
Quando ho letto il testo del commento al documento CEI sul cammino sinodale (“Radicati e costruiti in Cristo” = RCC) che V. Albanesi ha pubblicato su SettimanaNews con il titolo “Italia, deludenti le linee guida del post-sinodo”, mi è venuta in mente quella canzone, Rome Wasn’t Built in a Day. Ci vuole molta fatica per uscire da un linguaggio che controlla le cose, che può usare con libertà i riferimenti alla scrittura, ma non riesce ad uscire da un canone amministrativo e burocratico di considerazione della Chiesa.
Allora mi sono ripromesso di leggere con calma le 18 paginette del testo e che nel sottotitolo dichiara il suo obiettivo: si tratta delle “linee di orientamento” per attuare il Documento di Sintesi che aveva concluso il cammino sinodale italiano.
La mia sorpresa, quando ho letto Albanesi, era la memoria di un testo molto ricco, per certi versi sorprendente, quello dell’ottobre 2025 (“Lievito di Pace e Speranza) = LPS), rispetto al quale questo, di cui parlava Albanesi, non è altro che un passaggio interpretativo, che dichiaratamente non si sostituisce a quello.
Così, dopo aver letto queste 18 pagine sono tornato alle 72 pagine del testo di 6 mesi fa, del quale avevo scritto allora (qui) . Con questo ritorno al testo del 2025 ho compreso la mia sorpresa. Quel testo di 8 mesi fa aveva uno spirito, aveva uno slancio, aveva un tono, aveva una prospettiva forte, aveva una determinazione concreta, tutte caratteristiche che in queste linee di orientamento è come si si fossero perdute, come se fossero evaporate, come se dovessero essere rimosse.
Per comprendere la reazione di Albanesi, che tocca in modo rapsodico molti temi diversi, ho provato a tornare su singoli punti, per vedere che cosa era stato considerato di quella ricchezza e come quella sovrabbondanza, da parte sua già strutturata in livelli diversi di competenza e di considerazione, fosse diventata un testo dal tono così basso e dal contenuto sostanzialmente vuoto.
Come abbiamo potuto far diventare 72 pagine piene di cose e di idee, 18 paginette senza alcun vero orientamento? Come è possibile che la determinazione ben chiara, nel momento in cui diventa linea di orientamento, abbia come conseguenza un sostanziale disorientamento?
Una ipotesi
Confesso di essere rimasto estraneo al cammino sinodale italiano, e di averne parlato, con il giusto interesse di teologo, ma osservando in modo “libresco” la realtà. Ebbene, con la inevitabile deformaziopne di questa prospettiva, di cui riconosco subito i limiti, mi voglio soffermare su una “spia” del testo, che può aiutare a capire questo esito deludente. Al punto 1.1 di RCC a un certo punto si scrive così: “Occorre vigilare, poi, affinché alcuni ‘dinamismi mondani’ non si insinuino nelle stesse comunità cristiane, magari proprio in nome di una visione distorta di sinodalità”.
Da dove viene questa strana osservazione? Pur essendo la espressione di una comprensibile vigilanza, mi pare che porti a parola anzitutto uno preoccupazione “verso il Sinodo”. Ossia che, in un documento di orientamento, che dovrebbe recepire il lavoro sinodale di 5 anni, si metta in guardia il lettore dalla possibilità che il sinodo non sia altro che “dinamismo mondano”. Se ne può desumere, incautamente, che la vera vigilanza consiste nello “stare attenti al sinodo”!
Di fronte a questa frase ho richiamato alla mia memoria ciò che era accaduto poco più di un anno fa. Quando il lavoro sinodale italiano, che già esisteva da tre anni, aveva rischiato di affossarsi in una “sintesi” che già allora aveva in animo di disinnescarne ogni novità. La struttura delle proposizioni, proposte allora come sintesi, e di fronte alle quali la assemblea sinodale (composta anche da vescovi) ha avuto la forza di dire no, (ne avevo riferito qui) mi pare che possa essere considerata una tentazione risorgente all’interno della CEI. Chi non crede nel cammino sinodale cerca ogni occasione per svuotarlo di significato.
Questa analogia mi pare non solo preoccupante, ma anche consolante. Chi ha provato allora, con la redazione di proposizioni vuote, ci ha riprovato ora, con queste “Linee di orientamento” che in realtà disorientano. Perché dico anche “consolante”? Perché, come dice lo stesso testo di RCC, questo testo “non sostituisce” LPS. Esattamente come il Compendio del Catechismo della Chiesa Cattolica non sostituisce il CCC.
La ricchezza di quel testo del 2025 resta la norma per la Chiesa italiana. Piuttosto bisognerebbe chiedersi come è stato possibile che le “linee di orientamento” abbiamo potuto svuotare quasi del tutto di contenuti significativi il testo dell’anno precedente. Ad es., come si fa a parlare di “aprire processi” se non si indica nessu obiettivo alto che li giustifichi? Chi si mette in cammino se non ha chiaro il percorso e la meta? In LPS la linea è molto chiara e spesso assai determinata, mentre in RCC davvero mi pare ridursi ad una istanza vaga, con un esito disorientato e disorientante.
Certo RCC non si giustifica come un riassunto di LPS. Per fare questo una intelligenza artificiale avrebbe fatto molto meglio. Qui si tratta piuttosto di una forma di resistenza al sinodo: resistenza non frontale, ma tangenziale, indiretta. Non è sorprendente. Credo che i vescovi italiani, che sono molto più avanti della loro stessa organizzazione burocratica, come già hanno fatto nel marzo 2025, possano dimostrare di appassionarsi per un documento che ha qualcosa da dire, piuttosto che lasciarsi condizionare da un nuovo documento che non dice proprio niente. La burocrazia, si sa, non apre processi, ma li teme.
- Pubblicato sul blog dell’autore, qui.





