Piacenza-pastorale: ripartiamo dagli e con gli adulti

rosone

Nonostante molti appelli a traghettare una pastorale di “conservazione” verso una pastorale “missionaria”, è umile ammettere che «le riflessioni teologiche e i convegni non hanno prodotto una pastorale che recuperasse l’annuncio e l’accompagnamento di persone giovani o adulte che avevano abbandonato o non erano mai state raggiunte seriamente dal vangelo».

Un impegno triennale

Sono le parole del vescovo di Piacenza-Bobbio, Adriano Cevolotto, al Convegno pastorale diocesano del 2-3 ottobre 2026, occasione per presentare la proposta del triennio pastorale, descritta nella lettera “Rinascere dall’alto. Sguardi e passi con e per gli adulti”.

Nelle comunità parrocchiali, la pratica privilegia il momento celebrativo, «perché è più “semplice” da attuare», sospinti dalla «richiesta pressante di tante persone, senza un adeguato legame con ciò che la liturgia (in particolare, l’eucaristia) è: fonte e culmine della vita evangelizzata».

I movimenti hanno tentato di raggiungere persone ai margini della fede e di mettere maggiormente in relazione la circolarità tra annuncio, celebrazione e testimonianza di vita. Oltre alla fatica che anch’essi rivelano, non si può nascondere come ci sia «una maggioranza che respinge istintivamente questo approccio e che tende a definire “settario” questo modo di vivere la fede».

Come intraprendere dunque scelte veramente “missionarie”, praticabili e sostenibili per le nostre comunità? È questa la domanda centrale. Mons. Adriano individua un punto da cui partire: «è vero che siamo “atterrati” in una terra di missione, ma, allo stesso tempo, dobbiamo essere convinti che oggi c’è bisogno di Vangelo», da annunciare per via narrativa, perché la prima responsabilità di una comunità cristiana è far trasparire la bellezza del Vangelo.

Per questo si dà avvio a un triennio attorno a due fuochi: «rimettere al centro Gesù che ci parla nei suoi vangeli (perché è a Lui che tutti dobbiamo guardare) e favorire che questo avvenga nei luoghi ordinari della vita delle persone (la casa è icona)». La lettera entra nel merito dei passi da compiere.

L’età a cui la proposta si rivolge è quella degli adulti: non significa trascurare le altre età, quanto ammettere, con lucidità, che anche queste tendono a contesti dove persone adulte vivono scelte di fede e che proprio la mancanza di cura di questo momento vanifica gli sforzi nei bambini, ragazzi e giovani.

Dieci passi da compiere

Il primo passo richiesto è il coraggio di guardare la realtà senza giudizio: gli adulti che si allontanano – così come i genitori sempre più assenti nel compito di educare i figli – sono un appello che la comunità cristiana deve riconoscere.

Prima di tutto, va ammesso con realismo che una comunità parrocchiale, quando sceglie di mettere al centro gli adulti, si accorge di non essere abituata a farlo. Per questo, la prima scelta concreta è quella di creare le condizioni perché le domande autentiche di senso possano essere ascoltate. «Per usare una metafora commerciale: è come se vendessimo ottimi “prodotti di nicchia”, per i quali però manca la domanda sul mercato. (…) La metafora induce a valutare il nostro atteggiamento prima di giudicare chi non accetta di mettersi in gioco: è arduo desiderare ciò che non è stato mostrato in modo desiderabile. La questione che rimane aperta, allora, non è perché la gente non risponde, ma se ciò che proponiamo raggiunga davvero le domande che le persone portano dentro».

Il secondo passo, è accogliere la Chiesa come un grembo, che è chiamato a generare e può ancora farlo, a patto di non ripetere ciò che si è sempre fatto per poi lamentarsi delle sue sterilità. Servono nuove azioni.

Il terzo passo sta quindi nel riconoscere chi è l’adulto nel contesto socio-culturale odierno. La sua è una stagione di fragilità, non di definitività. Si pensi alla provvisorietà del mondo del lavoro nel quale è immerso. «L’alta percentuale dei contratti a tempo determinato (a Piacenza con il 16% si supera il 14,7% della media nazionale!) trasmette la sensazione di una precarietà messa a sistema».

Anche la fede va ripensata quindi non nella prospettiva della stabilità, ma in quella biblica del cammino, dell’esodo, della provvisorietà, purché sostenuta dalla presenza del Signore. Come vivere questa condizione, tipica della giovinezza, quella giovinezza che, per altri versi, è inseguita come il mito dell’eterna immortalità? E, ancora più in profondità, la domanda centrale è questa: «è ancora un valore diventare adulti nella vita e nella fede?».

Nella diocesi, come in tutt’Italia, sono presenti adulti provenienti da altri Paesi, fratelli battezzati: inseriti in una cultura e in uno stile ecclesiale molto diversi da quello d’origine, non senza fatica, stanno ridefinendo i contorni e la vita delle comunità cristiane italiane. «Abbiamo bisogno di loro come loro di noi. Anche relativamente alla fede».

Il terzo passo è, quindi, chiarire che cosa si intenda per fede adulta. Va precisato fin da subito che la maturità di fede non dipende dall’età anagrafica: «il valore della testimonianza sta nel modo in cui essa è dentro ad una precisa condizione. Questo per evitare l’associazione adulto-fede adulta. Piuttosto, anche nell’adulto, la fede è chiamata a camminare con le condizioni in cui la persona si trova, le responsabilità che gli sono chieste, lo stato di vita che ha riconosciuto come sua vocazione».

La storia parla chiaro: nessuna stagione è favorevole all’annuncio del Vangelo; allo stesso tempo, il Vangelo è capace di suscitare sempre domande e risposte inattese, perché ha una forza propria. «Se è vero che ci sono delle resistenze in tante persone (e, dobbiamo essere onesti, anche in noi), è altrettanto vero che causa di percorsi interrotti o non intrapresi da tanti possono essere comunità che non sono segno di fraternità e di accoglienza; oppure evangelizzatori tiepidi o con esistenze che non esprimono la gioia, la novità e la differenza dell’essere discepoli; non da meno creano resistenze le comunità che non sono segno di fraternità e di accoglienza».

Per questo il quinto passo individuato ha i colori della conversione evangelica, che vede nell’altro non un “vuoto” da riempire (con un giudizio che nasce sia dentro la singola persona che dentro la comunità), ma un campo dove è nascosto un tesoro. Evangelizzare è, prima di tutto, riconoscere, non tanto “portare Gesù nella vita”, come ancora si sente ripetere: «se riuscissimo ad avvicinarci alle persone con il desiderio di riconoscere in loro l’amore del Signore, sono convinto che tante cose cambierebbero in noi, in loro e nelle nostre relazioni. Ne guadagnerebbe il Vangelo di Gesù».

Al sesto passo sono elencate le sfide, senza ingenuità. È difficile accostare gli adulti, per il semplice fatto che passano sempre meno per la porta dei sacramenti. Inoltre, ed è forse uno dei motivi dei fallimenti di tante proposte, c’è la fatica a trovare adulti che sappiano stare con altri adulti.

Mons. Cevolotto ricorda, a tal proposito, che la «la prima forma di cura della fede degli adulti è quella della cura della celebrazione eucaristica, certi che il protagonista resta Lui con la sua Parola e con la potenza della comunione che realizza con noi e tra di noi».

Verso quale persona adulta si vuole guardare? È la domanda, non banale, del settimo passo. L’adulto è colui che riesce a generare, cioè è capace di prendersi cura dell’altro. In altre parole, è il discepolo che scopre, dietro a Gesù, che lo scopo della vita è rispondere al suo amore, non tanto per un’autorealizzazione, ma per il bene di tutti,

Come accompagnare, dunque, verso questa figura di adulto? L’ottavo passo individua alcuni criteri. Negli incontri che già avvengono, è fondamentale curare e far crescere la fiducia, «avendo ben presente che essa matura in un adulto quando avverte che gli è garantita la libertà». «Quando incontriamo (in particolare) persone adulte chiediamoci: dentro le richieste che ci sono rivolte quali sono le domande inespresse?».

Il secondo criterio accoglie un altro campo da esplorare, quello dell’annuncio. Che cos’è il Vangelo? «Non rappresenta un manuale d’uso, ma una via maestra da percorrere con profonda umiltà e rispetto, capace di svelare il Regno di Dio che già è presente nell’ordinarietà della vita». L’analogia è la via migliore per comunicare la fede, come insegna il linguaggio potente delle parabole.

Annunciare significa «accostarsi con immenso rispetto e profonda empatia ai momenti che segnano l’esistenza di un adulto: la gioia di un matrimonio, lo stupore per la nascita di un figlio, ma anche il buio della sofferenza, il mistero della morte o le grandi domande sul futuro del mondo. In queste tappe sacre della vita, l’annuncio non offre risposte preconfezionate, ma prende la forma del sedersi accanto all’altro, offrendosi in forma discreta, delicata e su misura per il cuore di chi ascolta». Diventano così occasioni preziose i funerali, la visita agli ammalati, il tempo del lutto, la cura delle persone anziane, il servizio ai poveri, dai quali occorre avere il coraggio di lasciarsi evangelizzare (cf. papa Leone ai vescovi italiani).

C’è poi il criterio dell’accompagnamento personale, con chi desidera, nel rispetto dei tempi di ciascuno.

Segue poi il criterio della modalità con la quale si annuncia, per esempio ai genitori: lo stile “conferenza”, pur partecipato, non raggiunge gli obiettivi previsti. Al primo posto sta l’accoglienza delle domande di chi si incontra, e così i contenuti non possono essere consegnati solamente per via intellettuale. La tradizione consegna vari livelli di iniziazione: la liturgia, la preghiera, il servizio, la vita morale, la dimensione comunitaria e fraterna.

Si dà poi il criterio della partecipazione ad un’esperienza di condivisione e di fraternità, con proposte che necessariamente devono essere diversificate.

Infine, il criterio del celebrare, come già ricordato: per molti, la domenica è l’unico momento in cui la fede è celebrata e professata. La qualità celebrativa di un’eucaristia, in tutte le parti che la liturgia già offre, fin dopo la messa, è fondamentale.

Tutti questi criteri, con i quali rileggere ciò che già si fa, sono condensati nel nono passo, che è l’icona biblica della lettera. Nicodemo è l’adulto che, di notte, va a trovare Gesù, poi espone i suoi dubbi e la sua crisi, infine, esce alla luce e prepara la sepoltura per Gesù. I tre momenti della vita di fede di Nicodemo (accoglienza di chi cerca, riconoscimento della crisi come opportunità, testimonianza della fede) scandiscono i tre anni diocesani.

Il Vangelo nelle case

L’ultimo passo, il decimo, è pratico e concreto. Si propone di avviare/riavviare l’ascolto del Vangelo nelle case. Una “minestra riscaldata?”. Forse la reazione è frutto di una tentazione, quella di poca fiducia verso il Vangelo stesso.

Questa la scansione: in quest’anno 2026-27 non è chiesto di creare gruppi, ma di individuare adulti disponibili a seguire il percorso diocesano in cinque tappe. «Un anno dedicato a formare non è un anno perso, perché, spinti dall’efficienza, saremmo propensi ad improvvisare. Non è un rinvio: è una semina. Abbiamo alle spalle troppe proposte partite in fretta e spente in silenzio perché nessuno era stato preparato a custodirle».

Quale figura si cerca? «Non servono esperti. Servono persone capaci di ascoltare e di non occupare tutto lo spazio, riconosciute e proposte dalla propria comunità». È questa un’espressione della ministerialità dell’ascolto tanto cercata. Anche ai preti viene chiesto di non presiedere direttamente un gruppo, ma di individuare nomi, di proporli e poi di fidarsi.

Perché si sceglie la casa? Perché qui è nata la Chiesa e perché ha soglia più bassa dei luoghi parrocchiali.

C’è una gradualità della proposta: entro fine novembre, i consigli pastorali fanno pervenire i nomi degli adulti; poi individuano le case; infine, assumono la formazione per sé, a vari livelli del consigliare, sia parrocchiale che vicariale. Nel tempo pasquale, si è invitati ad una verifica, ed è chiesta una breve relazione per fare il punto, con serenità ma onestà, di quanto sta avvenendo.

La lettera condensa così uno sguardo evangelico sulla realtà con una scelta di accompagnamento centrale, quello della vita adulta, a passi umili e concreti, e così avvia uno stile che da sempre si invoca quando si parla di annuncio e che può generare ben oltre ciò che si progetta.

 

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