
Riflettere sulla pace è quanto mai opportuno e attuale tenuto conto del contesto storico che viviamo.
Rifletterci dal punto di vista della comunità cristiana è ancor di più necessario. Se si dà credito e si presta il doveroso ossequio a quanto il pontificato di Leone XIV ha suggerito e suggerisce con insistenza, l’urgenza ne esce rafforzata. Per questo la Cattedra Wojtyla propone quest’anno un Colloquio filosofico-teologico sul tema della pace nell’ambito del tradizionale appuntamento di novembre delle Wojtyla Lectures.
Dal 9 al 13 novembre prossimo a Roma, presso il Pontificio Istituto Teologico Giovanni Paolo II, si svolgerà un ciclo di incontri dedicato al Commento al Cantico dei Cantici di san Bernardo guidato come sempre dal noto filosofo francese Jean-Luc Marion, Direttore della Cattedra Wojtyla.
All’interno di questo appuntamento, si terrà poi giovedì 12 novembre e venerdì 13 il Colloquio filosofico-teologico «Beati gli operatori di pace. Filosofia e teologia dialogano sulla pace», organizzato in collaborazione con il corso di Dottorato di Ricerca in Contemporary Humanism della LUMSA e il Dipartimento di Studi Letterari, Filosofici e Storia dell’arte dell’Università degli Studi di Roma Tor Vergata.
Tenuto conto – absit iniuria verbis – dell’inflazione di convegni e pubblicazioni sul tema, gli organizzatori dell’incontro si sono trovati di fronte al non facile compito di identificare una prospettiva che, in qualche modo, potesse rappresentare una nota, non dico di originalità (sarebbe troppo presuntuoso), ma perlomeno di «stravaganza». Offrire, infatti, qualcosa che vada al di là della ripetizione di tesi e assunti che godono di una lunga e consolidata tradizione non è facile, ma sicuramente doveroso.
In questo senso, organizzare un Convegno per dire che la pace non è l’assenza della guerra, sarebbe solamente la doverosa ripetizione di un asserto indispensabile a comprendere come politicamente la pace è l’orizzonte trascendentale di tutte le guerre. Asserto da cui non si può prescindere, ovviamente, ma che apre a una considerazione più radicale che ha a che fare direttamente con quanto appartiene alla riflessione filosofica e (si spera) teologica: la pace è una rappresentazione ideale per poter pensare politicamente la storia degli uomini e delle istituzioni oppure è qualcos’altro? E, se la risposta è positiva, a quale livello la pace non è solo un’esigenza intellettuale, ma una realtà?
La replica a questi interrogativi è al centro della riflessione del Colloquio della Cattedra Wojtyla che ha scelto di concentrarsi sul livello pre-politico della pace per tentare di comprendere (è solo un tentativo) quando e come la profonda ingiustizia del nostro atteggiamento naturale non viene solo «irenicamente» dichiarata superata in una originaria apertura all’altro o, peggio, cancellata dallo slancio di vecchi e nuovi Schwärmer della giustizia sociale.
Parimenti, e l’osservazione è decisiva, concentrarsi su questa dimensione pre-politica della pace non vuole essere unicamente l’indicazione delle condizioni di base sulle quali la guerra empiricamente diventa improbabile. Porsi a un livello pre-politico è forse il modo più efficace di offrire un orientamento per costruire la civitas terrena nel suo legame e, soprattutto, nella sua differenza dalla civitas Dei. L’esito di una comprensione delle relazioni umane che metta al centro la conversione dello sguardo caratterizza infatti immediatamente in senso teologico (e, quindi, religioso) la pace.
La pace, dunque, è una questione teologica che, come tale, consente agli uomini di riconoscersi reciprocamente come uomini e non come lupi: homo homini homo. Trovare la giusta collaborazione tra istituzioni sinceramente edificate su questo presupposto diventa così uno dei principali (se non il principale) compito dell’azione socio-politica della Chiesa:
«Dunque questa città del cielo, mentre è esule in cammino sulla terra, accoglie cittadini da tutti i popoli e aduna una società in cammino da tutte le lingue. Difatti non prende in considerazione ciò che è diverso nei costumi, leggi e istituzioni, con cui la pace terrena si ottiene o si mantiene, non invalida e non annulla alcuna loro parte, anzi conserva e rispetta ogni contenuto che, sebbene diverso nelle varie nazioni, è diretto tuttavia al solo e medesimo fine della pace terrena se non ostacola la religione, nella quale s’insegna che si deve adorare un solo sommo e vero Dio» (Agostino, Civ. Dei, XIX, 17).
Nicola Reali è professore ordinario presso l’Istituto Pastorale «Redemptor Hominis» della PUL e Segretario accademico della Cattedra Wojtyla. Per ogni ulteriore informazione è possibile rivolgersi agli indirizzi: eventi@istitutogp2.it; cattedrawojtyla@istitutogp2.it





