
Nel precedente articolo sull’8ª assemblea del popolo Yanomami in Roraima (Brasile) avevo raccontato alcune problematiche riguardanti gli indios dell’Amazzonia.
A quella assemblea era presente Dom Evaristo, vescovo di Boa Vista. L’ho incontrato, qualche giorno dopo, per un’intervista di Raffaele Luise, vaticanista, sul traffico degli esseri umani in Roraima.
Dom Evaristo, per aiutarci a comprendere la vastità del problema, ci ha consegnato un video e un libretto in portoghese prodotti dalla CNBB (Conferenza nazionale dei vescovi del Brasile).
Esistono davvero le frontiere?
Lo stato di Roraima si trova nel nord estremo del Brasile: confina con la Guyana Britannica a est e il Venezuela a nord. Dal 2017 – ci ha detto Dom Evaristo – vengono registrati intensi flussi migratori dal Venezuela verso il Brasile e dal Brasile verso la Guyana per raggiungere altre destinazioni.
Recentemente il flusso migratorio è un po’ diminuito anche se, solo a Pacaraima (città di Roraima al confine con il Venezuela), sono circa 250 le persone che ogni giorno attraversano la frontiera venezuelana.
«Ma le frontiere esistono veramente?», si chiede, nel video, suor Terezinha. La domanda ci invita a riflettere: per il grande capitalismo mondiale, le frontiere esistono o non esistono? È proprio di questo che voglio scrivere qui: del traffico di esseri umani e delle frontiere che esistono solo per gli esseri umani.
Certamente non è solo un problema dei popoli sudamericani; i problemi sociali legati alla migrazione ci sono ovunque, anche nelle nostre periferie europee, specie di questi tempi, ma è la sfrontatezza dei criminali e la loro impunità – il tutto mischiato alla connivenza dello stato e delle forze dell’ordine – a lasciarci ogni volta esterrefatti.
Il male è male e la Chiesa lo condanna e lo contrasta ovunque. Ma in queste terre dimenticate, i numeri – impensabili e impressionanti – di creature di Dio sottomesse con brutale violenza e condannate allo sfruttamento per la ricchezza di pochissimi, fa sanguinare l’anima di chi ha scelto di ascoltare, vedere e toccare le piaghe del mondo.
Dom Evaristo, nel video, ci sprona affinché il processo di denuncia sia parte della lotta permanente di una Chiesa che vuol essere “senza frontiere”: l’obiettivo è divulgare “universalmente” la conoscenza del problema della tratta di esseri umani per ingenerare una presa di coscienza globale. Anche qui.
L’azione delle Chiese brasiliane e venezuelane
La Chiesa brasiliana e la Chiesa venezuelana stanno già affrontando la questione non solo a parole, ma con fatti reali e con denunce esplicite: «è e sarà il nostro impegno» – dice il vescovo – continuare a lottare perché anche la politica statale combatta, condannando finalmente i trafficanti “predatori” e le figure che “annusano” nella migrazione le fragilità e le vulnerabilità delle persone povere e senza lavoro, che cadono troppo spesso nelle trappole dello sfruttamento attirate da promesse allettanti.
I trafficanti, infatti, studiano le vittime, ne conoscono la vulnerabilità e le intrappolano psicologicamente ed emotivamente. E sono liberi di commettere tutta la violenza possibile contro queste persone. Quindi, qualsiasi attività meschina, che rende le persone dipendenti e manipolate, costituisce motivo di tratta di esseri umani: con la sottrazione dei documenti, l’indebitamento, l’isolamento dalle famiglie, dai contatti, dalla rete di supporto e di protezione.
E qualsiasi attività politica che sfrutti a fini elettorali la paura delle persone del Paese accogliente è altrettanto predatrice e trafficante in senso morale, senza sporcarsi mai le mani: ma l’anima sì! Prima di parlare contro gli immigrati, questi politici dovrebbero aver provato le guerre, la fame, la miseria, la violenza sulla propria figlia, sulla propria moglie… lo sfruttamento lavorativo e la strada come casa.
Non è strano che a predicare contro l’immigrazione sia proprio chi dovrebbe avere il compito e il potere politico di risolvere il problema alla radice, se non perché “cristiani”, almeno perché “giusti”? Ma sappiamo come vanno le cose: si prendono voti alimentando i problemi, non risolvendoli, pensando a sé stessi per farsi mantenere a vita.
La febbre dell’oro
Dom Evaristo spiega, che, dopo aver ottenuto al confine i primi documenti di accesso in Brasile, i migranti continuano il loro viaggio attraversando i villaggi e le città, dormendo lungo le strade, lavorando, senza alcun tipo di regolarità, nelle fornaci di carbone, nelle fattorie e nelle case private, sfruttati senza limiti di orario, con compensi bassissimi appena sufficienti per comprare qualcosa da mangiare per sé e la famiglia: è l’offerta della “briciola” per non morire di fame. Disumano.
Non solo migranti. Le ragazze brasiliane hanno un valore molto alto nel mercato del sesso, anche in Venezuela. Per attirarle viene utilizzato l’inganno di andare a fare le “cuoche” nei garimpos illegali. Cosa sono i garimpos? Sono giacimenti d’oro o di diamanti; la loro storia è legata alla fame di oro dei conquistatori del XVII secolo, che utilizzavano gli schiavi come mano d’opera. Oggi è cambiato solo il tradizionale sistema di estrazione, mentre la modalità violenta e schiavista dei conquistatori è sostanzialmente rimasta la stessa, solo che a comandare abbiamo gli impresari che hanno grossi capitali da investire.
Il garimpero è il lavoratore del garimpo. Ha un’età compresa fra i 15 e i 30 anni. Solitamente è analfabeta. Ha lasciato il lavoro nei campi per effetto di allettanti narrazioni che inducono a sottomettersi, suo malgrado, a condizioni disumanizzanti di lavoro, e a dilapidare lo scarso guadagno in alcol e donne, arricchendo così finanziatori, impresari, proprietari dei macchinari, piloti di aerotaxi, commercianti e contrabbandieri.
L’oro si trova sepolto a pochi metri di profondità. Usando la forza del getto d’acqua degli idranti del padrone dell’impresa – illegale – si scava il terreno approfittando della natura generalmente friabile del substrato della foresta. Per amalgamare il pulviscolo d’oro che viene raccolto, il garimpero usa il mercurio, che ha la proprietà di legare il minerale. Per ogni grammo di oro servono quasi 2 grammi di mercurio: una parte di esso viene gettato nei fiumi quale scarto di lavorazione, mentre, per la separazione definitiva del metallo prezioso, si utilizza la fiamma ossidrica in due processi di raffinazione successivi; le esalazioni di mercurio nel processo di fusione infestano l’aria in forma di vapori che ricadono condensati in pioggia, contaminando persone, fauna e flora, anche in luoghi molto lontani dai punti di lavorazione.
Nell’acqua dei fiumi, invece, il mercurio passa da uno stato inorganico ad uno organico, assimilato da pesci e da altri organismi viventi; di conseguenza, viene assimilato anche dagli esseri umani provocando, per ingestione o inalazione, intossicazioni varie sino a causare in alcuni casi coma e morte.
Ma qual è il ruolo delle “cuoche” nei garimpos? Quel codice – “cuoca” – sta a significare che la ragazza sarà sfruttata sessualmente. Gli stessi genitori delle ragazze – quando viene loro chiesto se sanno dove è la loro figlia – rispondono che è a fare la “cuoca” nel garimpo: un modo per alleggerire, mentalmente, una situazione tragica.
Siamo davanti a vittime che sfruttano altre vittime. Per questo motivo, Dom Evaristo denuncia che l’estrazione mineraria non può più essere definita semplicemente illegale: «In realtà quei siti sono narco–garimpo per traffico di droga e di armi, nonché di persone, con sfruttamento sessuale e riciclaggio di denaro». Riguardo alla lotta statale ai garimpo, basta pensare che sono almeno un’ottantina le piste su sterrato per aerei illegali in Roraima, mentre l’esercito – che dovrebbe chiuderle – ne ha a disposizione solo due. Una lotta impari.
«Anche le ragazze yanomami», denuncia la prof. Marcia, «vengono spesso catturate». Marcia parla di “cattura” perché non si tratta di “assunzione” ma di vera e propria cattura. Molte di loro muoiono in schiavitù. «In questi garimpos si assiste a condizioni di sfruttamento sessuale tremende». La cosa più incredibile è che i mass media esaltano chi ha successo nei garimpo. L’opinione pubblica, attraverso i media ha, infatti, una considerazione molto positiva delle persone che “possiedono” attività minerarie. È un posto che offre lavoro! Un luogo di successo!
Dei problemi collegati, la società non discute abitualmente, anzi! Gli operatori pastorali e sociali brasiliani, invece, ci raccontano come la tratta esista in tutte le sue forme, e spiegano come è organizzata la “rete”: una rete fatta di catture, di forme di adozione illegale, di traffico di organi e persino di aste per bambine vergini. È allucinante: la vita è trasformata in mercato! In commercio.
Una subdola schiavitù
In Brasile è molto comune la figura della figlia o del figlio cosiddetto criaçao, cioè in affido senza domande ai servizi sociali: riguarda la vita di bambine e bambini imparentati o vicini che hanno perso i genitori per i motivi più disperati e disparati. Di questo “diritto consuetudinario” approfittano tante famiglie di un certo livello economico che vanno nelle comunità indigene o nei quartieri poveri di periferia a prendersi, con una piccola offerta di doni, una ragazza per badare ai loro bambini più piccoli come “tata”, ma, in molti casi, anche per lavori analoghi alla schiavitù.
Nel video, Socorro Santos racconta che una bambina è stata portata via e rinchiusa in una prigione privata insieme ad altre donne e bambine. Veniva picchiata, picchiata perché non voleva andare nel salone di prostituzione. Un’altra bambina sequestrata le ha detto che, se non avesse fatto il “lavoro”, le avrebbero messo una pietra al collo e gettata dentro il lago per ucciderla: «ci sono già diverse ragazze là dentro»; «oppure ti uccidono e ti tolgono gli occhi».
Come spesso avviene nel mondo, le vittime di sfruttamento sessuale sono ingannate con promesse di lavoro o di vita migliore e poi costrette a prostituirsi. Vengono reclutate tramite promesse e inganni, spesso usando internet e i social, sfruttando vulnerabilità socioeconomiche e psicologiche, con strategie di coercizione e di minaccia.
In Brasile, sono stati denunciati oltre 60.000 casi dal 1995 ad oggi. Ma molte vittime rimangono invisibili, sconosciute, finite nel traffico di organi e di schiavitù sessuale. Reti criminali e mafie internazionali facilitano il loro ingresso irregolare in altri Paesi agendo da guide clandestine e rendendo in tal modo la raccolta dei dati impossibile.
Attualmente in Brasile si registrano circa due denunce di stupro ogni ora, con alte probabilità di sottodimensionamento. Anche se la legge brasiliana – ma solo dal 2016 – definisce e punisce il traffico di persone con pene da 4 a 8 anni di reclusione, il mercato continua a favorire il problema, alimentato da un sistema che trasforma le persone in merce. La povertà, il patriarcato, il razzismo e le ingiustizie strutturali aumentano la vulnerabilità delle vittime, specialmente se donne delle minoranze.
Le principali finalità della tratta di persone sono lo sfruttamento sessuale, il lavoro forzato, la schiavitù, la servitù per debiti, le adozioni illegali e il traffico di organi. Le vittime sono considerate oggetti e private di ogni dignità e libertà. Le cause sono strutturali: povertà, discriminazione e disuguaglianza.
Le azioni di contrasto
Per questo motivo è stata creata dalla Conferenza nazionale dei vescovi del Brasile la Commissione episcopale pastorale speciale per il contrasto alla tratta di esseri umani che promuove l’integrazione tra le realtà civili e religiose che contrastano la tratta di esseri umani. Incentivando la cooperazione tra le Chiese dei luoghi di origine e di destinazione delle vittime, e promuovendo l’accoglienza e il reinserimento, con la sensibilizzazione e la prevenzione; sviluppando campagne educative, divulgando materiali informativi e percorsi di formazione con l’obiettivo di mettere in guardia sui rischi e sui segnali della tratta di esseri umani.
Organizzando conferenze nelle scuole, incontri comunitari e diffondendo linee-guida pratiche per la prevenzione. Offrendo assistenza. Orientando le comunità ad accogliere le vittime in modo rispettoso e senza giudizi, rispondendo ai bisogni immediati come l’alimentazione, la salute e l’alloggio. Indirizzando verso le reti di assistenza sociale e sanitaria. Stimolando collaborazioni con enti pubblici e organizzazioni per garantire un’assistenza globale e sicura alle vittime.
Influenzando la politica e partecipando alla definizione dei Piani nazionali, statali e municipali di contrasto. Esercitando pressione sui governi e sui parlamenti, affinché diano priorità alla lotta contro la tratta e alla protezione delle vittime. Incentivando la denuncia dei casi di tratta attraverso i canali ufficiali. Orientando sull’importanza di fornire informazioni dettagliate e sul mantenimento del segreto professionale. Proponendo la Giornata mondiale di preghiera e riflessione sul problema e rafforzando l’impegno cristiano per la dignità e la libertà di ogni essere umano.
La Commissione episcopale pastorale brasiliana sta diventando un punto di riferimento nazionale nel contrasto alla tratta integrando prevenzione, assistenza, lavoro di rete, impatto politico e spiritualità.
Un caro augurio e una preghiera di supporto a Dom Evaristo e alla Commissione per la loro lotta non violenta e il coraggio di affrontare il problema del traffico delle persone umane. Con la speranza che questo coraggio converta i cuori e li contamini di amore cristico.





