Preti, non lasciate che l’IA scriva le vostre omelie

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Mons. Louis J. Cameli, sacerdote dell’arcidiocesi di Chicago, è delegato del cardinale Blase J. Cupich per la formazione e la missione. È autore dell’audiolibro Mary’s Journey. Articolo pubblicato sulla rivista America il 10 giugno 2026 (originale inglese).

Un amico mi ha raccontato recentemente di aver partecipato alla Messa domenicale in un’altra città. «Il sacerdote era preparato», mi ha detto. «Ha letto la sua omelia. Era ben strutturata e conteneva informazioni corrette. Ma ho avuto l’impressione che fosse stata generata dall’intelligenza artificiale».

Non saprei dire cosa abbia portato il mio amico a questa conclusione: probabilmente una sorta di intuizione o di istinto. La sua osservazione, però, ha suscitato la mia curiosità.

Molte delle innovazioni tecnologiche mi sfuggono. Dico spesso di essere troppo anziano per queste cose: dopotutto ho quasi ottantadue anni. Eppure il tema dell’intelligenza artificiale e delle sue possibilità – di ciò che può e non può fare – continua ad affascinarmi. Così ho deciso di fare un piccolo esperimento, forse un po’ narcisistico dal punto di vista intellettuale.

Negli ultimi anni ho scritto e pubblicato diversi articoli sulla sinodalità. Ho aperto ChatGPT e gli ho chiesto: «Che cosa dice Louis J. Cameli sulla sinodalità?». Nel giro di un minuto mi sono ritrovato davanti un rapporto di tre pagine sul mio lavoro. Era davvero straordinario: riassumeva il mio pensiero con una precisione persino maggiore di quella che sarei riuscito a ottenere io stesso. Nessuna allucinazione, nessuna confusione, molta chiarezza.

E allora? L’omelia che il mio amico riteneva generata dall’intelligenza artificiale non avrebbe potuto essere altrettanto valida e accurata quanto il riassunto che ChatGPT aveva prodotto sui miei scritti?

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Papa Leone non la pensa in questo modo. E non soltanto nella sua recente enciclica Magnifica Humanitas. All’inizio della Quaresima di quest’anno, incontrando i sacerdoti della diocesi di Roma, li ha invitati a resistere alla tentazione di preparare le omelie con l’aiuto dell’intelligenza artificiale. Una vera omelia, ha spiegato, consiste nel condividere la fede, e l’intelligenza artificiale non è in grado di condividere la fede.

L’osservazione del Papa è certamente giusta. A mio avviso, però, richiede un ulteriore approfondimento. Inoltre, credo che la questione non riguardi soltanto i ministri ordinati chiamati a predicare l’omelia. Esiste infatti un ambito molto più ampio dell’annuncio evangelico, che coinvolge quanti operano nella catechesi, nella formazione spirituale e, più in generale, nell’evangelizzazione. È una sfida che interpella tutta la Chiesa.

Dobbiamo riflettere sul modo in cui comunichiamo il Vangelo a un mondo che ne ha un bisogno profondo. Nel suo nucleo essenziale, questa comunicazione consiste nel condividere Gesù Cristo, il Verbo. Mentre ci orientiamo tra le molteplici e talvolta disorientanti forme di comunicazione offerte dalla nostra epoca tecnologica, resto convinto dell’insostituibile mediazione umana necessaria per annunciare la Parola. Perché?

La comunicazione del Vangelo, in ultima analisi, non consiste semplicemente nel trasmettere informazioni, pur importanti. Essa è, prima di tutto, la comunicazione di una Persona: Gesù Cristo. Inoltre, è un processo personale che va da una persona credente che annuncia a una persona credente che accoglie. Si tratta interamente di un incontro tra persone.

C’è però un altro elemento che la nostra tradizione ci consegna. San Tommaso d’Aquino utilizzava un’espressione poi adottata come motto dall’Ordine domenicano e ripresa anche dal Concilio Vaticano II per descrivere la predicazione: contemplata aliis tradere, cioè «trasmettere agli altri ciò che noi stessi abbiamo contemplato». Si tratta di un processo profondamente personale.

Troviamo un’eco della medesima dinamica nelle parole di san Paolo ai cristiani di Corinto, sia parlando dell’Eucaristia (1Cor 11,23) sia della risurrezione (1Cor 15,3): «Vi ho trasmesso quello che anch’io ho ricevuto».

Lo stesso dinamismo del contemplata aliis tradere anima anche l’inizio della Prima Lettera di Giovanni: «Quello che era da principio, quello che noi abbiamo udito, quello che abbiamo veduto con i nostri occhi, quello che contemplammo e che le nostre mani toccarono del Verbo della vita… quello che abbiamo veduto e udito, noi lo annunciamo anche a voi, perché anche voi siate in comunione con noi. E la nostra comunione è con il Padre e con il Figlio suo Gesù Cristo» (1Gv 1,1-3).

Queste parole mostrano con chiarezza il passaggio dall’esperienza personale, vissuta in tutta la sua ricchezza, all’annuncio.

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Se continuiamo a riflettere sulla dimensione personale che accompagna necessariamente la proclamazione della Parola, emerge un ulteriore aspetto. Questa dimensione non è semplicemente personale in senso generico: è profondamente intima.

Ciò che viene annunciato nasce dalle profondità interiori di chi proclama e raggiunge le profondità di chi ascolta, chiamandolo a una conversione piena della mente, del cuore e della vita. Chi annuncia la Parola lo fa mettendo in gioco se stesso, rivelandosi con sincerità, accettando la propria vulnerabilità e impegnandosi a entrare in una relazione autentica con gli altri.

Anche se raramente viene percepita in questi termini, la predicazione di un sacerdote al proprio popolo è un autentico atto di intimità. Talvolta ricordo questa realtà ai gruppi di sacerdoti, suscitando non poca sorpresa e, forse, anche un certo disagio.

Quando predichiamo, ci apriamo agli altri e manifestiamo qualcosa della nostra vita più profonda. I fedeli forse non saprebbero descrivere esplicitamente il mondo interiore dei loro sacerdoti; tuttavia, almeno intuitivamente, comprendono se crediamo davvero a ciò che diciamo, se il Vangelo infiamma realmente il nostro cuore oppure no. È questo il significato dell’affermare che la predicazione, l’annuncio della Parola, è un atto di intimità.

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Vi è poi un ulteriore paradosso. L’intimità richiama spontaneamente qualcosa di privato, silenzioso, sottratto allo sguardo pubblico. Nell’annuncio del Vangelo, invece, avviene il contrario. La Parola di Dio è destinata a raggiungere il mondo intero. Per questo, paradossalmente, la sua proclamazione è insieme profondamente intima e pienamente pubblica, nella sua massima estensione possibile. Annunciare la Parola significa abitare questo paradosso. Ed è un paradosso che l’intelligenza artificiale non può sostenere.

Che cosa significa tutto questo, sul piano pastorale e pratico, per l’annuncio della Parola nell’era digitale, segnata dall’intelligenza artificiale e da una molteplicità di piattaforme? Ricordiamo anzitutto che l’annuncio non è riservato ai ministri ordinati: riguarda anche genitori, insegnanti, catechisti ed evangelizzatori laici. Che cosa comporta tutto questo per ciascuno di loro?

Credo che, come minimo, significhi che la Chiesa deve valutare costantemente gli strumenti di cui si serve per annunciare il Vangelo, verificando se siano realmente capaci di custodire e trasmettere la dimensione personale, intima e pubblica propria dell’annuncio cristiano. Nulla di tutto questo può essere ridotto alla semplice trasmissione di dati o informazioni, che costituisce invece il terreno proprio dell’intelligenza artificiale e delle diverse forme di elaborazione digitale.

Significa anche ricordare continuamente a quanti sono chiamati a portare la Parola che nessuna intelligenza artificiale potrà mai sostituire un cuore trasformato dalla grazia nell’atto di annunciare il Vangelo.

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