell’Eucaristia» (LPS 35.36.46).

3.  Puntare sulla vita comunitaria

Seppur evento personale, la fede non è mai un fatto individuale. Come evidenzia il Concilio: «Dio volle santificare e salvare gli uomini non individualmente e senza alcun legame tra loro, ma volle costituire di loro un popolo, che lo riconoscesse secondo la verità e lo servisse nella santità» (LG 9). La partecipazione alla vita filiale di Cristo implica, perciò, strutturalmente la fraternità in Lui di tutti i cristiani. Credere, per i cristiani, è sempre un con-credere. E la salvezza si manifesta, pur in modo iniziale, nell’appartenenza alla Chiesa, al popolo di Dio, ovvero alla comunità di tutti coloro che guardano con fede a Gesù (cfr. LG 9). La Chiesa è, infatti, in Cristo, come un sacramento, «ossia il segno e lo strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano» (LG 1).

Per questo l’esperienza della vita comunitaria è qualcosa di fondamentale, tanto nella vita concreta dei credenti in Cristo quanto nella trasmissione della fede. Non si può vivere la fede e custodirla, se non dall’interno di un’autentica esperienza di vita fraterna con coloro che appartengono a Cristo; vita fondata sull’ascolto della Parola e sulla celebrazione dei sacramenti. Così come non ci può essere trasmissione della fede, se non da parte di cristiani che sono membra vive di una comunità: nell’annuncio e nella testimonianza, in qualche modo la “rappresentano” e invitano a prendervi parte. Sono dunque decisive, per la vita, la celebrazione e la trasmissione della fede, la forma che la Chiesa assume e la sua capacità di strutturarsi per favorire la vita comunitaria in Cristo. Non è il singolo che evangelizza, ma è il cristiano in quanto membro del corpo di Cristo.

LA RISPOSTA ALL’INDIVIDUALISMO

Il Documento di sintesi pone l’accento sul fatto che la vita comunitaria dei credenti in Cristo potrebbe rappresentare oggi, in Italia, un’autentica profezia rispetto allo sfilacciamento dei legami interpersonali che contrassegna la società civile. Nello stesso tempo, nel testo viene rilevato in maniera marcata come ciò si possa realizzare solo se si attua una vera conversione della forma attuale delle comunità cristiane, a cominciare dalle parrocchie. In un contesto caratterizzato da un clima di ostilità e contrapposizione, di esclusione sociale dei più poveri, di marcata solitudine (tra gli anziani come tra i giovani), di crescente violenza, le comunità cristiane possono testimoniare la profezia di relazioni diverse, che mostrino la forza dell’accoglienza e della riconciliazione. Per questo, evangelizzanti.

Uno dei problemi più profondi del nostro tempo è il progressivo indebolirsi di tutto ciò che porta alla socializzazione e alla formazione di una cultura condivisa, con gravi danni nella vita delle persone. La comunità cristiana può rappresentare, proprio oggi, una realtà alternativa e offrire un grande aiuto alla stessa società civile. Il Documento di sintesi offre alcuni orientamenti in tal senso: «In una società dove i luoghi della vita comunitaria si rarefanno sempre di più, e si moltiplicano i non-luoghi (spazi anonimi, inadatti alle relazioni autentiche), le parrocchie sono chiamate a far crescere la dimensione estroversa del loro essere comunità missionarie vincendo la tentazione di una routine autoreferenziale, e diventando un punto di riferimento e un luogo accogliente» (LPS 68).

Papa Leone XIV ha spronato le Chiese in Italia nella medesima direzione: «Penso alle parrocchie, ai quartieri, alle aree interne del Paese, alle periferie urbane ed esistenziali. Lì dove le relazioni umane e sociali si fanno difficili e il conflitto prende forma, magari in modo sottile, deve farsi visibile una Chiesa capace di riconciliazione» (Leone XIV, Discorso ai Vescovi della Conferenza Episcopale Italiana, 17 giugno 2025).

Il Cammino sinodale ha mostrato l’urgenza di rinnovare la forma delle parrocchie. L’auspicio è che queste siano luoghi di relazioni reali e vitali, in cui sperimentare la corresponsabilità differenziata di tutti i componenti e trovare modi sempre più evangelici di rapportarsi tra uomini e donne, di articolare autorità e partecipazione, di valorizzare carismi e ministeri. «Nella Chiesa si sente il bisogno di relazioni più evangeliche ed ecclesiali, quindi più umane e fraterne» (LPS 64), improntate allo stile relazionale di Gesù. Solo un rinnovamento profondo delle comunità cristiane – che prenda sul serio, tra l’altro, il dato del calo numerico dei presbiteri e di coloro che partecipano convintamente alla vita comunitaria – rende possibile il loro essere presenza profetica ed evangelizzante nel contesto sociale italiano.

IL RIPENSAMENTO DELLA CHIESA SUL TERRITORIO

Una seconda linea di orientamento concerne, dunque, la riconfigurazione coraggiosa della Chiesa sul territorio (cfr. LPS 68a.b.). Non si può negare che, in questi ultimi anni, si sia avvertita ovunque tale necessità, a cui si è risposto spesso in ordine sparso. Lo stesso linguaggio usato per definire la collaborazione tra parrocchie non è univoco e termini identici – come, ad esempio, unità pastorale – possono designare realtà sensibilmente diverse.

È necessario cogliere questo momento di passaggio quale occasione non solo per verificare se sia possibile ricercare modelli di presenza sul territorio condivisi ma, più radicalmente, per rispondere all’urgenza di riconfigurare le comunità cristiane. L’obiettivo è renderle luoghi di autentica esperienza ecclesiale: dove avvenga un reale incontro con il Signore Risorto e si alimenti la relazione con Lui; dove si celebri il Signore in modo dignitoso, anche per la possibilità di contare su diverse ministerialità; dove si viva la fraternità che si radica nell’essere collocati e innestati in Cristo; dove si sia comunità che evangelizza e attrae, perché tutti i soggetti ecclesiali si sentono corresponsabili dell’annuncio evangelico.

Se questo dovrebbe essere decisivo sempre, lo è soprattutto in un tempo come il nostro nel quale i legami sociali sono spesso compromessi, allentati, minacciati e, per questo, si consumano solitudini infinite. Mantenere una parvenza di comunità cristiane che, per più motivi, non sono più autentiche e non operare dei coraggiosi cambiamenti è disattendere l’urgenza di vivere, celebrare e trasmettere la fede. Risulta, dunque, importante favorire la comunicazione delle pratiche di riconfigurazione delle comunità cristiane messe in atto nelle diverse Chiese e offrire l’aiuto necessario perché alcune dimensioni della pastorale (ad esempio, quella caritativa o giovanile) vengano svolte, laddove opportuno, a un livello più ampio delle singole parrocchie.

Ciò potrà sostenere una visione rinnovata della parrocchia, intesa come “comunità di comunità” variamente configurata (vicariato, zona pastorale, decanato etc.; cfr. LPS 68), favorendo una pluralità di esperienze della sua stessa forma oggi. È evidente, peraltro, come simili considerazioni vadano fatte in relazione alle Diocesi. Nei prossimi anni si potranno ricercare, sulla base di un lavoro svolto anzitutto dalla Conferenze Episcopali Regionali, dei criteri per riconsiderare in quali casi è opportuno e prospettico l’accorpamento di Diocesi, come effettuarlo senza mortificarne la storia, che cosa apprendere dall’esperienza di Diocesi attualmente unite “in persona Episcopi” (cfr. Leone XIV, Discorso ai Vescovi della Conferenza Episcopale Italiana, 20 novembre 2025).

4.  Dare impulso alla corresponsabilità differenziata

La lucida presa d’atto di una fede non più scontata, della necessità di una formazione permanente di tutto il popolo di Dio, dell’urgente ristrutturazione delle concrete comunità cristiane, lascia emergere un altro aspetto su cui il Documento di sintesi pone l’accento. Per annunciare e testimoniare il Vangelo e per realizzare un’autentica vita comunitaria, è indispensabile la corresponsabilità di tutti i cristiani, donne e uomini, che hanno coscienza della portata della loro fede e della loro appartenenza ecclesiale.

La responsabilità della vita, della cura e della trasmissione della fede non è compito che investe solo alcuni soggetti ecclesiali. La realizzazione della comunità cristiana non può essere un impegno dei soli presbiteri e diaconi. Nell’uno e nell’altro caso, va riconosciuto che la radice della corresponsabilità è evidentemente sacramentale (cfr. DFS 21-27): è l’unico Spirito di Cristo a suscitare all’interno della Chiesa una varietà di carismi e ministeri (cfr. 1Cor 12,1-11; LG 7; DFS 36). Si tratta di quello Spirito che ci ha unti anzitutto nel Battesimo e ci fa degli “unti”, ovvero dei cristiani (cfr. 1Gv 2,20-27). Il Battesimo, che è la fonte della vita ecclesiale, si comprende poi pienamente all’interno del processo di iniziazione cristiana.

LAICI NEL MONDO E ORGANISMI DI PARTECIPAZIONE

La distanza che separa in maniera sempre più evidente la vita e la società dal Vangelo di Cristo rende sempre più urgente l’impegno dei cristiani nelle realtà di questo mondo. Si tratta di un compito che vede protagonisti in prima istanza le cristiane e i cristiani laici, come il magistero conciliare ha evidenziato: «Il carattere secolare è proprio e peculiare dei laici» (LG 31; cfr. AA 7). È lì che la maggioranza dei cristiani è anzitutto chiamata a partecipare alla missione della Chiesa.

Pensando al presente e al futuro delle Chiese in Italia è, dunque, evidente l’urgenza di una presenza di cristiane e cristiani nelle realtà di questo mondo (cfr. LG 35) – dalla famiglia alla politica, dal contesto scolastico a quello universitario, dal piano della cultura a quello del lavoro, dalle realtà del tempo libero a quello dell’economia o della ricerca scientifica, dal volontariato alla cura delle persone ammalate, sole e bisognose di aiuto… – perché sia possibile, nei diversi contesti, l’annuncio del Vangelo e perché si realizzi la trasfigurazione delle realtà di questo mondo.

D’altro canto, a nulla varrebbe una ristrutturazione della presenza ecclesiale sul territorio o l’eventuale accorpamento di Diocesi se ciò non favorisse e non fosse dettato dalla necessità di implementare un tessuto di relazioni fraterne che vedono protagonisti tutti coloro che intendono vivere e camminare nella fede in Cristo, con un coinvolgimento sempre più massiccio delle laiche e dei laici, con una particolare attenzione alle aggregazioni laicali.

Uno dei luoghi in cui la corresponsabilità trova espressione è certamente rappresentato dagli Organismi di partecipazione. Pertanto, risulta realmente prioritario nella vita delle Chiese in Italia dei prossimi anni che tali Organismi vengano sviluppati e siano effettivi, a livello parrocchiale e diocesano (cfr. LPS 69; DFS 103-107). Così come è decisiva (cfr. DFS Parte III) per le comunità cristiane e per i suoi Organismi di partecipazione, in particolare per i Consigli pastorali, la promozione del discernimento ecclesiale per la missione (cfr. DFS 81-86), dell’articolazione dei processi decisionali (cfr. DFS 87-94), della trasparenza, della rendicontazione, della valutazione (cfr. DFS 95-102).

MINISTERI BATTESIMALI

Non dare più per scontate la fede e la sua trasmissione e trasformare profondamente la vita delle comunità cristiane, perché siano profetiche nell’oggi, sono considerazioni che evidenziano un’altra impellenza: quella di una pluri-ministerialità nei nostri vissuti e nelle nostre esperienze.

Il Cammino sinodale ha insegnato e insegna che la vita ecclesiale, a tutti i livelli, vive della feconda interazione dei tutti, degli alcuni e dell’uno. Perché tutti possano svolgere il ministero dell’annuncio e della testimonianza del Vangelo – sia in una partecipazione attiva all’interno della vita comunitaria sia nella presenza nei diversi ambienti di vita –, non c’è solo la necessità del ministero imprescindibile di chi presiede la comunità cristiana, in forza del sacramento dell’ordine che ha ricevuto. È indispensabile anche il servizio di alcuni, donne e uomini, che assumono la responsabilità di ministeri battesimali per il buon andamento della comunità cristiana e perché essa possa più speditamente svolgere il suo servizio e il suo compito nel mondo (cfr. LPS 72; DFS 66).

Questo risulta, peraltro, indispensabile per favorire una forma realmente più fraterna all’interno delle relazioni ecclesiali. Il Documento di sintesi lo esplicita in maniera piuttosto netta: «Andrà ripensato il servizio di guida delle comunità cristiane, a fronte di forme di esercizio dell’autorità ancora monocratiche e clericali, non adeguate a una fisionomia sinodale e fraterna di Chiesa, favorendo la corresponsabilità di tutti i battezzati, in modo da superare definitivamente la logica ancora perdurante del clericalismo, che peraltro non minaccia solo i ministri ordinati, ma anche i laici. Andranno privilegiate forme di esercizio pastorale in équipe, il coordinamento delle molteplici ministerialità presenti, garantendo la presenza delle donne in ruoli di autorità e di guida (cfr. DFS 60)» (LPS 65).

Un’altra linea di orientamento per le Chiese in Italia va dunque rintracciata nella ricerca di quali ministeri battesimali siano necessari e possano essere eventualmente istituiti, oltre a quelli già previsti dalla CEI e ai molti ministeri di fatto (cfr. LPS 72; DFS 75-77). Tale prospettiva potrà favorire in modo concreto e plastico, nelle nostre Chiese, la corresponsabilità differenziata dei battezzati (cfr. DFS 26.36.77.89), che è alla radice di tutto il Cammino sinodale. Si tratta di un input che dovrà trovare applicazione in modi diversificati nelle Chiese locali, perché rappresenti una risposta alle necessità reali delle concrete comunità cristiane e perché sia sempre evitato il rischio – paventato dallo stesso Documento di sintesi – di favorire un processo di clericalizzazione di alcuni laici.

IL MINISTERO DEI PRESBITERI E DEI DIACONI

La presenza concreta di ministeri battesimali istituiti e di fatto potrà favorire l’uscita da una forma ecclesiale in cui risulta riconoscibile solo il ministero del sacerdote. Ciò porta spesso a considerare il ministero del presbitero – in pochi casi, quello del diacono – come l’unico concepito ed esistente. È infatti oggi evidente, anche in virtù della ricerca teologica, che sul ministero del prete si sono concentrate lungo la storia le più disparate richieste, che non attengono necessariamente al servizio che gli compete in forza del sacramento dell’Ordine ricevuto, ma che hanno la loro radice nei sacramenti dell’iniziazione cristiana.

La corresponsabilità nella vita della comunità apre all’esperienza di “diaconie pastorali” in cui si attua «il servizio di animazione pastorale della comunità sempre di più come lavoro di squadra tra presbiteri, diaconi, ministri istituiti e di fatto, laici e laiche, sposi, consacrati e consacrate, anche attraverso la formazione di ‘équipe pastorali’ o ‘gruppi ministeriali’ a servizio di una o più parrocchie o di una unità pastorale» (cfr. LPS 70). Tale scelta, peraltro, permette di superare forme di isolamento nella vita dei preti. Alla luce di tale corresponsabilità, è opportuno che in Seminario i futuri presbiteri siano formati alla collaborazione con altri fedeli.

Il Documento di sintesi propone dei precisi ministeri nuovi da istituire (cfr. LPS 72). Alla luce di quanto espresso si dovranno raccogliere le esigenze presentate, a questo proposito, dalle Chiese locali o dalle Metropolie e Regioni ecclesiastiche, perché la CEI si attivi in ciò che le compete. Sin d’ora si potrà lavorare progettando percorsi formativi (anche distinti) da realizzare in loco e offrendo criteri di discernimento fondamentali per chi fosse chiamato ad assumere un ministero (cfr. DFS 66).

5.  Verificare l’adeguatezza delle strutture

È infine indispensabile porre attenzione ad alcuni “aspetti strutturali” della vita ecclesiale. Il modo in cui essi sono stati pensati nei secoli o nei decenni passati è spesso figlio di un contesto nel quale la società condivideva molti valori promossi dal cristianesimo. La fede veniva vissuta e trasmessa senza particolari problematicità e la vita comunitaria dei credenti in Cristo si innestava in un tessuto comunitario sociale vitale, potendo contare su una massiccia partecipazione.

In un contesto fortemente mutato, c’è il pericolo che alcune “strutture” non rispondano più alle necessità della vita reale delle nostre Chiese o possano essere addirittura di ostacolo, invece che di supporto, alla missione della Chiesa. Appare, dunque, indispensabile avviare una revisione di alcuni aspetti strutturali. Se ne segnalano due.

CONFERENZE REGIONALI E COMMISSIONI EPISCOPALI

Il percorso vissuto in questi anni evidenzia che sinodalità e collegialità episcopale sono distinte e, tuttavia, interconnesse. Il cammino compiuto può rappresentare l’occasione propizia per domandarsi, anzitutto, quali forme permettono di realizzare al meglio la collegialità episcopale e di verificare se le strutture esistenti siano le più adatte a esprimere l’indole missionaria della Chiesa.

Più concretamente, alla luce del Cammino sinodale, l’Episcopato è chiamato a rivedere assieme l’esercizio delle funzioni della Conferenza Episcopale Italiana e delle Conferenze Episcopali Regionali, nonché le relazioni tra questi due livelli di collegialità. E, allo stesso tempo, è interpellato a estendere la riflessione sulle attuali Commissioni Episcopali, verificando la possibilità di integrarle con altri membri (non Vescovi) e di trasformarle, perciò, in “Commissioni ecclesiali”.

LA FUNZIONALITÀ DELLE STRUTTURE

Una seconda attenzione concerne le strutture di cui sono dotate le Diocesi e le parrocchie e la loro amministrazione. È noto che di alcune si ha necessità per vivere la fede e trasmetterla. Si constata altrettanto bene che un loro esubero e un dispendio di energie profuse per il loro mantenimento – specie da parte dei preti – sono di ostacolo e tolgono vitalità all’annuncio evangelico. È un tema certamente complesso, riguardante in gran parte le scelte che sono chiamate a compiere le singole Chiese locali.

Negli anni a venire saranno richieste tutta la parresia e la competenza disponibili per immaginare modi nuovi di gestire e amministrare le strutture esistenti. Alcune delle proposte formulate nel Documento di sintesi chiedono la massima attenzione e una pronta attuazione (si veda LPS 74, in particolare 74 c,d). Sarà necessaria una vigilanza lucida affinché tali strutture non costituiscano mai quella zavorra di cui il Signore invita a disfarsi, per essere davvero liberi di annunciare il Vangelo.

In questo tempo di continue trasformazioni, ogni comunità ecclesiale, sollecitata dalla Parola, è chiamata a ripensare alla propria organizzazione, ai luoghi, alle sue attività e al suo modo di essere presenza profetica dentro la storia. Non si tratta di cancellare il passato o di inventare nuove strutture, ma di creare le condizioni idonee per coniugare la trasmissione della fede e l’annuncio del Vangelo con le attese degli uomini e delle donne di oggi.

6.  Conclusione

Consegnando queste linee di orientamento alle Chiese in Italia, sentiamo anzitutto di dovere al Signore un sincero rendimento di grazie per il Cammino sinodale. Abbiamo fatto esperienza, pur tra fatiche, lentezze e inevitabili resistenze, di una Chiesa che si è messa in ascolto, che ha cercato di discernere insieme, che ha provato a lasciarsi interrogare dalla realtà e dalla voce dello Spirito. Molte sorelle e fratelli hanno offerto tempo, pensiero, passione ecclesiale, contribuendo a far emergere attese, ferite, desideri, intuizioni e possibilità. Per tutto questo, siamo grati. Il Cammino compiuto non è stato soltanto un esercizio organizzativo o consultivo, ma un evento ecclesiale che ha permesso di riconoscere più chiaramente quanto la sinodalità appartenga alla forma stessa della Chiesa e quanto essa sia inseparabile dalla sua vocazione missionaria.

Siamo chiamati a proseguire con decisione su questa strada. Quanto vissuto in questi anni ha bisogno di essere accolto, custodito e tradotto in scelte concrete. Non si tratta di aggiungere semplicemente nuove iniziative a quelle già esistenti, né di moltiplicare strutture o adempimenti, ma di assumere sempre più profondamente uno stile ecclesiale. La sinodalità, infatti, non può essere ridotta a un metodo tra gli altri, né a una stagione ormai conclusa: essa chiede di diventare forma ordinaria della vita delle nostre comunità, criterio di discernimento, una precisa modalità di esercizio dell’autorità, pratica di corresponsabilità e via concreta per annunciare il Vangelo nel tempo presente.

Per questo, avvertiamo l’urgenza di rilanciare la sinodalità e la missionarietà della Chiesa nei diversi ambienti di vita. Le parrocchie, le associazioni, i movimenti, gli istituti di vita consacrata, i luoghi della formazione, i mondi del lavoro, dell’educazione e della cultura, come pure gli spazi della fragilità sociale e delle periferie esistenziali, costituiscono l’ambito concreto nel quale la fede è chiamata a prendere carne e a diventare testimonianza. È lì che la Chiesa è chiamata a lasciar trasparire il volto di Cristo, non ripiegandosi su sé stessa, ma aprendosi all’ascolto, all’accompagnamento, alla prossimità e alla cura. In una stagione segnata da disorientamento, individualismo, violenza diffusa e smarrimento del senso del vivere comune, la forma sinodale della Chiesa può diventare segno evangelico, profezia di fraternità, lievito di riconciliazione e scuola di umanità.

Siamo consapevoli che tutto questo non si realizza con decisioni astratte o con semplici dichiarazioni di principio. Occorre avviare processi, tanto più necessari in un tempo nel quale la trasmissione della fede cristiana non può più essere presupposta né affidata a dinamismi spontanei. È questa la consegna che raccogliamo e che vogliamo assumere con realismo e fiducia. Avviare processi significa accettare che il rinnovamento ecclesiale richiede tempo, pazienza, discernimento, conversione e perseveranza; significa non cedere alla tentazione di cercare soluzioni immediate o assetti soltanto funzionali; significa generare dinamismi, capaci di incidere realmente nella vita delle comunità, di formare coscienze credenti, di rendere più evangeliche le relazioni ecclesiali, di favorire una presenza cristiana più viva nei contesti quotidiani. In questa prospettiva, le priorità indicate in questo testo vogliono essere un orientamento per il cammino, non un punto di arrivo.

Sarà perciò indispensabile introdurre forme efficaci di verifica periodica del percorso svolto. Ci si potrà domandare, nel tempo e a tutti i livelli, se le scelte compiute aiutino realmente a riportare al centro il dono della fede, a far crescere la vita comunitaria, a dare impulso alla responsabilità condivisa dei battezzati, a rendere più adeguate e leggere le strutture ecclesiali, a far maturare comunità più missionarie, più fraterne e più capaci di testimonianza. La verifica, se vissuta con verità e libertà interiore, ci consentirà di custodire quanto di buono è germogliato, di correggere ciò che si rivelasse inadeguato e di continuare a lasciarci guidare dallo Spirito del Signore, che rinnova incessantemente la sua Chiesa.

A tal fine, per avviare, accompagnare e verificare i diversi processi e percorsi, la Conferenza Episcopale Italiana costituirà un Organismo di partecipazione ecclesiale a livello nazionale, corrispondente all’équipe sinodale richiesta dalla Segreteria Generale del Sinodo dei Vescovi e dal Documento di sintesi (cfr. LPS 75 a), in cui si sperimenti ulteriormente la corresponsabilità tra le diverse vocazioni. Affidiamo questo tratto del cammino ecclesiale all’intercessione di Maria Santissima Madre di Dio. Lei, che ha accolto la Parola, l’ha custodita nel cuore e si è lasciata condurre docilmente dallo Spirito, accompagni con tenerezza materna le Chiese che sono in Italia. Ci aiuti a rimanere «radicati e costruiti in Cristo, saldi nella fede, uniti nell’amore» (cfr. Col 2,2.7), pronti a testimoniare il Vangelo con umiltà, coraggio e sapienza nel mondo di oggi.

Roma, 31 maggio 2026,
Solennità della Santissima Trinità

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