
La verità del sentimento, di Ugo Perone, è uno dei primi libri con i quali io abbia affrontato il tema del “sentire”, del sentimento, appunto, in ambito filosofico, con risvolti teologici.
Ecco, credo che il modo migliore per tornare sull’argomento, per provare ad attualizzarlo, per sviscerarlo e per meglio comprendere, poniamo, il pensiero di David Hume o di Jean-Jacques Rousseau e quello romantico e post-romantico consista nell’avvalerci dell’infinito sostantivato: il sentire. La scaturigine etimologica del verbo, con il suffisso –ire, rimanda a un movimento; a un “dirigersi verso”. A una sorta di risposta a un richiamo.
In omaggio al pensiero poetante, propongo al riguardo un mio piccolo componimento, intitolato Una pista: “Una pista è il sentire / un sentiero / e / un movimento, / un vibrare all’unisono con lei. / È risuonare in lei. / Da lei mi dirigo, / un richiamo mi guida”. Il richiamo, che viene quasi udito, comunque percepito, può, dunque, fungere da guida, da stella polare, da bussola. Non è il semplice “incantamento” delle sirene omeriche; è, piuttosto, un faro volto a orientarci, accanto ad altri strumenti, quali quelli della logica, del concetto, dell’elaborazione scientifica.
E poi vi sono almeno altre tre idee-guida: il vibrare, il porsi all’unisono, la risonanza/il risuonare. La “vibrazione” rimanda a un fenomeno psicofisico, anche corporeo, dunque: come direbbe Cartesio, la mente, per il tramite degli “spiriti animali”, trasmette al corpo un movimento, una sensazione, un’emozione. Ma di un flusso circolare, in realtà, si tratta. Potrebbe essere il corpo, ad esempio, a “vibrare” per primo. “Il porsi all’unisono” lo intenderei come sintonia; un sintonizzarsi sulla stessa lunghezza d’onda, come direbbero i fisici. “La risonanza” e “il risuonare”, a loro volta, possono alludere a due fenomeni differenti.
Il primo: una sorta di eco o di sibilo che, dall’altro/a, dall’Altro o da un altrove, va a insinuarsi fin nelle pieghe più intime di una persona. Il secondo possiamo ben coglierlo sulla base della definizione data, di nuovo, dalla fisica: la vibrazione di un corpo (quale, poniamo, il diapason) in accordo con un corpo che abbia una frequenza di vibrazioni differente. E qui emergono, potenti, altri due aspetti: da un lato l’idea di accordo; etimologicamente, di “due cuori” che pulsano in relazione tra loro, pur se con frequenze diverse; dall’altro, appunto, l’idea di differenza, di possibile sintonia nella diversità. La sintonia, insomma, non comporta necessariamente la sincronia.
L’esempio più eloquente al riguardo, per chi crede, è la relazione fra gli umani e il Signore. Per definizione, i Suoi tempi non sono i nostri, eppure ciò non impedisce, appunto, la relazione.
Lo stesso capita nei rapporti interumani: “passi” diversi non impediscono l’incontro, potendo anzi favorirlo.
Come facilmente si intuisce, tale “accordo” è costitutivo del “sentire”; di quel richiamo che ci sollecita a dirigerci verso questa o quella direzione.





