Ruini: due testimonianze

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Pubblichiamo due vivaci e critiche testimonianze in memoria del defunto card. Camillo Ruini. Don Vinicio Albanesi, firma abituale del nostro sito, è presidente della Comunità di Capodarco, uno fra i fondatori del coordinamento delle comunità di accoglienza (CNCA) e iniziatore dell’agenzia Redattore sociale. Giovanni Colombo è avvocato e dirigente pubblico. È stato responsabile del settore giovani dell’Azione Cattolica di Milano, presidente del gruppo culturale-politico della «Rosa Bianca» e, per diciassette anni, consigliere comunale e Milano.

Vinicio Albanesi

In queste ore si stanno tessendo le lodi dell’azione del card. Ruini, presidente della Conferenza episcopale italiana per 17 anni (dal 1991 al 2007).

Per chi è vissuto in periferia la storia di quegli anni non è così lineare come si narra.

Il limite maggiore della sua azione è stato quello di «pensare e agire» a una Chiesa istituzione, capace di confrontarsi con lo Stato nelle sue articolazioni politiche e morali.

Il cardinale inventò il lemma dei «valori non negoziabili»: divorzio, eutanasia, matrimoni civili, aborto. Lo fece con impegno e in buona fede. Non comprese che il mondo stava cambiando in relazione alla religiosità e ai comportamenti conseguenti.

Nello sviluppo di una nazione che oramai faceva parte del mondo opulento, la dimensione religiosa si stava riducendo agli ambiti strettamente personali, attenti alle singole libertà.

Non esisteva né poteva esistere uno Stato cristiano. Il papa Giovanni Paolo II insistette molto sulle radici cristiane dell’Europa, senza significativi risultati.

La linea seguita dal cardinal Ruini era figlia del risveglio dell’impostazione giuridica della Chiesa del Settecento che, al sorgere degli Stati moderni, elaborò la dottrina della Chiesa come Stato. Allora ancora esisteva lo Stato Pontificio, salvo tramontare definitivamente con l’unità d’Italia.

Figlio di quella dottrina, il cardinale agì con lucidità e completezza: accentrò le funzioni della Conferenza episcopale italiana, gestendo ogni voce e iniziativa, gestì il controllo dei mezzi di comunicazione a cominciare dal quotidiano Avvenire, controllò la nomina dei vescovi, non diede spazio a forme nuove di spiritualità. Non dette respiro alle forme nuove di carità (gruppi, congregazioni, devozioni), agì nella convinzione che poteva risorgere un partito cristiano.

Non comprese il fenomeno della secolarizzazione che includeva la fine della cristianità come civiltà.

In un intervento del vescovo di Novara nel Convegno ecclesiale «Evangelizzazione e sacramenti» del 1973 si indicavano le prospettive che stavano cambiando. Occorreva:

* Non dare per scontato l’automatismo della nascita della famiglia cristiana

* Privilegiare la scelta libera della scelta personale

* Non dare per scontata la crescita della Chiesa

* Non concentrare tutto nella pratica sacramentale-liturgica

* Non controllare la crescita della fede con i sacramenti ricevuti

* Costruire una Chiesa di credenti e non di praticanti

* Mettersi dal punto di vista di coloro che non credono

* Comunicare con parole e gesti comprensibili da tutti.

Nonostante questo, l’impegno per l’identità del popolo cristiano fu organizzato con il Servizio nazionale per il progetto culturale della CEI. Si trattò di impegni culturali affidati a relatori per undici edizioni dal 1999 al 2022. Uno sforzo per definire l’identità del popolo cristiano. I forum si conclusero senza risultati tangibili.

Si trattò probabilmente di un errore storico, non considerando l’evoluzione del cambiamento delle società opulente, materializzate e individualiste.

La lezione è valida ancora oggi: ritrovare umiltà e tolleranza, spostando l’attenzione alla dimensione spirituale, come suggeriva il card. Martini, anche all’interno della Chiesa.


Giovanni Colombo

Ha lasciato questa terra di terra e sassi colui che è stato il capo della Chiesa italiana per più di trent’anni. Eminence, come lo chiamava scherzosamente la Littizzetto, dal 1991, per 16 anni, ha guidato la Conferenza Episcopale italiana. Ma già dal 1986, da segretario, ha comandato. E la sua influenza sì è stesa pure sui dieci anni di presidenza del suo successore, il fido cardinal Bagnasco.

Di lui ho tre ricordi personali.

Nel 1977, quando era ancora il don Camillo alla guida degli Studenti Democratici di Reggio Emilia e io un adolescente in cerca d’autore, lo vidi sottrarsi alla sottoscrizione del manifesto del costituendo Coordinamento Interregionale Studenti − promosso dal Gruppo Confronto di Milano per riunire alcuni gruppi studenteschi di ispirazione cristiana del Nord Italia – perché il testo gli suonava troppo di sinistra.

Nel 1989, alla fine di una tristissima vicenda, pose il suo veto alla mia nomina a responsabile nazionale dei giovani di AC perché «Colombo non può promuovere la comunione ecclesiale» (per forza, ero della diocesi del cardinal Martini).

Nel 1990, quando fu lui stesso per qualche mese assistente della Azione Cattolica Italiana, diede queste consegne al Consiglio Nazionale: obbedite ai preti (cioè a me), non fate politica (ovvero lasciatela a me), non litigate con gli altri movimenti (quindi fidatevi di me che so come trattarli).

Tre episodi che, nel piccolo, dicono tre aspetti fondamentali del suo modo di procedere. Anticomunismo viscerale: vedeva Pepponi da tutte le parti. Ortodossia inossidabile: fedele esecutore della linea wojtyliana, voleva una Chiesa disciplinata e forza sociale, in cui ovviamente non c’era più posto per un laicato vivace e intelligente. Centralismo ferreo: controllava tutto, ma proprio tutto, dall’articolino sulla stampa alle nomine dei vescovi. Non si muoveva foglia senza il suo placet.

In un trentennio il cardinal Ruini (da ora in poi «lui») ha provato di tutto per contare nella vita sociale e politica. Ha sostenuto per anni l’insostenibile, ovvero la DC compromessa con la corruzione e le mafie. Preso atto con grande ritardo che la stagione dell’unità politica era finita per sempre, ha inventato una serie di sigle dipendenti direttamente da «lui», pronte a muoversi a un suo cenno: Progetto culturale, Forum delle famiglie, Retinopera, Comitato Scienza e Vita (quest’ultimo fondamentale per la sua campagna astensionista sul referendum sulla procreazione assistita del 2005). Alla guida di Avvenire e della televisione SAT2000 (ora TV2000) per 20 anni ha blindato il suo amato Dino Boffo. Quando ha avuto bisogno di sponde nel mondo economico, si è affidato per anni alle mani di Giampiero Fiorani, l’amministratore delegato della Banca Popolare di Lodi, un vero cattolico modello (chi se lo ricorda più?).

In politica ha sempre preferito appoggiare Silvio, il libertino, piuttosto che Romano, il cattolico adulto di cui aveva celebrato le nozze. Quando ha fatto progetti in grande si è appoggiato ad Antonio Fazio, il governatore della Banca d’Italia (e quando Fazio nel 2005 venne coinvolto nelle inchieste bancarie sui «furbetti del quartierino», «lui» non fece un plissé, e subito ripartì con le telefonate, candidando alle politiche del 2006 alcuni suoi fiduciari). Non ha voluto dare il funerale religioso al povero Welby. Ha organizzato in prima persona il Family Day del 12 maggio 2007 contro i DICO, il progetto di legge sulle unioni civili proposto dal governo dell’Ulivo. Da pensionato non ha fatto mai mancare il suo puntuale sostegno al centrodestra e le sue puntute critiche al pontificato di Francesco, tramite le immancabili interviste di Aldo Cazzullo (assurto al ruolo di suo portavoce).

L’aspetto che mi ha sempre colpito di «lui», più che la contiguità con i poteri di tutti i tipi, è stata la disinvoltura nel far finta di niente. Ogni volta che un bubbone esplodeva e gli «amici» finivano nei guai, «lui» voltava pagina con freddezza, come era già successo con il crollo della Dc, senza mai fare i conti con la debolezza culturale prima ancora che spirituale ed etica che l’aveva portato a dare credito a personaggi senza scrupoli e ad affidare i progetti più ambiziosi a gente modesta.

Al fine di combattere il relativismo con alleanze di ogni tipo, «lui», la Chiesa, l’ha ampiamente relativizzata. Le ha fatto perdere autorevolezza. Ha contributo a svuotarla. Il suo dominio è stato così lungo e devastante che anche oggi la Chiesa italiana stenta a riprendersi, nonostante il papato di Francesco e l’azione in sede CEI dei cardinali Bassetti e Zuppi. L’AC è esausta, CL si ritrova divisa e commissariata, gli altri movimenti vivacchiano. Nelle parrocchie rimangono preti in crisi di identità e tanti vecchi meditabondi sulla morte vicina. Le donne vanno a far yoga, i giovani cercano fremiti altrove. I discorsi sulla sinodalità non incidono. Aumentano le messe con preti extracomunitari che parlano a stento l’italiano. E chissà quali altri dati ha in mano Papa Leone, che sta facendo fatica a trovare nuovi vescovi.

Intanto «lui» è morto. Prendendo spunto dal finale dell’omelia dell’arcivescovo Delpini per il funerale di Silvio Berlusconi, mi vien da chiudere così: «In questo momento di cordoglio che cosa possiamo dire del cardinal Ruini? È stato un ecclesiastico assai importante: un desiderio di destra, un desiderio di potere, un desiderio di gloria. Ora incontra il giudizio di Dio».

Milano, 17 giugno 2026

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