Il potere nella Chiesa: autorità come decentramento

marrone-potere2

Per ripensare l’autorità nella Chiesa occorre forse compiere un gesto preliminare: sottrarla alla fascinazione del possesso. Per troppo tempo, infatti, l’autorità è stata immaginata prevalentemente secondo la logica di qualcosa che si riceve e che, una volta ricevuto, diventa in qualche modo proprio. Qualcuno conferisce un incarico, un ministero, una dignità, una potestà; il destinatario dell’investitura viene posto in una determinata posizione e da quel momento esercita ciò che gli è stato affidato.

Questo schema possiede certamente una sua necessità giuridica e istituzionale, perché nessuna comunità può vivere senza forme di responsabilità riconosciute e senza criteri che definiscano chi sia chiamato a prendere decisioni. Il problema nasce, tuttavia, quando ciò che è stato ricevuto come dono e affidato come servizio viene lentamente trasformato in una proprietà. È allora che il ministero rischia di diventare possesso, la responsabilità privilegio, il servizio potere e la comunità territorio sul quale esercitare una sovranità.

Forse la crisi contemporanea dell’autorità ecclesiale non può essere compresa soltanto come crisi dell’obbedienza o come conseguenza della crescente insofferenza verso le istituzioni. Potrebbe essere, più radicalmente, la manifestazione del fatto che un certo modo di pensare l’autorità ha esaurito la propria capacità simbolica e spirituale.

L’autorità di Gesù

Non basta più affermare che l’autorità è servizio se, nella pratica, continua a essere vissuta come proprietà di una posizione; non basta contrapporre retoricamente il ministero al potere se il ministro continua a percepire se stesso come il titolare di uno spazio che gli altri devono riconoscere e rispettare.

Occorre piuttosto interrogarsi sul modo originario con cui il cristianesimo racconta l’autorità di Gesù. Uno degli aspetti più sorprendenti della sua figura evangelica è il fatto che egli non appare anzitutto come colui che possiede tutte le risposte e si limita a comunicarle, ma come colui che continuamente apre interrogativi, provoca la coscienza, costringe l’interlocutore a prendere posizione, a esporsi, a cercare dentro di sé una parola che non può essere semplicemente suggerita dall’esterno.

E il tratto più radicale di questo atteggiamento consiste nel fatto che egli arriva a esporre alla parola degli altri persino la propria identità. Questo particolare non può essere ridotto a una semplice strategia pedagogica o retorica. Non si tratta della domanda fittizia di chi conosce già perfettamente la risposta e vuole soltanto condurre l’interlocutore verso una conclusione prestabilita. Il gesto possiede una portata più profonda: colui che esercita l’autorità non si sottrae alla possibilità di essere interrogato; non si pone semplicemente come la risposta davanti agli altri, ma accetta di entrare egli stesso nello spazio della domanda. È qui che si intravede una forma radicalmente diversa di autorità.

L’autorità non coincide più con la capacità di sottrarsi all’interrogazione, con il possesso di un’identità inattaccabile o con la pretesa di essere riconosciuti senza residui. Essa si manifesta, al contrario, come capacità di esporsi. Chi domanda veramente rinuncia a controllare completamente ciò che accadrà. Accetta che l’altro possa rispondere in modo inatteso, insufficiente, persino sbagliato. Ogni autentica domanda implica una certa vulnerabilità, perché lascia entrare l’altro nello spazio della propria esistenza.

In questo senso, il domandare non è un segno di debolezza dell’autorità, ma la sua forma più alta: solo chi non ha bisogno di difendere continuamente se stesso può permettersi di lasciare spazio alla parola altrui. L’autorità che domanda è un’autorità che si decentra. Non rinuncia alla propria responsabilità, ma rinuncia a occupare tutto lo spazio. Non abdica alla verità, ma non utilizza la verità come uno strumento per ridurre l’altro al silenzio. Non elimina la distanza tra chi guida e chi è guidato, ma impedisce che questa distanza si trasformi in separazione assoluta.

In questa prospettiva, il cammino di Gesù appare come un progressivo disarmo dell’autorità. Colui che insegna con autorevolezza non costruisce attorno a sé una corazza di invulnerabilità; la sua vicenda conduce verso un’esposizione sempre più radicale, fino al corpo crocifisso. Quel corpo, già innalzato e consegnato allo sguardo di tutti, già privato di ogni difesa, viene ulteriormente aperto. La ferita del costato diventa allora, anche simbolicamente, l’immagine estrema di un’autorità che non si protegge chiudendosi.

Anti-potere: vulnerabilità e autorità

Il corpo dell’autorità cristiana è un corpo esposto, vulnerabile, attraversabile dallo sguardo. Non è il corpo del sovrano che si sottrae, ma quello di un Dio che accetta di non salvaguardare la propria identità attraverso l’eliminazione di chi lo contesta.

In questa esposizione si rivela una critica radicale a ogni forma di potere che si considera autentico soltanto nella misura in cui riesce a diventare invulnerabile. Un’autorità che non può essere interrogata finisce inevitabilmente per temere la domanda; un’autorità che non può essere contraddetta tende a trasformare il dissenso in infedeltà; un’autorità che non può riconoscere l’errore deve continuamente proteggere la propria immagine. La croce, al contrario, mostra che la verità non ha bisogno di trasformarsi in violenza per essere tale.

Il passaggio da un modello di autorità fondato sull’investitura a un modello relazionale, che possiamo chiamare sinodale purché questa parola non venga ridotta a una formula di moda, nasce precisamente da qui. Il modello dell’investitura tende a produrre una successione lineare: qualcuno conferisce, qualcuno riceve, qualcuno esercita, gli altri riconoscono. La struttura è verticale e, una volta stabilita, rischia di trasformarsi in un meccanismo autoreferenziale. L’autorità viene dall’alto, ma si deposita in basso come un possesso personale. Il soggetto può allora dimenticare di essere il destinatario di un dono e cominciare a comportarsi come il proprietario di una funzione.

Una prospettiva autenticamente ecclesiale dovrebbe invece mantenere costantemente aperta la distanza tra ciò che si riceve e ciò che si possiede. Un ministero può essere legittimamente conferito, una responsabilità può essere giuridicamente definita, una potestà può essere realmente esercitata, ma nulla di tutto questo diventa semplicemente proprietà del soggetto.

L’autorità non è qualcosa che qualcuno ha; è qualcosa che continuamente accade nella relazione tra un dono ricevuto, una persona che tenta di incarnarlo, una comunità che ne riconosce la fecondità e Dio, che rimane il termine ultimo e irriducibile di ogni servizio ecclesiale. In questo senso, l’autorità non è mai completamente tua, neppure quando ti è stata legittimamente conferita. Essa esiste soltanto dentro una rete di relazioni che continuamente la precedono, la giudicano e la relativizzano. Ciò che sei non è mai sufficiente a spiegare l’autorità che eserciti, perché ciò che eserciti è sempre più grande di te e, nello stesso tempo, non può essere separato dal modo concreto in cui tu lo incarni.

L’investitura può conferire legittimità, ma la legittimità non esaurisce la verità dell’autorità. Si può essere legittimamente costituiti in una funzione e tuttavia non riuscire più a generare fiducia; si possono conservare tutte le competenze previste dal diritto e, nello stesso tempo, perdere autorevolezza; si può continuare a decidere senza più riuscire a convincere.

Questo non significa identificare l’autorità con la popolarità o subordinare ogni responsabilità al consenso immediato. Significa, piuttosto, riconoscere che l’autorità cristiana non può essere separata dal riconoscimento. Non perché abbia bisogno di essere applaudita, ma perché il suo scopo non è produrre sudditi bensì generare soggetti liberi.

Edificare la comunità: responsabilità e libertà

Una comunità ecclesiale non è veramente edificata quando tutti dipendono dalla voce di chi la guida, ma quando coloro che ne fanno parte diventano capaci di assumersi responsabilità, di discernere, di parlare, di agire e persino, quando necessario, di interrogare chi esercita un ministero. La sinodalità, allora, non consiste semplicemente nell’aggiungere assemblee o consultazioni alle strutture già esistenti. Il suo significato più profondo consiste nell’impedire che qualcuno identifichi completamente la propria persona con il posto che occupa.

Nessun ministro coincide con il suo ministero, nessun vescovo coincide con l’episcopato, nessun parroco coincide con la comunità affidatagli. Ogni funzione supera la persona che la esercita e, proprio per questo, nessuno può trasformarla in un prolungamento della propria identità.

L’autorità non è un oggetto, ma un evento; non è una proprietà stabile, ma una relazione che deve continuamente ritrovare la propria verità. Questo conduce a una delle intuizioni più profonde per una teologia cristiana dell’autorità: L’autorità non possiede il centro: custodisce lo spazio perché il centro non venga occupato.

A prima vista, l’espressione può apparire contraddittoria. Normalmente l’autorità viene associata alla presenza di qualcuno che interviene, decide, guida, stabilisce, corregge. Quanto più un’autorità appare forte, tanto più sembra capace di estendere la propria presenza.

Eppure il Dio della rivelazione biblica e cristiana manifesta un’altra forma di presenza. È un Dio che parla e tuttavia tace, che si rivela senza lasciarsi possedere, che interviene nella storia senza sostituirsi alla libertà della storia, che si fa carne senza trasformare l’incarnazione in un’invasione del mondo da parte del divino.

Il Dio di Gesù Cristo è presente senza dilagare. Non occupa tutto lo spazio, non assorbe ciò che incontra, non elimina l’alterità di ciò che ha creato. La creazione stessa può essere pensata come il gesto con cui Dio fa spazio a ciò che non è Dio. E l’amore non è altro che la perseveranza in questo gesto originario: continuare a lasciare esistere l’altro senza trasformarlo in una proprietà. In questo senso, la kenosi non è un episodio marginale della rivelazione cristiana, ma una chiave per comprendere il modo stesso in cui Dio esercita la propria autorità.

Egli non rinuncia alla propria verità, ma rinuncia a trattarla come un privilegio da difendere attraverso il dominio. La sua potenza non consiste semplicemente nella capacità di fare tutto, ma anche nella libertà di non occupare tutto. L’onnipotenza cristiana è paradossalmente la potenza di lasciare spazio.

Se questo è il volto dell’autorità divina, allora ogni autorità ecclesiale dovrebbe interrogarsi sulla propria tendenza a riempire gli spazi. Chi esercita un ministero non è chiamato a essere presente in ogni decisione, a controllare ogni iniziativa, a parlare su tutto, a trasformare ogni esperienza comunitaria in un’estensione della propria persona. La sua funzione più profonda potrebbe essere esattamente l’opposto: custodire uno spazio che non gli appartiene.

Quello spazio è il luogo della libertà dell’altro e, ultimamente, il luogo dell’azione di Dio. La comunità non appartiene al ministro, la Chiesa non appartiene alla gerarchia, il carisma non appartiene a chi lo porta, la verità non appartiene a chi la annuncia.

L’autorità consiste precisamente nella responsabilità di impedire che ciò che appartiene a Dio venga occupato da qualcuno. Il ministro non sta al centro per diventare il centro. Egli occupa un luogo di responsabilità affinché il centro non venga usurpato. La sua grandezza consiste nel custodire una centralità che non è la sua. Da questo punto di vista, l’autorità cristiana potrebbe essere definita come l’arte di mantenere libero il centro.

Un’autorità matura non ha bisogno di essere continuamente percepita come indispensabile. Al contrario, dovrebbe desiderare che la comunità cresca fino al punto da non dipendere costantemente dalla sua presenza. Questo non significa abbandonare, sottrarsi, lavarsene le mani o fuggire dalla responsabilità.

Custodire un’assenza non significa creare un vuoto di responsabilità. L’autorità deve decidere quando è necessario, deve assumere il peso delle conseguenze, deve anche correggere e talvolta dire di no. Ma tutto questo può essere fatto senza trasformare la decisione in autoaffermazione, la correzione in umiliazione, la disciplina in dominio.

Lasciare spazi vuoti

Il punto decisivo è che l’autorità non riempia lo spazio con se stessa. Il vuoto che essa custodisce non è il nulla, ma lo spazio nel quale l’altro può diventare se stesso. Ogni vera educazione conosce questa logica. Un genitore autentico custodisce l’assenza futura di sé nella vita del figlio adulto; un insegnante autentico desidera che l’allievo impari a pensare senza ripetere semplicemente il suo pensiero; un educatore raggiunge il proprio scopo quando rende possibile l’autonomia di colui che è stato affidato alle sue cure.

Nello stesso modo, un’autorità ecclesiale dovrebbe interrogarsi non soltanto su quanto sia stata capace di essere presente, ma anche su quale libertà abbia reso possibile. Il suo successo non consiste nell’avere costruito una comunità che non possa fare nulla senza di lei, ma nell’avere generato persone e relazioni capaci di continuare a vivere, a credere e a servire senza essere psicologicamente o spiritualmente dipendenti dalla sua persona.

In questo senso, servire non significa rendersi indispensabili; significa rendere possibile che l’altro possa stare in piedi. Da qui si comprende anche il senso più universale dell’affermazione secondo cui ogni autorità custodisce un’assenza. Non è soltanto l’autorità ecclesiale a essere strutturalmente rinvio a qualcosa che la supera.

Ogni autentica autorità lo è. Il genitore custodisce il futuro che non può vivere al posto del figlio; l’insegnante custodisce un sapere che non gli appartiene e una libertà di pensiero che dovrà andare oltre di lui; il giudice custodisce una giustizia che non coincide con la propria volontà; il politico dovrebbe custodire lo spazio della società e non trasformare lo Stato nella propria proprietà. Ogni autorità degenera quando smette di rinviare oltre se stessa e pretende di diventare il proprio fondamento. È allora che l’autorità diventa idolatria. L’idolo è ciò che non rimanda più a nulla, ciò che pretende di essere origine, fondamento e fine di se stesso.

Anche l’autorità può diventare idolatrica quando occupa tutto lo spazio simbolico, quando identifica la fedeltà con la sottomissione alla propria persona, quando confonde la critica con il tradimento e la comunione con l’uniformità. L’autorità autentica, invece, rimane strutturalmente non idolatrica perché rinvia continuamente a un’alterità che non può possedere. In questa prospettiva, anche il simbolo delle chiavi assume un significato diverso.

Le chiavi potrebbero suggerire una logica proprietaria: chi le possiede decide chi entra e chi esce, apre e chiude, esercita un potere su uno spazio. Ma più profondamente le chiavi non indicano la proprietà della casa; indicano la custodia di una soglia.

Chi riceve le chiavi non diventa necessariamente il proprietario di ciò che apre. Diventa responsabile di un accesso, custode di un passaggio, garante di una soglia che per sua natura non può essere posseduta. La soglia è sempre un luogo intermedio, un tra: tra interno ed esterno, appartenenza e ricerca, identità e alterità, comunità e mondo. Anche l’autorità nella Chiesa dovrebbe essere pensata come custodia di questa soglia. Non come appropriazione della casa, ma come responsabilità perché l’accesso rimanga possibile.

Chi riceve una funzione ecclesiale non diventa proprietario della comunità; diventa custode del fatto che la comunità appartiene a un Altro. Non diventa padrone delle coscienze; è chiamato a servire quella libertà nella quale soltanto la fede può essere autentica. Non diventa il fondamento; diventa, semmai, colui che custodisce la memoria del fatto che il fondamento non è lui. In fondo, il paradosso dell’autorità cristiana consiste proprio in questo: quanto più essa è autentica, tanto meno ha bisogno di affermare continuamente se stessa. Non perché debba diventare invisibile o insignificante, ma perché la sua visibilità deve avere la forma del segno. E il segno autentico non trattiene lo sguardo su di sé: rinvia oltre.

Il ministro dovrebbe essere un segno che non chiede di essere adorato; il suo servizio dovrebbe rendere visibile una presenza che non coincide con la sua persona. In questo senso, l’autorità possiede una struttura sacramentale: è reale, concreta, necessaria, ma non termina in se stessa. Se si chiude su di sé, cessa di essere segno e diventa idolo. La croce rimane il criterio ultimo di questa conversione. Essa giudica ogni forma di potere che ha bisogno di eliminare l’altro per salvaguardare se stesso e rivela, nello stesso tempo, un’autorità capace di esporsi senza trasformare la vulnerabilità in debolezza.

Il corpo aperto del Crocifisso rappresenta l’opposto di un’istituzione che si blinda per difendere la propria immagine. Non perché l’istituzione non debba custodire la propria continuità, ma perché nessuna continuità può essere salvata tradendo il principio che dovrebbe custodire.

La Chiesa diventa infedele al suo Signore ogni volta che, per difendere la propria autorità, assume come criterio la paura della vulnerabilità e dell’interrogazione. Forse una delle conversioni più urgenti consiste allora nel passare dal bisogno di essere riconosciuti alla disponibilità a lasciarsi interrogare.

L’autorità cristiana non è quella che elimina l’incertezza attraverso il comando, ma quella che sa abitare la responsabilità senza trasformarla in dominio. Non è quella che riempie tutti gli spazi, ma quella che sa lasciare spazio. Non è quella che rende gli altri dipendenti, ma quella che li rende capaci di libertà. Non è quella che possiede tutte le risposte, ma quella che custodisce le domande decisive senza avere paura che esse attraversino anche la propria identità. Forse è proprio qui che si colloca il significato più radicale dell’autorità nella Chiesa: non nel diritto di occupare il posto di Dio, ma nella responsabilità di custodire il vuoto che impedisce a chiunque di prenderne il posto.

L’autorità è autentica quando ricorda continuamente, innanzitutto a se stessa, che il centro non è suo, che la verità non è sua proprietà, che la comunità non è il prolungamento della sua persona e che persino il potere ricevuto è soltanto un dono affidato alla precarietà della storia. Custodire un’assenza significa allora custodire la possibilità che Dio continui a essere Dio, cioè libero, non posseduto, non ridotto alle nostre strutture, alle nostre formule e alle nostre persone.

E forse soltanto un’autorità capace di questa povertà può ancora essere autorevole: non una mano che trattiene, ma una mano che apre; non una presenza che invade, ma una presenza che rende possibile; non una voce che copre tutte le altre, ma una parola che aiuta ciascuno a trovare la propria; non il possesso di un centro, ma la custodia di uno spazio libero nel quale la storia, la coscienza, la comunità e Dio possano ancora incontrarsi.

Print Friendly, PDF & Email

Lascia un commento