
Riflessioni in margine al volume di Aristide Fumagalli, Ciò che non si deve mai fare. Per una rinnovata interpretazione dell’intrinsece malum, Queriniana, Brescia 2026, € 32,00, pp. 377 (prima parte, qui).
Affrontiamo ora la bipartizione casistica proposta da Fumagalli. Masturbazione, omosessualità da un lato; aborto e suicidio razionale dall’altro.
Nel primo gruppo le cose vanno via lisce, se così si può dire.
Contraccezione
Rendere volutamente infecondo un atto coniugale è sbagliato se si intende escludere la generazione di figli, ma è lecito se esprime una doverosa responsabilità procreativa. Sono d’accordo. Si può sostenere tradizionalmente che quest’ultima sia il vero scopo, che sana il mezzo (contraccettivo)? No – affermano i proibizionisti – perché non si può fare del male (intrinsecamente tale) per raggiungere un fine buono.
In effetti per questa via (mezzi-fine) non si va nessuna parte. Il magistero stesso ha introdotto opportunamente la dottrina della coppia di significati inscindibili (unitivo e procreativo) dell’atto coniugale, inteso personalisticamente come dono reciproco e totale, cui concorrono allo stesso modo l’intimità erotica e la partecipazione (promessa ritualmente) all’opera creatrice di Dio (la pro-creazione non sequestra superbamente, in questa ottica, il posto di Dio).
Ai conservatori, che vedono nel soddisfacimento auto-gratificante l’unico (degradato) destino pulsionale di un atto sessuale coniugale reso intenzionalmente infecondo, i teologi riformatori (che cercano una mediazione e desiderano comunque mantenere in funzione l’impianto teorico delle tre fonti dell’atto e della nozione di mezzo-scopo) replicano che il piacere sessuale (pur reso infecondo da uno strumento tecnico) è un “dono” mirabile di Dio e non un “male permesso”; allargano la descrizione dell’atto (il cui oggetto non è la contraccezione, ma la promozione di una vita coniugale aperta a una procreazione responsabile); concludono che gli sposi (casti e virtuosi), che fanno uso della pillola, evitano simpliciter con mezzi tecnici (perché la tecnica farmacologica dovrebbe essere ritenuta in sé cattiva?) qualcosa di irresponsabile.
Fumagalli ha ragione nelle conclusioni, ma il linguaggio, che egli tenta di migliorare e innovare, è troppo vecchio per il vino nuovo, ed è improponibile in un contesto contemporaneo (soprattutto giovanile). E’ in fondo lo stesso linguaggio dei conservatori.
Dove sta la vera differenza? Qual è il punto cruciale? I contendenti non si accorgono che tutto riposa sulla scelta descrittiva. Ciò che viene descritto e che dovrebbe fungere da interpretandum è invece già orientato e colorato da un occhio interpretativo. Il progressista amplia il focus, enfatizza certi particolari, segna i confini dell’esplorazione narrativa in modo diverso da come propongono i suoi avversari.
Se io non osservo il gambo di una foglia, faccio fatica a classificarla nello stesso modo in cui la classifica chi non s’accontenta delle lamine superiore e inferiore. Ma il gambo fa parte della foglia oppure è l’estensione del ramo? La natura non dà alcuna risposta. La risposta la danno le diverse scuole botaniche, che muovono da una precomprensione teorico-prescrittiva di quale sia e come vada pensata e trattata l’essenza della vita vegetale di un albero o di un fiore.
Anche in teologia morale le precomprensioni e le escatologie latenti andrebbero dichiarate in modo trasparente ed esposte a un esame pluralistico, anzitutto con i colleghi teologi. Non vanno invece fatte passare surrettiziamente per dati acquisiti o valori oggettivi. Idem per i simboli: essi danno costantemente a pensare e non si può escludere che un nuovo ermeneuta o esegeta colga cose nuove nel perenne messaggio morale cristiano in riferimento ai nuovi dilemmi biomedici, ad esempio.
Masturbazione
Stessa cosa per la masturbazione, la cui definizione scolastica è l’eccitazione genitale provocata volontariamente dall’individuo su se stesso. Si noti subito la parzialità della descrizione, ottenuta attraverso astrazioni grossolane dal contesto, dalla storia, dai pensieri, dai desideri coinvolti. Perché essa veniva sempre condannata? Due risposte. O perché essa (si diceva) contraddice la finalità generativa assegnata da Dio al seme. Oppure perché (si dice più recentemente) essa frustra la comunione interpersonale producendo una soddisfazione erotica extra-relazionale.
Ma è sempre così? No. Basta trovare dei casi in cui il “fine” principale non sia autoerotico (come nella raccolta di sperma a fini clinici, nell’auto-esplorazione corporea nell’adolescente, nell’aiuto all’unità coniugale in gravi momenti di crisi di coppia) e il veto cade, meglio “evapora”, al punto che, giustamente, si suggerisce di cambiare nome all’atto (qualcuno ha proposto il diabolico termine di “ipsazione”), il cui oggetto non è quello condannato tradizionalmente.
Nel mio linguaggio direi: nei casi assolti cambia il significato del medesimo gesto materiale fotografato dall’esterno. Basta allargare l’inquadratura e la decifrazione narrativa dell’intera vicenda indicherà facilmente il cambiamento semantico.
Atti omosessuali
La tradizionale condanna si basava sul loro (presunto) intrinseco disordine. Perché? O perché si tratta di atti a-procreativi (motivo naturalistico). Oppure perché c’è incompletezza unitiva (motivo personalistico) dovuta al deficit di differenza e complementarità sessuale. Sarebbero insomma atti edonistici ed egocentrici.
L’analisi più dettagliata delle vicende umane, la lotta per i diritti civili e le acquisizioni scientifiche hanno però configurato uno scenario diverso: le diversità intersoggettive (tra persone dello stesso sesso) esistono eccome, l’omosessualità non è più considerata una malattia dall’OMS, gli atti unitivi non procreativi non configurano necessariamente (neppure in una coppia eterosessuale) una ricerca autocompiaciuta di piacere individualistico (un piacere avverso alla generazione della vita). Dunque che male intrinseco c’è? Fin qui sono d’accordo.
Il cattolico liberal è però solo parzialmente soddisfatto. Esige infatti un’estensione di liceità verso i generi LGBTQA+, anche per i quali va ammesso che: i) un’autentica capacità di autodonazione possa esprimersi genitalmente; ii) l’orientamento sessuale possa essere connaturale alla singola persona; iii) non è sostenibile una visione essenzialista dell’identità sessuale; iv) l’apertura procreativa del singolo atto non è obbligatoria[1].
Inoltre l’enfatica apologia cattolica della relazione eterosessuale risulta, ogni giorno che passa, sempre più difficile da argomentare. E’ veramente inaggirabile, originario e prescrittivamente idealtipico il paradigma binario “maschio-femmina”? E’ proprio vero che l’amore omosessuale non mette in questione l’esistenza di due e solo due diverse identità sessuali[2]?
Qui Fumagalli introduce la sua personale pre-comprensione, che era in azione anche nell’ altro suo testo, la Questione Gender[3]. In esso venivano presentati, ma, secondo me, non adeguatamente valorizzati come meritano, gli apporti di Fausto-Sterling, Derrida e soprattutto Judith Butler, che probabilmente Fumagalli includerebbe nelle difettose ideologie (non prospettive) gender[4].
L’autore fa notare che anche negli stati intersessuali non viene smentito “l’originario codice binario” rappresentato da cromosomi X o Y[5]. Judith Butler replicherebbe giustamente che prevalenza e preferibilità dell’amore binario ed eterosessuale (sostenuto anche dal femminismo della “differenza”) sono due cose diverse. La frequenza è un dato statistico e non valoriale.
Se si vuole difendere il primato morale della binarietà, bisogna fornire argomentazioni ragionevoli, altrimenti si rischia di avallare l’androcentrismo (che della binarietà è sempre stato ideologo, difensore e despota), di ostacolare la percezione delle innumerevoli differenze interne a ciascun sesso/genere e di misconoscere la molteplicità di generi, che poco alla volta affiorano e prendono parola nella vita sociale, esigendo ciascuno una considerazione rispettosa. Mi sbaglierò, ma vedo qualcosa di teologicamente importante in questi fenomeni culturali; tuttavia non ho qui lo spazio per spiegarmi.
Quanto alla fondazione biblica, il valore esegetico del “maschio e femmina li creò” non giustifica deduzioni sillogistiche di tipo etico, perché è un’espressione più evocativa che descrittiva o prescrittiva. Alcuni biblisti hanno sostenuto che l’ideologia maschilista imperante in comunità nomadiche dell’antico vicino oriente si spiega come reazione alla contrapposta devozione matriarcale di precedenti popoli stanziali legati al culto delle Grandi Madri, la terra anzitutto e la generazione[6]. Si spiega anche con l’obiettivo di garantire compattezza virile al gruppo e una florida discendenza alla tribù.
La biologia ha inoltre mostrato che la differenziazione sessuale tra individui avviene lungo una linea di continuità e senza salti binari (natura non facit saltus), cosicchè il teologo morale dovrebbe precisare quale criterio classificatorio e valutativo (nella determinazione di sesso) viene privilegiato nel caso in cui si voglia attribuire all’eterosessualità un primato di ordine etico, giuridico o pastorale. Un criterio genetico? Fenotipico? Genitale esterno o interno? Endocrinologico? Di performance sessuale? Di ruolo sociale?
Quale di questi criteri è impiegato per dire chi è maschio, chi è femmina e chi non è né l’uno né l’altro (“neuter”) e poi per concludere deduttivamente che il “neuter” non potrebbe recitare da protagonista la scena madre del mito originario in materia di generazione umana?
Abbiamo letto alcuni teologi sostenere che lo schema grammaticale (il genere linguistico dei nomi distinto in maschile o femminile) confermerebbe l’esemplarità fondativa dello scambio eterosessuale, ma purtroppo per loro il genere neutro non è affatto scomparso nemmeno nella lingua italiana e i linguisti hanno documentato l’esistenza di popoli in cui i generi grammaticali sono tre, quattro o cinque senza che ciò comporti difficoltà di comprensione[7].
Non uccidere
Ed eccoci al dissenso. L’uccisione di un essere umano innocente è intrinsecamente sbagliata nell’aborto e nell’eutanasia!
Domanda: la valutazione etica di casi personali storicamente specifici e originali perviene sempre e inesorabilmente a tale condanna? Secondo Fumagalli sì (se ho capito bene quella che ho chiamato conclusione stentorea[8]). Secondo me, no.
Come è possibile (ci chiediamo) dedurre perentoriamente (calando la norma generale su situazioni concrete) una sentenza così netta, sempre, in ogni caso (anche in un caso fittizio un po’ più complicato di quelli ordinari, come se ne trovano nei migliori romanzi)?
Ricordiamo l’avvertenza di Angelini. Se il comandamento è inteso simbolicamente, vale senza eccezioni, ma non se ne può derivare, per via logico-deduttiva, un giudizio univoco su casi esistenziali. Ebbene, quello che fa Fumagalli è appunto riformulare il veto universale (“non uccidere direttamente l’innocente”), connotandolo simbolicamente e circostanzialmente, e delineandolo come un gesto attraversato da un’intenzione esclusivamente “violenta” (annullare l’altro). E’ ovvio, ma è anche tautologico che un’azione di questo tipo azione sia sempre sbagliata.
La difficoltà dell’etica applicata consiste nel fatto che un veto del genere ha da essere “piegato” (da ad-plicare, appunto) e fatto valere in riferimento a contesti narrativi tali per cui una specifica “uccisione” non possiede un significato inequivocabilmente e colpevolmente negativo (in totale trasgressione del veto cristiano).
Il teologo rinnovatore vuol salvare assieme legge naturale e lex nova (il comandamento cristiano dell’amore), perché vede nella prima l’abbozzo di regole minimali di convivenza e nella seconda il modello concreto e perfetto della prossimità[9].
Tuttavia, a mio avviso (ed è la prima obiezione), la lex nova rivoluziona radicalmente il senso (mutuato dalla filosofia[10]) delle ingiunzioni “naturali”. A monte della predicazione gesuana del Regno e prescindendo dalla vita, morte e risurrezione del Cristo, non sappiamo che cosa confermare o smentire delle varie analisi teorico- filosofiche, che hanno cercato d’interpretare il Decalogo e l’insegnamento del Nazareno, né sappiamo quale senso specifico abbia l’irrevocabile prima alleanza. Non sappiamo nulla fuori di Cristo: né che cosa sia naturale, normale o virtuoso, né che cosa sia invece vizioso, scandaloso o folle.
Anche il “non uccidere!” (e il non uccidersi, il non suicidarsi) vale simbolicamente (come ha ben spiegato Fumagalli[11]). Ma come tale (seconda obiezione) è arduo applicarlo meccanicamente, poichè un’azione concreta, descritta nella sua fisicità e catalogata prima facie come suicidio, può non avere necessariamente (una volta interpretata rigorosamente nel suo senso simbolico-narrativo) il senso tradizionalmente condannato e quindi meriterebbe una qualifica nuova (ad esempio morte volontaria, Freitod, morte in libertà) e una valutazione differente[12].
Il significato complessivo del gesto concreto (cioè inclusivo di circostanze, conseguenze, contesto narrativo e ovviamente del suo fine diretto) di togliersi la vita potrebbe essere infatti positivo, persino santo: togliersi la vita per salvarne altre, oppure esprimere pubblicamente e in modo sacrificale (in carenza di alternative) una protesta pubblica contro discriminazioni criminali.
Che cosa è l’aborto
Non si deve mai abortire[13]. Giusto, in via generale. Eppure, se una donna decide di interrompere o abbreviare una gravidanza, la cui prosecuzione è così pericolosa, da minacciare la propria vita (e quindi anche quella del feto in gestazione), può agire in certi casi proprio in nome del valore della vita e della responsabilità che lei avverte verso altri figli e familiari[14].
Il grave rischio per la salute della donna e le probabilità che tale rischio si realizzi (in medicina la certezza è per lo più una reasonable certainty, un’alta o altissima probabilità) sono variabili da prendere in considerazione e interpretare nella loro importanza alla luce dell’esperienza morale complessiva degli agenti morali nella loro biografia, soggettività, responsabilità, esattamente come quando si formula un giudizio di proporzionalità dei trattamenti.
Se a una donna gravida si diagnostica la presenza di un feto anencefalico in utero e i medici precisano che la malattia è inguaribile e porterà a morte in pochi giorni il neonato, il quale sta sopravvivendo nell’utero in modo vegetativo semplicemente perché collegato all’ “unità di cure intensive” costituita dagli apparati organismici materni, allora è logico, date queste circostanze, che la donna si chieda che cosa le stia accadendo e che tipo di esperienza morale sia la sua. Che significato ha questa “gravidanza” per lei e per noi?
Tale donna (facciamo una congettura narrativa), non volendo protrarre forzosamente una parabola vitale infausta (in un certo senso già chiusa), immaginando che cosa vorrebbe il feto (potesse egli esprimersi), e giudicando l’ostinata continuazione della gravidanza equivalente a un accanimento terapeutico, ella, proprio in nome della sacralità della vita personale, del bene del figlio e della propria spiritualità cristiana, avrebbe perfettamente il diritto di domandare al proprio pastore d’anime quale sia la volontà di Dio in una situazione così controversa. Ella chiede aiuto per un delicato discernimento situazionale, al fine di valutare il da farsi.
Ma che tipo d’aiuto le potrebbe venire dalla rigida, astorica, impersonale nomenclatura propria della manualistica pro-intrinsece malum per quanto restaurata nello styling? Che forma d’assistenza spirituale è quella che evince geometricamente da regole astratte i comportamenti doverosi (in termini umani e cristiani) in contesti di alta complessità? Non est eadem veritas – ripetiamo con Tommaso d’Aquino.
Il “suicidio assistito” è sempre suicidio?
Ci sono poi i controversi casi di assisted rational suicide. Commentando l’argomento, ho concluso che non mi sento di condannare la morte volontaria sempre e sotto ogni aspetto (“intrinsecamente”)[15]. In certe situazioni è cristianamente lecito scrivere attivamente (o ricevere aiuto nel farlo) la parola fine alla straziante umiliazione, che sottrae facoltà elementari di parola, pensiero, comunicazione, preghiera e che è subìta senza probabilità di recupero clinico e senza un’accettabile prospettiva di lenimento[16].
Alcuni malati, risucchiati da una fenomenologia dolorosa e paralizzante, chiedono aiuto (anche in anticipo, prevedendo la situazione e dichiarando preventivamente, in piena competence, la propria argomentata volontà) al fine di concludere la loro esistenza nella forma più umanamente gratificante e cristianamente pietosa.
Fumagalli invece fa il giro largo (per rinnovare senza rompere): l’eutanasia (e il suicidio razionale) è intrinsece malum poiché uccide deliberatamente un essere umano innocente e ciò comporta che tali azioni siano sempre “moralmente mortifere e quindi maligne, cattive”[17]. Però – aggiunge – resta il problema di determinare concretamente quale sia l’azione che abbia veramente tale significato deteriore. La dottrina magisteriale non riesce sempre a farlo e quindi deve subentrare il discernimento[18].
Non entro nella definizione di discernimento che, in altri testi dedicati, Fumagalli propone. Mi limito, un po’ provocatoriamente, a confutare la compatibilità tra una dottrina invecchiata (non ripudiata dai teologi continuisti per i suoi meriti pregressi) e l’arte di discernere ciò che è bene “in re” tenendo conto della soggettività dell’agente, del senso dell’azione, delle scelte personali di un credente.
Anche crimine, “crimen”, deriva da “cernere”! Attenzione quando si discerne. Si interpreta. Si esprime un giudizio di valore come davanti a un’opera d’arte. Ma se la dottrina non ammette interpretazioni, perché il malum è intrinseco, il teologo deve ammettere che il discernimento non può essere inteso come un’applicazione di tale dottrina.
Bisognerebbe invece dire che certi veti costituiscono astrazioni, realizzate a partire da una certa precomprensione teorica, a partire da e rispetto alla complessità della vita e dei singoli casi. Astrarre è un essenziale lavoro dell’intelligenza, ma il suo frutto (formare un concetto isolando mentalmente alcune caratteristiche di un oggetto o di un accadimento e prescindendo da altri dettagli) è più o meno utile e più o meno pertinente, fino a essere inutile e fuorviante, se assume l’aspetto della teorizzazione fisicista del doppio effetto e dell’intrinsece malum.
Per paura di gettar via, con l’acqua sporca, anche il bambino, Fumagalli conferma la tripartizione tradizionale dell’atto morale, reintegra le due fonti mancanti alla tradizione (ossia intenzione e circostanze) e conclude che l’intrinsece malum è intenzionale e circostanziato, cioè non coincide col solo “oggetto” astratto dal suo contesto[19]. Una volta restaurato questo intero fenomenologico, egli però conclude stranamente (lo ripetiamo) che la fisicità di certe azioni le rende intrinsecamente sbagliate, poiché tale fisicità implica un’intenzione cattiva, per quanto un soggetto le compia in buona coscienza e con nobile volontà[20].
Se ho inteso bene e se l’autore non vede in questo rapporto (da lui teorizzato) tra fisicità e intenzione niente di illogico, devo concludere che anche il coraggioso “rinnovamento” proposto da Fumagalli non rifonda sul piano simbolico-narrativo (e quindi ermeneutico) l’impianto tradizionale, ma paradossalmente lo conferma e ne riformula meramente i veti.
In che modo li riformula? In modo che questi ultimi riguardino atti (generalmente considerati) che sono connotati in modo tale che la singola norma materiale (regolante tali atti) rinvia alla complessiva architettura dell’impianto morale cristiano e la coinvolge in toto.
Trasgredire uno specifico “no” di questo tipo equivale così a rifiutare l’intero fondamento su cui la morale cristiana è costruita. “Non uccidere” diventa: “ama il prossimo tuo come te stesso “ o “amatevi come io, Gesù, vi ho amato”. E’ ovvio che in tal modo l’intrinsece malum continua a valere, ma è inservibile, non è più lo strumento storicamente inventato (e tuttora insegnato, purtroppo) per dirimere con certezza il giusto dall’ingiusto. E’ diventato un grimaldello logoro e inutilizzabile.
Inoltre non si riesce in tal modo a spiegare a che cosa servano le norme materiali in ordine al dispiegamento del significato dell’onnicomprensivo comandamento dell’amore[21]. Che cos’è “amore”? Che cos’è “pro-esistenza”? Che cos’è donazione all’altro, senza un comandamento che me lo indichi e senza un’immagine (veicolata dalla condanna di uno specifico atto), che renda riconoscibile il tipo di disposizione, buona o cattiva, che nutro nei confronti dell’altro uomo? Che cosa so del farsi prossimo a monte della storia di un uomo che, essendo Dio, ha amato i suoi sino a dare la vita per loro? Che cosa so del valore della cura-per-l’altro, se prescindo completamente da norme che incarnino visibilmente tale disposizione e ne condannino la violazione?
Non si comprende infine perché Fumagalli non riservi lo stesso trattamento linguistico-semantico alle prime tre fattispecie (omosessualità, masturbazione, contraccezione). Se lo facesse e assegnasse un valore simbolico “integrale” ai tre veti (non essere egoista quando ti masturbi, non soffocare l’apertura generativa del tuo amore coniugale quando fai uso della contraccezione, non cadere nell’autocompiacimento individualista nel tuo comportamento omosessuale), essi diverrebbero assoluti.
All’opposto, se interruzione di gravidanza ed eutanasia fossero classificate in base a mere connotazioni esteriori e in un’ottica “materialistica”[22], le due azioni fisiche potrebbero evitare la condanna morale, se si trovasse (in qualche caso) un’eccezione “scriminante”.
La vita di un credente
Ciascuna persona credente scrive il film della sua vita con simboli originali in un rapporto singolare e irripetibile con l’assoluto cristologico ed esercitando un’inevitabile creatività. Quest’ultima viene soffocata da impianti teorici sillogistici, che andrebbero superati.
Forse il rinnovamento che Fumagalli sta cercando di apportare consiste nell’immaginare degli ideal-tipi, delle parabole esemplari di atti buoni e malvagi, che fungano da criteri comparativi e valutativi per giudicare le azioni reali.
Ciò spiega perchè l’autore, in alcune sue pagine, valuti l’eventuale opportunità di adottare come criterio etico-decisionale la “promozione del maggior bene possibile”[23]. Il criterio tradurrebbe il “massimo rispetto e cura che, ad esempio, la donna sarà in grado di avere nei confronti dell’embrione e di stessa”[24]. Lo dico con mie espressioni estetiche: trovato l’exemplum da imitare, l’agente morale (e il moralista in suo aiuto) cercherà l’immagine di un comportamento il cui significato somigli massimamente all’ideale e ne considererà l’orientamento, la silhouette, i dettagli, il contesto, le circostanze, le conseguenze più soddisfacenti e così via.
Come commentare questa soluzione? I conservative theologians la leggeranno probabilmente come un azzardato sincretismo tra utilitarismo (il massimo di effetti buoni) e neokantismo (il rispetto come il sentimento di chi segue una legge morale puramente formale).
Penso invece che Fumagalli apra in tal modo la via a una riedizione della casistica, la tattica geniale e attualissima (nonostante gli strali di Pascal), che i gesuiti appresero da una linea di pensiero che risale a biologi-filosofi come Aristotele.
Ho usato prima il termine “parabole” pensando proprio a Gesù[25]. Il “buon samaritano” è un racconto (un cortometraggio) che incarna in immagini il dovere di cura, che il cristiano nutre per tutti. Tale narrazione si ispira alla vicenda gesuana e illumina a sua volta le raccomandazioni o i veti (via via più concreti, man mano che ci si accosta alle storie reali). Per esempio, l’elenco delle tradizionali “opere di misericordia” corporali o spirituali (che ci insegnavano a catechismo) specificava le diramazioni, che poteva assumere di fatto, nelle diverse situazioni, il dovere generale di prossimità. Ebbene, più dell’interpretazione del significato di una narrazione l’etica teologica non può offrire.
Un altro esempio. Riferendo alla propria vita (parabola di ogni parabola) il paradigma della vita buona, Gesù fa saltare la lettura tradizionale di precetti come: onora Dio nello Shabbat. Per giustificare un’omissione d’aiuto, compiuta in giorno di sabato, non è più sufficiente (dopo Gesù) la circostanza che effettivamente sia sabato e che il rabbino abbia l’intenzione di riposarsi come il Dio di Genesi. Lo Shabbat è per l’uomo e non viceversa.
Ponendoci alla sequela di chi guarisce anche di sabato, scopriamo che, preso alla lettera, non c’è più veto alcuno che sia intrinsecamente sbagliato, se espresso in assoluto, astrattamente, univocamente, prescindendo dalla storia concreta, unica, irripetibile (cui il veto si dovrebbe applicare) e astraendo dagli attori coinvolti e dalla loro fede in Dio, fonte di ogni bene.
[1] Sto riassumendo tali condizioni dal libro di Fumagalli, L’amore possibile. Persone omosessuali e morale cristiana, Assisi, Cittadella, 2020 (pp. 162-170), e dalla bella postfazione del compianto Giannino Piana.
[2] Come afferma Fumagalli, a p. 162 de L’amore possibile.
[3] La questione gender. Una sfida antropologica, Brescia, Queriniana, 2015.
[4] Abbiamo valorizzato questo approccio derridiano, che decostruisce i trattati di anatomia umana normale (nonché i trattati di morale speciale che fungono da atlanti di comportamento “normale”, non patologico, virtuoso), in Settimana News: P.M. Cattorini, “Rifare il genere”, 9 luglio 2023; “Boxe e Gender”, 9 agosto 2024.
[5] A p. 75 nota 36 de La questione gender, cit.
[6] Cfr. il ns. articolo su Settimana News, cit., a proposito della “pugilessa” dall’aspetto virile:
[7] Chi è interessato può leggere le pagine 159-204 del nostro testo Mangiare solo pensieri. Etica dell’anoressia, Bologna, EDB, 2016.
[8] Cit., p. 345.
[9] La scansione è teorizzata ottimisticamente a p. 210 di Ciò che non si deve…
[10] Ivi, p. 208.
[11] Cfr. p. 199, in cui si chiarisce che le azioni intrinsecamente cattive sono le azioni aventi un oggetto cattivo, azioni circonstanziatamente cattive e intenzionalmente cattive. Commentiamo, traendone una conseguenza analitica: il veto che riguarda l’intrinsece malum proibisce solo queste azioni e le può proibire semper et pro semper perché si aggancia a un comandamento sacro e inviolabile, mai trasgredibile, così come non è mai trasgredibile il comando preliminare (cogente ma del tutto astratto) di ogni sistema etico: “fac bonum, vita malum!”.
[12] L’atto suicidario (che il primo testamento considera per lo più un “fatto”, non necessariamente una colpa) è condannato tradizionalmente come egoistica rinuncia alla speranza di vivere, come rifiuto dell’imprevedibile amore di Dio, come sottrazione d’amore verso sé e la società, come arrogante pretesa di porsi al posto di Dio (unico giudice della vita), come edonistica preferenza dell’assenza di dolore rispetto al dovere di vivere, curare, curarsi e farsi curare. La mia tesi possibilista è sostenuta in Suicidio? Un dibattito teologico, Torino, Claudiana, 2021. Anche a proposito di questo libro, pubblicato con mio piacere dall’editrice valdese, si sono espressi pochissimi moralisti cattolici accademici. Uno però lo segnaliamo: Giuseppe Zeppegno, recensione ne La Civiltà Cattolica, 5 marzo 2022, pp. 515-517 (Rassegna bibliografica).
[13] A p. 286 Fumagalli dovrebbe aggiungere che il circolo dei medici (forse pitagorici, secondo L. Edelstein) che ha redatto il Giuramento attribuito a Ippocrate rappresentava probabilmente una posizione minoritaria, non così ampiamente accreditata nel mondo antico, come a volte si scrive. Medicina laica e medicina sacerdotale confliggevano fra loro. I medici antichi applicavano comunemente pessari abortivi. Se ci fosse stata un’unanime persuasione contraria, non ci sarebbe stato bisogno di scrivere una norma pro-life da parte di alcuni medici che attribuivano un significato quasi “religioso” alla loro professione. Come scrive M. Vegetti, in Ippocrate, Opere, Torino, Utet, 1976, p. 25: “una parte non piccola della grandezza dei medici ippocratici consistette proprio nell’aver ‘separato’ la medicina dalla filosofia”. Più esattamente la medicina ippocratica operò una scelta filosofica tra le molte possibili (Ivi, p. 26).
[14] Non riesco ad appassionarmi alla distinzione tra diverse forme tecnico-operative di IVG, una volta che il loro significato morale sia completamente risignificato dalla situazione “infernale” in cui (in certi casi estremi) si trovano e assumono una decisione la coppia e la donna in particolare (Moltmann è giustamente citato da Fumagalli a p. 319, n. 259), una decisione presa con intento prudente, generoso e ponderando fatti e valori in gioco. Così come la fattispecie della legittima difesa ribalta completamente il veto, in linea generale, di premere il grilletto di un’arma letale. Tutti hanno diritto alla vita. Ma nessuno ha un diritto assoluto, se c’è conflitto fra diritti fondamentali. E ciò per ovvi motivi logici relativi al valore sacro della persona (non della vita biologica), persona che vive di relazioni e ha doveri verso gli altri oltre che verso Dio.
[15] In Estetica nell’etica, cit. e in Suicidio?, cit..
[16] Anche le cure palliative non sono onnipotenti e talora non riescono (più) a raggiungere gli effetti sperati o sono vissute dal malato solo come un inutile, disagevole, gravoso, ripugnante prolungamento della vita fisica.
[17] Questa è la sua adamantina conclusione: cfr. Fumagalli, cit., p. 340. Una precisazione. Considero personalmente l’eutanasia una “specie” del genere suicidio, praticato da altri su richiesta del malato. Moralmente (non giuridicamente) sono la stessa cosa. Fumagalli utilizza “uccisione” come termine descrittivo, mentre non esistono termini puramente descrittivi. Infatti “ob-caedere” (da cui “uccidere”) significa tagliare con violenza (“ob” sta per “contro”), mentre chi chiede l’eutanasia esige proprio il contrario, e cioè che la violenza brutale della natura omicida venga sostituita da un gesto umano compassionevole e non algogeno.
[18] Ivi, p. 341.
[19] Fumagalli, cit.,
[20] Sic! Cfr. ancora p. 345.
[21] Angelini aveva già criticato questo estrinsecismo (L’evidenza e la fede, cit., p. 439).
[22] Angelini, cit., p. 436.
[23] Cfr. pp. 315 ss.
[24] Cfr. p. 322, nel par. “Il discernimento del bene possibile”.
[25] Fumagalli, cit., p. 203






Questa tendenza a buttare l’idea di bene e male solo perché mi voglio masturbare mi sembra a volte un po’ meh. Puoi masturbarti anche se qualcuno lo considera male . Io sono fissata con il pulito e faccio troppe lavatrice, non chiedo al Papa di modificare i peccati ecologici, al massimo cerco di migliorare i miei difetti.
Viviamo in un mondo in cui tutti vogliono il bollo sopra le proprie azioni, come se non si accettasse rischio implicito di sbagliare scegliendo.
Senza leggere: secondo me il problema dell’inttinsecamente cattivo o meno viene spesso disputato su questioni di morale bioetica o sessuale, con i progressisti che dicono scialla e i conservatori che fanno i puntigliosi. Poi abbiamo Trump con tre mogli e vita molto allegra. (Come dire la realtà è più sfumata delle barricate).
La dottrina sociale dell Chiesa ne da un discorso molto più generale, basterebbe rileggere il discorso di Leone sul diritto internazionale agli ambasciatori (qualche mese fa).
Si può parlare di vita buona o di ecologia integrale appunto, dove è buono non sprecare risorse ma anche relazioni.