
Ceuta (foto LaPresse).
Sono passati poco più di due mesi dall’entrata in vigore del Patto europeo per l’immigrazione e l’asilo, e già “volano gli stracci”. Non è, peraltro, una novità: una stessa dinamica è scattata dopo la dichiarazione di Solidarity and Responsability proclamata dalla presidente della Commissione Europea Ursula Von der Leyen, a seguito dell’accordo di Relocation, Voluntary Solidarity Mechanism (SVM) del 2022. I sottoscrittori ammontavano a 21 paesi, decisi ad affrontare la necessità di rilocalizzare i migranti sbarcati in Italia o in Grecia, provenienti dal Mediterraneo Orientale e Centrale.
Alle spalle vi era l’esperienza traumatica della grande emigrazione siriana del 2015, costata all’Europa 6 miliardi di contributi alla Turchia, proprio per contrastare il passaggio di migranti verso la UE.
Le reazioni ai fatti di Ceuta
In quel caso, il “gruppo Visegrad” costituito da 4 paesi UE (Polonia, Slovacchia e Cechia, capitanato dall’Ungheria di Orban) dichiarava l’indisponibilità ad accogliere migranti provenienti dal Mediterraneo e negava il pagamento volontario di circa 20 mila euro “di solidarietà” per ogni migrante non accolto.
A 4 anni di distanza, col nuovo Patto, gli orientamenti degli stati membri UE non sono cambiati: perciò il Patto è già carta straccia, destinata al capiente cestino delle dichiarazioni buoniste.
È bastato sfruttare il casus belli dell’invasione della città autonoma spagnola di Ceuta “per dare addosso allo spagnolo renitente socialista” che non sottoscrive gli aumenti NATO per il riarmo e che condanna lo stato di Israele per i massacri di innocenti.
L’opportunità era troppo ghiotta per l’internazionale neo–autoritaria al governo di numerosi stati dell’Unione. Addossare alla Spagna la responsabilità di un evento di massa – i cui orchestranti, probabilmente, suonavano al di là dell’Atlantico – poteva indebolire non solo il governo spagnolo, ma anche le forze politiche progressiste del continente.
Notiamo il tempismo con cui il governo Meloni ha dichiarato la sospensione della libera circolazione Schengen tra la Spagna e l’Italia, paesi non confinanti. La sospensione è stata accompagnata da rimproveri alla Spagna per non aver controllato adeguatamente le proprie frontiere mettendo a rischio di terrorismo tutta l’Unione.
Ma l’atto è irresponsabile, posto che Ceuta è una città autonoma – peraltro retta da una maggioranza di destra – che richiede, per il passaggio al territorio continentale spagnolo, il controllo dei documenti e dei bagagli, come se ci fosse una vera e proprio frontiera tra Ceuta e Algeciras, la città a ridosso di Gibilterra enclave sotto controllo inglese.
Probabilmente il caso è dovuto ad una deficiente conoscenza della geografia, materia ritenuta, tra l’altro, inutile da questo governo e quindi indegna di essere insegnata nelle scuole italiane (tanto c’è Google!). L’elemento più curioso della faccenda è che, in Italia, risiedono circa 30 mila cittadini spagnoli mentre gli italiani residenti in Spagna sono circa 350 mila.
L’operazione “confini sicuri” ha visto, a sua volta, una reazione facilmente prevedibile: anche la Spagna ha sospeso Schengen nei confronti degli italiani per contrastare le immigrazioni illegali proprio dall’Italia.
Questo ha innescato un effetto domino in cui è l’Italia a rischiare di essere la vera perdente. La destra italiana ha dato così la stura a ciò che restava della diplomazia sotto le ceneri dell’Unione e della vicina Svizzera. Non c’è che dire: un’operazione di alta finezza politica!
Il caso dei “dublinanti”
Così. ogni giorno, si aggiunge un paese che dichiara di voler rispedire in Italia i cosiddetti “dublinanti”, ossia coloro che sono entrati in Europa attraverso i confini italiani, soprattutto via Lampedusa o attraverso la Rotta balcanica, e che poi hanno continuato il loro viaggio per raggiungere altri Paesi.
In più di un’occasione l’Italia è stata accusata di non identificare gli sbarcati a Lampedusa in maniera che i cosiddetti “clandestini” potessero raggiungere un altro stato dell’Unione e presentare là la loro richiesta di protezione internazionale.
L’Italia, attualmente, è il paese che subisce le maggiori pressioni di riprendersi i migranti entrati in Europa dalle sue frontiere, mentre, nel 2022, era riuscita quasi ad azzerare i rientri, a fronte di migliaia di “dublinanti”. Nel 2025, su circa 24 mila richieste, ne sono state accolte solo 85.
Spesso le Commissioni Territoriali per il Riconoscimento della Protezione Internazionale – circa 20 le sedi principali disseminate sul territorio italiano – si sono trovate a dover trattare le richieste di asilo presentate da persone che avevano già girato mezza Europa ricorrendo a vari alias; persone individuate come entrate dall’Italia in base alle impronte digitali e al fotosegnalamento del sistema SIS, Sistema di Informazione Schengen, istituito dal 1995, con sede a Strasburgo. Si tratta di un archivio in cui vengono raccolti i dati di chi supera le frontiere esterne dei paesi Schengen (29 paesi europei, 25 membri dell’UE e 4 stati associati extra-UE: Islanda, Norvegia, Liechtenstein e Svizzera).
Le richieste di riammissione all’Italia crescono, dunque, di giorno in giorno, e stanno sfilacciando le “solide” alleanze tra paesi a guida di governi conservatori, se non dichiaratamente autoritari. Attualmente le richieste di riammissione hanno superato le 80 mila unità. La maggior parte sono presentate dalla Germania e dal Nord-Europa, ma ve ne sono anche dalle vicine Svizzera e Austria.
È curioso notare il fatto che, nella lista dei paesi che rivendicano i rientri dei migranti in Italia, manchino proprio Spagna e Francia, ossia i paesi che hanno avuto i maggiori contrasti con l’attuale governo italiano, ma che ora appaiono mantenere un atteggiamento di responsabile solidarietà. Se, in questi paesi, dovesse emergere presto un governo di destra, le “danze si riaprirebbero” e non certo a favore dell’Italia.
Ignorate le Convenzioni
Il nostro Paese, di fronte alla valanga di richieste e di minacciate riammissioni, sta invocando la caduta in prescrizione del passato accordo per ricominciare la conta dal 12 giungo 2026, cioè dal giorno dell’entrata in vigore del nuovo Patto Europeo; quindi, rifiuta ogni riammissione maturata antecedentemente. Spera probabilmente nella delocalizzazione dei richiedenti asilo in paesi extra-Ue, vantando il merito della primizia delle sue politiche in Albania: una “delocalizzazione a tempo”, perché, se il paese delle aquile entrasse nell’UE, ci troveremmo da punto e a capo. Per cui pare vale la pena pensare a paesi più lontani, come Ruanda e Uganda, oltre che foraggiare di soldi Tunisia e Libia.
Una patetica ritorsione nei confronti soprattutto della Germania è stata annunciata dal Ministro dell’Interno italiano. Si ordina. che le navi battenti bandiera tedesca facciano sbarcare i propri salvati in mare in un porto tedesco.
Probabilmente, il Ministro dimentica che l’attività di ricerca e di soccorso in mare è disciplinata da due trattati internazionali la Convenzione SOLAS del 1974 e la Convenzione SAR del 1979. Le disposizioni contenute in tali accorsi obbligano gli stati costieri e di bandiera ad intervenire e ad accogliere immediatamente i natanti in condizioni di pericolo di annegamento o che rischiano, se riportati di nuovo in un contesto ostile, di subire torture e condizioni degradanti.
Tutte le disposizioni sono contenute nella Convenzione di Ginevra come nella Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU), per cui, chi è a rischio di essere in pericolo di vita o rischi di essere catturato da sgherri torturatori, deve essere accolto nel porto più vicino! Forse il Ministro non conosce tali trattati.
I ricatti, quindi, del governo italiano – che spesso solleva l’accusa di traffico di clandestini nei confronti delle ONG attive in mare – vogliono ridurre al silenzio i testimoni di quanto avviene nel Mediterraneo.
Inoltre – indicando luoghi di attracco lontani molte miglia dal luogo dell’intervento e imponendo loro multe illegittime – vuole portare allo sfinimento economico e operativo chi salva vite invece di girare lo sguardo dall’altra parte. Al posto di contrastare i veri trafficanti, il governo criminalizza chi rispetta le leggi del mare.
Una risposta sbagliata a un problema reale
È indubbio che tutti i paesi – Spagna inclusa – sono sotto pressione migratoria a causa degli ulteriori problemi scatenati da fattori extraeuropei, quale la guerra dei dazi scatenata da Trump. Cosi, come le guerre in corso da anni, scatenate dalla Russia contro l’Ucraina o tra Israele e Hamas, per non parlare dell’aggressione all’Iran sotto la falsa promessa di far cadere il regime islamico, un’avventura probabilmente suggerita da Netanyahu al super narcisista Trump. Un intervento che rappresenta un incubo senza fine, non solo per i paesi e i popoli direttamente coinvolti, ma per tutti quanti.
Sotto queste spinte aggressive, l’Europa si è incamminata verso la deriva delle folli spese per le armi e della polarizzazione delle posizioni belligeranti, senza trovare altra soluzione possibile, se non nella prepotenza dominante.
Il repentino cambiamento di vocabolario – dalla responsabilità alla resilienza bellica, dalla solidarietà alla supremazia finanziaria – conduce, come sempre, a scaricare le tensioni su un facile capro espiatorio: gli immigrati “richiedenti asilo”, continuamente bollati come “migranti economici”, come se la povertà dovesse essere semplicemente disprezzata più che affrontata.
Ma ditemi che differenza sostanziale c’è tra chi muore colpito da una pallottola e chi muore per inedia per le conseguenze disastrose, ad esempio, del cambiamento climatico, che causa sempre più catastrofi naturali e sottrazione di terre coltivabili.
Nel tempo in cui occorrerebbe acquisire una dimensione globale della solidarietà e della cooperazione multilaterale rinascono invece i rigurgiti nazionalisti, ripiegati su sé stessi e sui propri interessi, dimentichi delle interconnessioni mondiali, senza possibilità di trovare scappatoie su altri pianeti virtuali.
La recrudescenza del richiamo al sangue, per sottolineare la dimensione di partecipata appartenenza naturale ad un destino nativista, traccia solchi di divisione e di unicità suprematista fuori dal tempo, per una realtà sempre più distopica e bieca.
In Europa un vistoso calo demografico
L’Europa è demograficamente in calo: toccherà circa 453 milioni di abitanti nel 2029, scenderà a circa 445 nel 2050 e a circa 440 a fine secolo, mentre negli anni ’70, in tutta l’Europa, secondo Eurostat, vivevano 647 milioni di cittadini. La differenza sostanziale da quegli anni è che la popolazione europea aveva una preponderanza giovanile, mentre ora l’età media in Europa è di 44,7 anni: e l’Italia è prossima a superare i 49. Ma, nonostante i continui allarmi degli istituti scientifici, il nostro continente continua il suo percorso di autolesionismo diventando sempre più insignificante.
Una forma di libido dissolvi pare accompagnare una caparbia volontà di procedere verso una lenta, inevitabile, disgregazione. E questo a causa di circa 912 mila richieste di protezione internazionale all’anno, cioè di una percentuale dello 0,2% della popolazione totale dell’UE!





