
Tra tutte le obiezioni che Vito Mancuso solleva contro la dogmatica cattolica, quella che riscuote maggior successo nel dibattito pubblico tocca il nucleo emotivo e morale della fede: la teologia della redenzione sulla croce. Egli punta il dito contro una teoria «sadica e giuridica» della salvezza, condensata in una formula provocatoria: «Un Dio che ha bisogno del sangue del figlio sulla croce per perdonare… non è precisamente un Dio di misericordia».
La dottrina tradizionale della redenzione dipenderebbe da una concezione tribale, mitica e violenta del divino. L’idea di un’espiazione vicaria – un Padre celeste irato che esige la tortura e l’uccisione dell’unico Giusto per placare la propria sete di giustizia punitiva – sarebbe incompatibile con il volto del Padre misericordioso annunciato da Gesù.
Questa critica, sebbene suggestiva ed emotivamente trascinante per il lettore moderno, commette un errore metodologico imperdonabile: essa non demolisce affatto il dogma cristiano, – come pretenderebbe – ma si limita ad attaccare una sua grottesca caricatura storica.
La grande cristologia cattolica contemporanea – guidata da figure del calibro di Joseph Ratzinger (Benedetto XVI), Hans Kessler e Gerald O’ Collins, Giovanni Moioli, Marcello Bordoni, Giovanni Mazzillo e Maurizio Gronchi, solo per fare alcuni nomi di una lunghissima lista – respinge esattamente la stessa rappresentazione distorta, offrendo una comprensione della Croce infinitamente più profonda, non violenta e intimamente trinitaria.
Il capovolgimento del sacrificio: la rivoluzione del Kapporet
Per smantellare l’accusa di un «Dio violento» che esige il sangue, bisogna anzitutto comprendere il radicale capovolgimento che il Nuovo Testamento opera sul concetto antico di «sacrificio». Nelle religioni pagane, il sacrificio era un gesto ascendente, un tentativo dell’uomo di ingraziarsi o placare una divinità capricciosa e minacciosa offrendole qualcosa di prezioso (un animale, o persino un essere umano), distruggendolo per trasferirlo nella sfera sacra.
La Rivelazione biblica scardina alle radici questo schema. Già l’Antico Testamento, a partire dal divieto assoluto del sacrificio umano nella vicenda di Abramo e Isacco, chiarisce che il vero soggetto dell’espiazione non è l’uomo che offre, ma Dio che perdona gratuitamente. È però san Paolo a operare la svolta cristologica decisiva. Nella Lettera ai Romani (3,25), egli definisce Gesù come lo «strumento di espiazione» (hilastérion in greco, kapporet in ebraico).
Che cos’era la kapporet? Era il coperchio d’oro dell’arca dell’alleanza nel tempio di Gerusalemme, il luogo invisibile della misteriosa presenza di Dio. Nel giorno dell’espiazione (Yom Kippur), il sommo sacerdote aspergeva quel coperchio con il sangue degli animali sacrificati. L’idea non era quella di placare un’ira divina, ma che il sangue (simbolo della vita fragile dell’uomo) toccando l’infinitamente Santo venisse purificato, riconciliando l’umanità con il suo Creatore.
Applicando questo termine a Gesù – scrive Joseph Ratzinger in Gesù di Nazaret – la teologia del tempio viene radicalmente «abolita» e, insieme, elevata a un’altezza inaudita. Gesù non è un oggetto offerto a un Dio distante. Egli è la kapporet in persona, il luogo vivente dell’alleanza. Sulla croce non avviene un baratto giuridico di sangue. Al contrario, «nella donazione di sé sulla croce, Gesù depone, per così dire, tutto il peccato del mondo nell’amore di Dio e lo scioglie in esso». Il male del mondo viene realmente a contatto con l’immensamente Puro e, invece di inquinare Dio, viene assorbito e annullato dal dolore dell’amore infinito. Non è un Dio crudele a esigere il sangue: è Dio stesso che si pone come luogo di riconciliazione e, nel suo Figlio, prende la sofferenza del mondo su di sé.
L’ultima cena: la trasformazione della violenza in Amore
Ora la domanda decisiva: come ha potuto una morte violenta e ingiusta – l’assassinio politico di un profeta scomodo da parte delle autorità romane e giudaiche – diventare l’evento della salvezza? La risposta risiede nella straordinaria autocoscienza di Gesù, espressa in modo definitivo durante l’ultima cena.
Come osserva lo storico John Meier, ripreso e valorizzato da Ratzinger, Gesù era pienamente consapevole dell’approssimarsi della sua fine violenta. Egli si trovava di fronte a un bivio: subire passivamente l’ingiustizia, lasciando che l’odio e il male dei suoi carnefici avessero l’ultima parola, oppure dare un senso salvifico a quel fallimento.
Durante l’ultimo pasto con i suoi amici, Gesù compie un atto di assoluta sovranità teologica: anticipa la sua morte spezzando il pane e distribuendo il calice di vino. Con i gesti e le parole dell’istituzione («Questo è il mio corpo, dato per voi; questo è il mio sangue, versato per molti»), Gesù compie ciò che aveva annunciato nel discorso del Buon Pastore: «Nessuno mi toglie la vita, ma la offro da me stesso».
È la nascita della pro-esistenza cristologica: un esistere interamente orientato non a sé stessi, ma agli altri. Gesù trasforma l’ingiusto omicidio che sta per subire in un libero atto di auto-donazione d’amore (Hingabe). La croce cessa di essere un mero patibolo romano e diventa il trono da cui regna il Redentore, perché la violenza subita viene trasformata dal di dentro in perdono e riconciliazione. Come scrive magnificamente Hans Kessler, «nessuno è redento per il fatto stesso di essere torturato a morte». Ciò che salva non sono le torture o il dolore fisico in sé, ma l’infinito, libero e obbediente amore con cui Cristo si consegna per la salvezza dell’umanità.
La logike latreia: il vero culto della Parola incarnata
Questo superamento del culto antico approda a quella che san Paolo, in Romani 12,1, definisce la logiké latreia: il «culto secondo la ragione» o «culto modellato sulla Parola».
La teologia cattolica contemporanea mostra come la critica dei profeti contro l’inutilità dei sacrifici animali trovi nella Croce il suo perfetto adempimento. Dio non ha bisogno del sangue di tori e di capri, che non possono purificare la coscienza dell’uomo. Il vero culto consiste nell’obbedienza filiale dell’uomo che diventa, con tutta la propria esistenza, risposta d’amore a Dio.
Tuttavia, questo culto non può rimanere un’astrazione filosofica, un puro “cristianesimo del pensiero” che elimina la realtà della carne e del sacramento. Il salmista scriveva: «Un corpo mi hai preparato» (Eb 10,5). Il Logos eterno di Dio si fa carne e, assumendo un corpo umano, rende possibile un’obbedienza perfetta che va al di là di ogni sforzo morale dell’uomo.
Sulla croce, l’obbedienza “corporea” del Figlio abbraccia l’intera umanità e distrugge la nostra disobbedienza storica attraverso la forza del suo amore. Noi non veniamo salvati perché compiamo una “prestazione di obbedienza” solitaria (pelagianesimo), ma perché veniamo attirati e inseriti nell’adorazione perfetta del Figlio attraverso la vita sacramentale della Chiesa, specialmente nell’Eucaristia, dove l’obbedienza di Cristo sulla croce ci purifica e ci trasforma.
Concludendo per il momento, possiamo così sintetizzare: l’ateologia di Vito Mancuso, riducendo la Croce a un assurdo macello voluto da un Dio sadico, dimostra di essere rimasta prigioniera di uno schema giuridico medievale estrinseco che la teologia cattolica contemporanea ha felicemente superato da decenni. La Croce di Cristo non è l’espressione della violenza di Dio, ma il suo esatto contrario: è la massima rivelazione della sua impotenza d’amore, che non risponde all’odio dei carnefici con la forza distruttrice della punizione, accogliendo, invece, il male del mondo e rigenerandolo nella gratuità del perdono.
Smontare la caricatura di Mancuso significa restituire alla Croce la sua scandalosa e immensa bellezza: la certezza che, di fronte all’abisso del male umano, Dio non si ritrae, ma si fa compagno di sofferenza per spalancare a ogni vittima la porta della Risurrezione.





