
Scorrendo le pagine di un agile e approfondito volume a cura di Tania Gruppi e Alessandro Cortesi sulla «giustizia riparativa» (Nerbini, Firenze 2026) e le sue molteplici declinazioni, il pensiero corre a due «profeti» del recente passato.
Il primo, quasi sconosciuto, è Mario Tommasini, un profeta ritenuto pericoloso ed eretico nella sua famiglia politica comunista. Collaboratore di Franco Basaglia nella sua stagione parmense, Tommasini insisteva nel ricordare che per Basaglia la deistituzionalizzazione e il superamento dei manicomi non era che l’inizio di un processo sociale e culturale orientato a superare altre istituzioni del «sorvegliare e punire», in primis il carcere e che pertanto fosse urgente avviare un percorso per «liberarsi dalla necessità del carcere».
L’altro profeta, ben più conosciuto benché spesso inascoltato, Carlo Maria Martini, assiduo frequentatore dell’universo carcerario milanese, affermava, come riporta Cecilia Turco nel suo contributo: «Dopo gli incontri con i detenuti o in occasione degli scambi epistolari con loro, ogni volta emerge una domanda: è umano ciò che stiamo vivendo? È efficace per una adeguata tutela della giustizia? Serve davvero alla riabilitazione ed al recupero dei detenuti? Cosa ci guadagna e cosa ci perde la società in un sistema del genere?».
Tre decenni non sono bastati per offrire risposte adeguate a questi interrogativi e a queste sollecitazioni, ma non sono mancate, negli interstizi della burocrazia carceraria, straordinarie esperienze di vicinanza, di confronto, di superamento dello stigma, di creazione di percorsi inediti che oggi afferiscono all’universo della «giustizia riparativa» che conduce «dalla violenza all’incontro», come recita il sottotitolo del volume.
Amplissimo è il dispiegarsi di pensieri, ispirazioni, esperienze raccolte e presentate nel libro che, pur nella profondità dei contributi, rifugge da linguaggi specialistici e accademici e si offre con semplicità e limpidezza.
Affido alcune osservazioni a cinque immagini presenti nell’introduzione di Alessandro Cortesi che rinviano, simbolicamente, all’universo della giustizia.
La benda
Nelle tradizionali immagini della giustizia la donna bendata con la bilancia e la spada rinvia all’attitudine dell’imparzialità e del rigetto di ogni favoritismo.
Ma la benda oggi può suggerire altro: innanzitutto una consapevole rimozione dalla vista della scandalosa realtà delle carceri italiane.
I terribili rapporti dell’associazione Antigone su questo scandalo incivile (Giulia Melani nel suo contributo parla di «un carcere senza respiro» e di «perversione del principio di legalità») sono a malapena citati nell’informazione quotidiana e rarissimi sono gli intellettuali che gettano luce con continuità su questo universo oscuro di sofferenze, umiliazioni, suicidi.
La benda accomuna oggi gran parte della società italiana che, impaurita dall’evocazione di nuovi nemici, dai migranti, ai russi, ai ragazzini sbandati, si sente rassicurata dal rinchiudere e «gettare la chiave».
La benda, oggi, è soprattutto indossata con incredibile costanza e tenacia, dagli attuali governanti che inventano ogni giorno nuovi reati e si illudono di affrontare il malessere e la sofferenza sociale dei più giovani con il «sorvegliare e punire» nelle carceri per ragazzi e per adulti.
Ne consegue l’esigenza, per ogni serio percorso di giustizia, di togliersi la benda, per vedere la disumanità dell’istituzione carceraria e per scorgere bene le vite, le personalità, le ferite di chi è coinvolto nel procedimento penale e prendersene cura.
La spada
È evocatrice del potere e della forza che, da alcuni secoli, è ritenuta prerogativa massima degli stati e di chi li governa.
L’accostamento simbolico alla «giustizia» suggerisce che non c’è delitto senza castigo e non c’è castigo senza la sofferenza che la spada infligge. La spada esprime quindi la disponibilità e l’ossessione del potere di punire provocando deliberatamente sofferenza.
Il messaggio è stato pienamente recepito dalla nostra opinione pubblica per cui è ovvio che in carcere si soffra, poiché’ chi vi finisce «se l’è cercata».
E tuttavia che la sofferenza deliberatamente provocata sia di per se’ purificatrice e induca a un ripensamento esistenziale è un archetipo della nostra psiche e della nostra cultura che oggi non è più né compreso, né accolto.
La stessa secolare insistenza sulla «sofferenza redentrice» di Gesù di Nazareth è stata letta nella logica di una «espiazione riparatoria» che oggi ci appare perversa, come argomenta Alessandro Cortesi nel suo importante contributo sulla «giustizia in Paolo».
Ammantare di sacralità la pena giudiziaria, la sofferenza che vi è inerente e lo stato che la decreta in nome dei «sacri doveri» verso la patria, appare dunque come un retaggio anacronistico, superato dalla attuale lettura cristiana dei testi biblici, ma ancora operante nella pratica penale, come afferma Umberto Curi, opportunamente citato da Cortesi (p. 57).
Se dunque non si vuole rinunciare alla spada, credo che l’unica evocazione possibile sia quella che la utilizza come simbolo di un discernimento «a doppio taglio» che attraversa e giudica «pensieri e sentimenti del cuore» (Ebrei cap. 4) e che conduce alla consapevolezza – scrive Fabrizio Mandreoli nel suo contributo – che «infliggere un male per riparare un male non si trova nella linea della rivelazione cristiana» (p. 69)
La bilancia
Chi si accosta a questa operazione di esigente discernimento può accostarsi al simbolo della bilancia, ma non come gesto per soppesare la gravità dei delitti e la conseguente proporzionalità di un tempo e di uno spazio chiuso e afflittivo in cui – scrive Mandreoli – «avviene l’identificazione della persona con il suo stato delittuoso» e «la vita è incatenata ad uno sguardo verso il passato» (p. 65) e subisce spesso dei «veri e propri processi di cosificazione» (p. 66).
Piuttosto la bilancia invita a pesare vissuti, sentimenti, contesti vitali di chi ha commesso un delitto, per non sigillarlo nel suo passato e per inventare percorsi di condivisione del suo «peso», di consapevolezza del dolore seminato nelle vittime, di frattura generata nel suo contesto sociale.
Questo è l’orizzonte della «giustizia riparativa» e del lavoro di riflessione, di studio, di mediazione che si propone e che, in alcune specifiche situazioni, ha aperto strade di grande interesse, presentate nel volume attraverso un’ampia intervista ad Adolfo Ceretti su «una giustizia mite» e attraverso il contributo di Antonella Cortese e Tiziana Balestri sulle «visioni riparative tra dentro e fuori» nella città di Bologna.
L’orientamento della giustizia riparativa, quindi, nella varietà della sua costellazione di possibili interventi è – secondo le parole di Madreoli – che «per riparare il male serve un surplus di bene, ossia di azioni progettuali che portino alla consapevolezza di chi il male lo ha provocato e ad una serie di processi personali, relazionali e collettivi perché si possa ricostituire e rigenerare, per quanto è possibile, il tessuto delle relazioni, dei valori e quello sociale» (p. 69)
Il dito
«In greco – scrive nell’introduzione Alessandro Cortesi – la radice di giustizia sta nel termine “dike” che dà il verbo “indicare” che ha la medesima radice del termine latino “digitus”, il dito. La radice “dic” evoca quasi il rumore del dito… che mostra una direzione… e rende visibile ciò che rimarrebbe occulto ed è nascosto proprio in una dimensione che sta oltre l’immediato visibile» (p. 12)
Il dito, quindi, evoca il compito della giustizia come disvelamento veritiero di ciò che è occultato.
Accanto a questa essenziale funzione esiste pure un’altra direzione affidata a un altro dito, il dito di Gesù che dinanzi all’adultera accusata, secondo i termini della legge, dagli scribi e farisei che gli chiedono di condannarla, si mette a scrivere con un dito sulla sabbia (Gv 8).
Lo psicanalista Thomas Ogden nel suo «Vite non vissute» interpreta questo scrivere con il dito sulla sabbia come «una potente interruzione che crea uno spazio per pensare sia per i personaggi della narrazione, sia per il lettore/ascoltatore. Gesù non risponde alla domanda se obbedire alla legge o trasgredirla, ma ne pone una completamente diversa, molto enigmatica: come possiamo utilizzare la nostra esperienza di esseri umani, che comprende i nostri atti peccaminosi, per affrontare il problema di come reagire al comportamento di un’altra persona?» (p. 40).
Un dito, dunque, che interrompe, sconfina rispetto al consueto, costringe a pensare e apre, nella successiva risposta di Gesù, uno squarcio inedito di sguardi e categorie di pensiero e di esistenza.
La giustizia riparativa si pone in questa interruzione e in questo sconfinamento e intende promuovere una trasformazione culturale che porti a superare l’idea che identifica la giustizia come ritorsione e vendetta. In questa ottica il volume raccoglie importanti contributi «tecnici» di giuristi come Angelo Abignente, Valentina Bonini, Giovanni Sarteschi, Cecilia Turco.
I cocci ricomposti
Il riferimento è all’arte giapponese del Kintsugi che – scrive Alessandro Cortesi -” è una tecnica di riparazione di vasi di ceramica frantumati, andati in pezzi, i cui cocci vengono ricomposti con la tecnica del restauro con la foglia d’oro. Questo restauro non toglie il senso delle rotture perché mantiene le linee di frattura precedenti inserendo al loro interno però qualcosa di prezioso per creare qualcosa di diverso, di nuovo… Questi cocci tenuti insieme dall’oro sono simbolo di tutto ciò che è tentativo di riconciliazione, di ricomposizione dell’umanità fragile, mettendo insieme la memoria di relazioni che sono state spezzate con la volontà di raccogliere e riaggiustare quei cocci dispersi» (p. 16).
Le testimonianze narrate nel libro nei contributi di Fabrizio Mandreoli, dell’iman Hamdan Al-Zeqri, di Cristina Selmi, di Carlo Riccardi e di Tania Groppi sull’esperienza del Sudafrica, si collocano in questo orizzonte di «cocci ricomposti».
Il richiamo al primo racconto della creazione proposto da Giovanni Ibba nel suo contributo sulla «giustizia nella Bibbia», appare quindi illuminante: la «giustizia» biblica è una dinamica vitale insita nel creato e, in esso, nell’umanità, per tutelare, trasmettere, difendere e anche «rammendare» la vita.
In questa prospettiva, allora – come scrive Roberto Mancini in un importante volume sulla «giustizia accogliente» – «può apparire persino improprio continuare a parlare di “giustizia riparativa”, come se fosse una dimensione particolare della giustizia, mentre la giustizia, se autentica è riparativa in quanto tale, per essenza».
Tania Groppi e Alessandro Cortesi (a cura), Giustizia riparativa. Dalla violenza all’incontro, Nerbini, Firenze 2026, 232 pp., 19,00 euro





