Serbia: le reazioni alla morte di Mladić

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Sui criminali di guerra, come Mladić, la società serba è divisa, ma sulla propria identità molto meno. Il nazionalismo è un dato strutturale.

La sera del 27 agosto, mentre le agenzie battevano la notizia della morte di Ratko Mladić nel centro di detenzione dell’Aja, il capoluogo della Republika Srpska aveva l’aspetto di sempre. Nessuna bandiera a mezz’asta sui palazzi istituzionali, nessun corteo spontaneo, nessun dispiegamento di polizia. Nei giorni seguenti la città non ha cambiato faccia: le iniziative estive sono andate avanti, si suonava per strada, nella piazza centrale si giocava una partita di minibasket.

Quella sera, però, il Borac giocava in casa contro la squadra islandese del Víkingur. Come accade spesso in queste occasioni, un centinaio di tifosi diretti allo stadio ha attraversato il centro gridando slogan, ma questa volta a sfondo nazionalistico, scandendo il nome del generale: minacciosi nell’aspetto, tutto sommato innocui nei fatti; in mezzo, moltissimi minorenni.

Davanti al palazzo presidenziale, al passaggio del corteo, le due guardie di stanza apparivano visibilmente smarrite. Molti riprendevano la scena col telefono, alcuni con aria divertita, altri con evidente disapprovazione.

Due commemorazioni

Commemorazioni si sono tenute in tutta l’entità, precedute dall’invito di Radan Ostojić, ministro del lavoro e della tutela dei reduci e degli invalidi di guerra della Republika Srpska, ad accendere candele.

A Zvornik alcune centinaia di persone hanno sfilato scandendo il nome di Mladić, passando davanti alla moschea del centro; a Višegrad una replica del suo berretto è stata posata sul ponte, circondata di torce. Si tratta di due città segnate da stragi e fosse comuni, nelle quali oggi vivono anche bosgnacchi rientrati dopo il conflitto. L’Ombudsperson (mediatrice) per i diritti umani ha rilevato che, in quelle ore, la polizia non è intervenuta.

A Banja Luka l’unica commemorazione è stata una funzione nella cattedrale di Cristo Salvatore, presente Milorad Dodik e il primo ministro dell’entità Savo Minić, candidato dell’SNSD alla presidenza della Republika Srpska.

Nelle stesse ore, al monastero di San Nicola sul monte Ozren, se ne teneva un secondo: presenti il sindaco di Banja Luka, Draško Stanivuković, la leader d’opposizione, Jelena Trivić, e Branko Blanuša, presidente dell’SDS e principale rivale di Minić nel voto del 4 ottobre.

Maggioranza e opposizione, dunque, hanno commemorato lo stesso morto in due luoghi diversi, a centotrenta chilometri di distanza.

La reazione sui social è stata più contenuta di quanto non ci si sarebbe aspettati. Fra i politici di primo piano, l’unico a spingere su termini come «onore» e «gloria» è stato Dodik, che, sulla scheda delle elezioni di ottobre, non ci sarà, perché interdetto dai pubblici uffici: per l’SNSD corre Minić. E lo ha fatto dallo stadio con tanto di fotografie dalla tribuna. Gli altri se la sono cavata con un messaggio di commemorazione.

Nessuno si è spinto a una parola di condanna, ed è questa la circostanza più inquietante di quei giorni. Più in basso nella scala istituzionale, però, il registro cambiava, e nel cambiare rivelava un copione usurato: un copione che si recita dove non c’è nulla da perdere, dove in questi casi ci si compatta come gruppo senza provare a convincere ancora qualcuno.

Un copione già scritto

Nelle quarantotto ore successive lo stesso lessico è comparso in luoghi che non hanno niente in comune. In Montenegro, al monastero di Piva, il metropolita Metodije ha detto che il popolo ha riconosciuto in Mladić «le qualità dei santi guerrieri e cavalieri serbi».

Allo stadio di Banja Luka, la stessa sera, il gruppo ultras Lešinari ha esposto uno striscione: «Il regno terreno dura poco, quello celeste in eterno. Gloria eterna al più grande difensore del popolo serbo» (il primo verso appartiene al ciclo epico kosovaro, attribuito allo zar Lazar alla vigilia della battaglia del 1389). Marinko Božović, sindaco di Istočna Ilidža, comune serbo alle porte di Sarajevo, ha scritto: «Eterna memoria a te, generale, e il Regno dei Cieli».

Nel giro di due giorni, un metropolita, un gruppo ultras e un amministratore locale hanno attinto, in contesti diversi, allo stesso repertorio di immagini e formule. È una retorica ampiamente collaudata ma ormai logora, con cui si prova ancora a ricollocare un condannato per genocidio nella figura del difensore della nazione, sperando che la contraddizione non susciti imbarazzo. Ma proprio la sua stanchezza fa dubitare che riesca ancora a persuadere.

La legge di Inzko e i suoi limiti

Contro una retorica si potrebbe pensare che basti la legge. Dal 2021, in Bosnia Erzegovina, glorificare i criminali di guerra è reato: lo impose l’Alto Rappresentante Valentin Inzko come ultimo atto del suo mandato. In cinque anni, però, la Corte statale ha emesso solo due sentenze.

Nella sola notte fra giovedì e venerdì una piattaforma civica, Registar 145a, dove i cittadini segnalano i casi di negazionismo del genocidio e di glorificazione dei criminali di guerra, ha raccolto circa cinquemila segnalazioni.

Il divario fra le poche condanne e le migliaia di segnalazioni mostra il limite della norma: applicarla a un fenomeno di queste proporzioni è impossibile; applicarla selettivamente espone ogni intervento all’accusa di punizione collettiva. Cinque anni dopo, non ha ridotto il fenomeno che intendeva colpire e, a Banja Luka, ha anzi alimentato il repertorio dell’ingerenza straniera.

È il paradosso delle norme imposte: aggredire d’imperio le manifestazioni più estreme del nazionalismo rischia di allargare lo spazio di chi dell’identità serba fa un uso spregiudicato, oltre ad offrire agli estremisti il “martirio” che cercano.

Quello che si è visto e quello che si è letto

Le cronache di quei giorni hanno spesso restituito l’immagine di una mobilitazione più compatta di quanto non fosse. In Serbia – ove l’opposizione ha una piazza e due anni di proteste hanno mantenuto attiva la società civile – le fratture si sono viste: a Belgrado, la sede del Fronte Verde-Sinistra è stata tappezzata di adesivi con l’effigie del generale, perché il partito aveva ricordato in un comunicato le sue condanne, e a Novi Sad sono comparsi manifesti con la foto di Mladić che altri cittadini si sono affrettati a strappare.

In Republika Srpska le stesse fratture esistono, ma restano private: si esprimono nel non partecipare allo scendere in strada, che è in fondo quello che si è visto a Banja Luka la sera del 27.

Il nazionalismo è un dato strutturale della politica balcanica e non riguarda i soli serbi. Le sue manifestazioni più estreme restano però circoscritte ad ambienti riconoscibili (gruppi ultras, destra radicale, settori del clero) e sono quasi sempre connesse a un calcolo politico: commemorare un criminale di guerra è anche un modo di parlare a un elettorato.

Un elettorato che l’opposizione non corteggia da una posizione meno serbo-centrica di quella del governo. Sui criminali di guerra la società serba è divisa; sull’identità molto meno.

Chi a Ozren accendeva candele in concorrenza con la cattedrale di Banja Luka non proponeva ai propri elettori un’identità diversa, ma un voto diverso: è solo all’interno di questo perimetro che un’alternativa in Republika Srpska può prendere forma.

Che le manifestazioni di questi giorni restino marginali dipenderà anche da come il discorso pubblico – giornalismo compreso – deciderà di raccontarle: come fenomeni circoscritti oppure come la voce indistinta di un intero popolo.

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