
Trentacinque anni. Gli stessi che aveva Lea Garofalo quando la ’ndrangheta la strappò alla vita per averle opposto la verità. In questi giorni sua figlia Denise se ne va alla stessa età, e in questa simmetria c’è qualcosa che non chiede lacrime facili ma pensiero: come se una spada, calata una volta sola, avesse impiegato sedici anni ad attraversare due generazioni di donne.
C’è una spada, nel Vangelo, che riguarda una madre. Il vecchio Simeone la annuncia a Maria mentre le porge il bambino: «e a te una spada trafiggerà l’anima» (Lc 2,35). In questi giorni la Calabria intera si raccoglie proprio attorno a quella Donna: il settembre calabrese è considerato il grande mese mariano, durante il quale i piccoli borghi e le grandi città cantano ad una sola voce “Evviva Maria!”, la Madre protettrice del mare e dei monti, la portatrice per eccellenza della Consolazione, viene simbolicamente portata in processione per le vie dei quartieri ed entra nel vivo della vita del Popolo calabrese.
Questa coincidenza non è stata cercata da nessuno: mentre la gente portava per le strade, con canti e vigore, la Donna amata sopra ogni cosa, nelle stesse ore, una figlia di questa terra se ne andava sotto un nome che non era il suo e al quale aveva dovuto rinunciare per sopravvivere in un luogo che nessuno doveva conoscere.
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«Parlo per amore di mia figlia», aveva detto Lea quando scelse di rompere il muro dell’omertà. Non è una frase da cronaca: è la grammatica del dono di sé, una madre che si consegna perché la figlia viva, e la fede conosce bene questa grammatica. È lo stesso amore che non muore: «L’amore mio non muore» è il titolo che Roberto Saviano ha dato al romanzo con cui strappa all’oblio un’altra donna del Sud cancellata dalla ’ndrangheta, Rossella Casini; e nemmeno l’amore di Lea è morto con lei.
Ma il dono di Lea, pur totale, non ha potuto sottrarre Denise al peso più difficile di tutti: quello di restare. C’è un’immagine, di grande forza iconografica, che spiega meglio di ogni analisi: la Pietà che raffigura la Madre che tiene in grembo il corpo del figlio. In questo contesto la Pietà si sdoppia in modo insopportabile: un corpo di madre fatto sparire, un corpo di figlia spezzato anni dopo. E ci lascia senza parole.

Eppure la fede non si ferma al venerdì. Il Risorto torna vivo, ma torna con le piaghe, le mostra a Tommaso, le custodisce nel corpo glorioso. La risurrezione non cancella le ferite, le porta trasfigurate. Questo la Calabria lo sa nel corpo, non solo nella mente: le piaghe di Cristo le canta con devozione nei giorni della Settimana Santa, le porta in processione, le piange. Sa riconoscere le ferite del Risorto.
Il punto è imparare a riconoscerle anche in chi, ancora vivo, le porta addosso, perché sopravvivere non è ancora guarire. Denise agli occhi del mondo, era “salva”, aveva una nuova identità, un lavoro, un figlio, la protezione dello Stato, e l’amicizia fedele di don Luigi Ciotti e di Libera, che fino all’ultimo non l’hanno lasciata sola.
Proprio per questo la sua morte pesa di più, non di meno. Se l’accompagnamento più fedele che si potesse immaginare non è bastato, allora la ferita è più profonda di ogni dispositivo di protezione. Non è il fallimento di chi l’ha amata: è la misura di quanto è grande il trauma che queste storie incidono in chi resta.
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Che cosa chiede, allora, a noi? La Donna che la Calabria venera in questi giorni non ha soltanto pianto. Ha cantato: «ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili» (Lc 1,52). Il Magnificat è il canto più sovversivo che una donna abbia mai intonato, e lo cantiamo nelle nostre chiese mentre, sulla stessa terra, altri potenti continuano a rovesciare gli umili. Prendere sul serio quel canto significa qualcosa di molto concreto: costruire una Calabria in cui la legalità sia più desiderabile della mala vita, in cui i ragazzi nati nei contesti mafiosi trovino una strada vera prima che gliene venga offerta un’altra. Significa educazione, formazione, presenza. Ha già un nome, nato proprio dalla storia di Lea: «Liberi di scegliere», oggi diventato legge. Non basta commuoversi: quella cura va allargata, sostenuta, resa cultura di un intero territorio.
E c’è una voce che, su tutto questo, non può più permettersi di tacere: quella teologica delle donne. In Calabria, terra mariana per eccellenza, la riflessione delle donne sulla fede fatica ancora a farsi sentire proprio quando servirebbe di più, quando una figlia di questa terra muore e la sola categoria che sappiamo offrirle è «vittima». Le donne che pensano Dio a partire da qui hanno parole che gli altri non hanno: sanno nominare insieme la spada e le piaghe, il dono e il peso, la Madre trafitta e la figlia spezzata. Se questa voce tace oggi, quando parlerà?
Lea disse la verità per amore di sua figlia. A noi, per amore di entrambe, resta un compito semplice e durissimo: non lasciarle sole nella memoria, come una terra intera non avrebbe dovuto lasciarle sole nella vita. Portarle anche loro, in fondo, nella processione.





