Gli arabi del Golfo: tribù o Stati?

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Il Memorandum of Understanding tra Stati Uniti e Iran è scaduto ieri, senza gran clamore. Intanto i piani di pace e i cessate-il-fuoco si susseguono senza determinare né paci né cessazioni delle ostilità. Il fatto è che il Medio Oriente è entrato nel cono d’ombra di due importanti appuntamenti elettorali: le elezioni politiche israeliane e quelle di Mid-Term negli Stati Uniti. Così il Governo israeliano va per la sua strada ovunque, gli USA tornano a minacciare l’Oman in caso di accordo con l’Iran, inviano i loro uomini nei punti caldi, ma poco emerge di cosa possano o vogliano fare. L’Iran per alcuni si preparerebbe ad aumentare la pressione sugli alleati degli americani nel Golfo.

E gli altri? Innanzitutto sono tanti e si registra l’ingresso a pieno titolo negli equilibri regionali del Pakistan. La novità infatti è il patto militare tra Turchia, Arabia Saudita e Pakistan (cf. qui su SettimanaNews). Questa miscela, alla quale vorrebbe o potrebbe aggregarsi l’Egitto, non ammessa da subito sembra per richiesta saudita, è chiara: il Pakistan ci mette il nucleare, la Turchia un esercito e un’industria bellica di livello, l’Arabia Saudita i soldi.

Per tanti motivi, a cominciare dal fatto che la Turchia è anche membro della NATO, il patto viene presentato come difensivo. La novità diverrebbe rilevante se davvero, come qualcuno dice, tutto si strutturasse con un’architettura istituzionale che sembrava impensabile e che invece secondo alcune fonti starebbe prendendo forma.

L’elemento distintivo è che loro, i sauditi, anche in questo caso vengono citati per i soldi. Avendo investito molto sull’Intelligenza Artificiale questa volta poteva non essere così, o solo così. Invece per i più il ruolo arabo, qui saudita, è sempre quello – almeno per la letteratura prevalente – di cassaforte.

Si sentono accerchiati i sauditi? In prima istanza, c’è l’Iran, che li circonda con i suoi droni e con i suoi alleati sul fianco Sud, lo Yemen, e su quello Nord, le milizie irachene. In seconda istanza, ci sono i nemici degli Emirati Arabi Uniti, troppo vicini a Israele, troppo attivi nel controllo delle acque regionali; uno sfidante politico che ne minaccia la leadership. In terza istanza, da Israele, che si espande nei territori palestinesi, in Siria, in Libano, senza tener conto dei loro desiderata. Bastano i forzieri a fare di Riad un protagonista?

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L’Arabia saudita si definisce in base al nome della tribù che domina quel territorio, quella dei Saud. Forse dovrebbe partire da qui la riflessione saudita. Da quando hanno deciso di separare i loro destini da quelli della setta wahhabita, il puritanesimo islamico che si è diffuso nel mondo con i soldi di Riad offrendogli in cambio legittimità religiosa, la corona saudita ha fatto di Diriyah, sede dell’antica città di al Turaif, un mega progetto nazionale.

È un piccolo centro di mattoni e fango a una ventina di chilometri da Riad, la culla della dinastia saudita e dove spuntano come funghi resort, musei, ristoranti tradizionali e locali, il tutto per un investimento di svariati miliardi di dollari, con 50 milioni di visite l’anno.

L’idea sembra quella di fare di una tribù un popolo, dove avere imposto a tutti il loro nome, per passaporto infatti sono tutti sauditi, anche chi non ha nulla a che fare con i discendenti di ibn Saud. La strada per altri obiettivi sarebbe altra.

I governanti della regione sono capi tribali divenuti emiri per urgenze internazionali (fedeltà), si sono facilmente trovati in urto tra di loro, ma tutto è divenuto più chiaro con l’influenza occidentale, che per secoli ha giocato sul tavolo di un capo tribale creato emiro per garantirsene i servigi, all’inizio contro quello che serviva un altro.

La contesa principale al tempo è stata tra inglesi e olandesi, tanto è vero che quell’isola di Kargh, di cui tanto si parla nella guerra all’Iran e dove viene convogliato il greggio iraniano, era la base strategica olandese. Più tardi Londra, per garantire la sicurezza dei commerci marittimi con le Indie, ha stretto accordi con diversi capi tribali, soprattutto nella cosiddetta Casa della Tregua, cioè Emirati Arabi, Bahrein, Qatar e Kuwait. Le potenze coloniali rivali erano così tenute a bada. Poi Franklin D. Roosvelt andò a incontrare il re saudita sul suo piroscafo USS Quincy, nel 1945. Una svolta per i Saud, al cui centro c’era il petrolio. Così formato il Golfo vive di rivalità.

La fedeltà ancora oggi va alla tribù non agli Stati, quindi il problema della cittadinanza resta fondamentale non solo perché si tratta quasi sempre di monarchie pressoché assolute, ma anche perché i cittadini in molti casi sono un’esigua minoranza e la loro stessa voce non ha peso, ma il sistema li ha tutelati economicamente, a discapito degli stranieri, pur non riconoscendogli strumenti politici per far sentire la loro voce. È in questo groviglio il problema rimosso dalle corone arabe? Cambiare potrebbe far nascere degli Stati, con dei cittadini?

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I dati sulla popolazione di tutte le monarchie del Golfo sono fuorvianti. Per esempio in Arabia Saudita la popolazione supera i 35 milioni di abitanti, di cui i cittadini sono il 55,6%, il resto sono stranieri. Negli Emirati Arabi Uniti i cittadini sono un milione circa, gli altri nove milioni sono immigrati.

La differenza è ampia, in Arabia Saudita si può dire che esista un’opinione pubblica, di cui la monarchia in qualche modo deve tener conto, negli Emirati e in altri Paesi, come il Qatar, ci sarebbe? In Qatar i cittadini sono poco più di 300mila, su una popolazione complessiva superiore ai 3 milioni. Non si sa ufficialmente quanti siano i cittadini sauditi che non appartengono alla tribù dei Saud, come chi appartiene alle tribù Utaybah, Qahtan, Shammar e Harb. E i Rashid? Controllavano le rotte tradizionali dei pellegrini diretti a La Mecca, nel 1891 riuscirono a sconfiggere i Saud.

Oggi sono tutti «sauditi». Ma non prìncipi sauditi. Si stimano tra i 5 e 15mila principi sauditi perché tutti i discendenti del fondatore della dinastia dei Saud hanno diritto al titolo nobiliare. Essere naturalizzati però è quasi impossibile e i figli di lavoratori stranieri ottengono automaticamente la nazionalità d’origine dei genitori.

Questo specifico problema è talmente intrattabile che non si è potuto affrontarlo espressamente neanche nel Documento sulla Fratellanza Umana firmato da papa Francesco e dal rettore dell’università islamica del Cairo, al Tayyeb, ad Abu Dhabi. Se infatti si toccasse lo ius sanguinis, non tanto i musulmani quanto gli autoctoni sarebbero quasi ovunque un’esigua minoranza in buona parte di questi Paesi. E questa sarebbe probabilmente un’arma formidabile per riuscire a ripartire.

Il problema però Francesco e l’imam al-Tayyeb lo hanno centrato e indicato nel loro documento riferendosi soprattutto a quei Paesi arabi, come Siria, Egitto, Iraq, dove di fatto la fede organizza ancora tra i cittadini quelli di serie A e quelli di serie B. E quel problema si chiama diritti di cittadinanza come risorsa nazionale, energia sociale.

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Per cercare di presentarlo possono servire almeno alcune righe del notissimo arabista Francesco Gabrieli, sul concetto più importante introdotto già nel XIV secolo da Ibn Khaldun, ultima grande voce dell’islam d’Occidente: l’asabiyya, cioè lo spirito di gruppo che unisce le energie umane. Ha scritto al riguardo Francesco Gabrieli:

«L’elasticità di questo termine-chiave del pensiero storico e sociologico khalduniano comporta una larga gamma di applicazioni: dalla solidarietà tribalizia della società beduina pre-islamica, a quella dinastica delle varie famiglie e consorterie che afferrarono ed esercitarono il potere dell’Islam (il Califfato unitario dei Quraish e i singoli Stati in cui esso si frazionò): fino ad arrivare, estrapolando un concetto ancora vago e implicito ai suoi tempi, al moderno concetto di nazionalità. […] La vita beduina era stata nella patria Penisola [arabica] la matrice dell’arabismo e molti vedevano espressa in essa i suoi più genuini valori: non così il nostro storico, che si sente ormai figlio di una società sedentaria e progredita, quella civiltà urbana in cui solo parzialmente i beduini si erano adattati. Ibn Khaldun sente bene che nel vergine ambiente nomade più vigorosa alligna la pianta dell’asabiyya; ma vede la sua compiuta affermazione nella creazione di comunità, stati sedentari, portatori e produttori di civiltà […] Nei Beduini egli denuncia l’insofferenza di una più complessa vita associata».

Questa piccolissima citazione di un grande studioso su un concetto cardine ci aiuta a capire, con molto altro che Ibn Khaldun colse secoli fa, che se questi Stati esistessero perché governano popoli, fatti da cittadini, intestatari di diritti, la loro storia non sarebbe condannata a creare un’inesistente Lega Araba, che tiene insieme formalmente poteri a volte illegittimi e comunque in conflitto perenne, ma rifonda l’idea stessa di arabismo e di nazionalismo alla luce di una visione da «nuovo melting pot», àncora efficace per chi voglia svincolarsi dal fondamentalismo con una visione.

Così la cittadinanza, posta alla base del Documento sulla Fratellanza Umana firmato ad Abu Dhabi, ci parla ancora del problema di oggi: una prospettiva simile a quella dei padri dell’Europa, che consente di far coesistere Stati e cooperazione in una cultura comune e Stati diversi.

Nessuno di questi emiri è stato così sciocco da pensare alla remigrazione, eppure ius sanguinis e tradizionalismo sono al loro cuore di una visione, quella che non sta aiutando gli emiri arabi a uscire da un contesto di difficoltà.

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