
Mentre con involontaria ironia il patriarca Cirillo ripete che mai in Russia vi è stata una così grande libertà di fede e le istanze ecclesiali si fanno paladine di denuncia per la “persecuzione” verso la Chiesa non autocefala ucraina, il governo e le forze di polizia provvedono a mandare a processo, in carcere e, talora sotto tortura, i fedeli che fanno capo ai Testimoni di Geova (TdG).
Da quando la Corte suprema (2017) li ha definiti “gruppo estremista” 976 membri sono stati sottoposti a procedimenti penali. 547 di loro hanno conosciuto per qualche tempo il carcere. 116 sono ancora nelle colonie penali e 355 sono stati condannati con la condizionale. Oltre 2.400 case private sono state perquisite con 80 casi di violenza e di tortura.
La fragilità delle accuse e l’inconsistenza dei “reati” sono stati spesso percepiti. Lo stesso Vladimir Puntin si è mostrato titubante davanti al consiglio per i diritti umani nel 2018. E la Corte suprema ha specificato nel 2021 che il culto individuale e collettivo, le funzioni religiosa e i riti non costituiscono reato.
Ma le vessazioni amministrative e le condanne non si sono fermate. Le successive guerre interne (Ossezia, Abcazia, Cecenia), e soprattutto dopo l’occupazione della Crimea e il conflitto aperto con l’Ucraina dal 2022, hanno reso il servizio militare una priorità assoluta. Il rifiuto di principio osservato dai Testimoni li espone a repressione sicura.
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Peraltro c’è una lunga storia di persecuzione nel paese che, come ha sottolineato Lera Furman in Novaya Gazeta Europa (27 agosto), rimonta all’accusa di “setta fanatica anti-sovietica” con cui Stalin deportò nel 1951 circa 10.000 fedeli dalla Moldavia, dall’Ucraina e dalla Bielorussia verso la Siberia. Nel viaggio ne morirono il 20%.
Una parziale revoca delle disposizioni persecutorie avviene sotto Breznev nel 1965. Molti degli esuli sopravvissuti andarono verso il Caucaso o verso l’estremo Oriente. Solo nel 1991, con il crollo del regime, i Testimoni furono riconosciuti come vittime della repressione politica e ottennero un risarcimento. In quegli anni di incertezza i fedeli raggiunsero, secondo i dati del ministero della giustizia, il numero di 400.000.
Ben presto il clima è di nuovo cambiato e si è riaperta la campagna contro di loro. Nel 2009 viene emanato il divieto per le loro pubblicazioni, compresa la Bibbia nella loro traduzione. È seguita la proibizione per le organizzazioni locali, fino alla sentenza della Corte costituzionale con la chiusura delle 396 organizzazioni registrate.
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Le ragioni delle accuse nei loro confronti, oltre al già ricordato rifiuto del servizio militare, riguardano, secondo Juri Colombo, il sospetto degli organi di intelligenza russa per il sistematico legame con la “casa madre” negli USA e l’irritazione per la compattezza solidaristica nelle loro comunità.
Vi sono altri elementi che suonano male per le orecchie della polizia: il rifiuto di venerare i simboli nazionali, di prestare giuramento, di votare alle elezioni, di osservare le festività nazionali. La proclamazione di essere l’unica fede salvifica è denunciata come prova dell’estremismo. Il proselitismo porta a porta è considerato con sospetto anche per la reazione irritata della popolazione.
Non ultima la tendenza dei Testimoni di sottrarsi ai contatti con le autorità. Essi denunciano una particolare cattiveria nei loro confronti dei poliziotti indottrinati dai pope ortodossi. Particolarmente violenta è la repressione contro di loro nei nuovi territori conquistati: la Crimea e le repubbliche popolari di Lungansk e Donetsk.
Attualmente i praticanti sarebbero 170.000 e i partecipanti alla festa della morte di Gesù (il momento di massima apertura delle comunità) sarebbero circa 300.000.





