
Dario Garribba insegna Greco biblico e Storia delle origini cristiane nella Facoltà teologica dell’Italia meridionale e materie umanistiche al liceo classico. È, quindi, un autore attrezzato adeguatamente per trattare l’interessante materia dei primi passi della storia del movimento cristiano attraverso le figure dei primi discepoli di Gesù e delle comunità sparse fra Israele, Turchia, Grecia e Italia, fino alla distruzione del tempio di Gerusalemme (agosto del 70 d.C.) e la nascita dei Vangeli (in particolare quello di Marco).
Il volume di Garribba è molto sintetico, ma ricchissimo di informazioni e di valutazioni storiche circa i vari eventi, alternando totale adesione alle varie affermazioni degli autori antichi, ipotesi plausibili, incertezza e sconfessione di alcune tradizioni.
L’autore divide la sua trattazione in quattro parti.
I primi passi. Il movimento di Gesù all’indomani della sua morte
L’autore inizia il suo percorso tratteggiando la Giudea negli anni Trenta, con la suddivisione dei territori fra i discendenti di Erode il Grande e la presenza dei prefetti romani.
Sub Tiberio quies, scrive Tacito, ma non fu proprio così.
All’indomani della morte di Gesù, proseguì il movimento di sequela iniziato durante il suo ministero pubblico. Si descrivono i Dodici e la prima comunità di Gerusalemme.
Uno spazio particolare è dedicato alla predicazione di Pietro e alla composizione della comunità di Gerusalemme, costituita di giudeo-cristiani (Hebraioi) e di etnico-cristiani (Hellenistai, rappresentati emblematicamente dai Sette di At 6).
La morte di Stefano (At 6–7) fu un linciaggio e viene narrata sulla falsariga della passione e morte di Gesù.
A Gerusalemme presero sempre più autorità i famigliari di Gesù.
Espansioni. I seguaci di Gesù negli anni Quaranta
La Giudea degli anni Quaranta vede il breve regno di Agrippa I (41-44 d.C.) e la presenza dei procuratori romani. Questi non erano militari come i prefetti, ma civili incaricati di governare un territorio su proposta di persone potenti a livello politico a Roma, sull’appoggio dei quali potevano contare per amicizia e per «raccomandazione». Non furono sempre abili a livello politico e nel governo dell’ordine pubblico, e non sempre seppero tener conto della sensibilità ebraica rappresentata dai sommi sacerdoti, dai farisei e dagli scribi.
Tra il 41e il 44 si assistette all’uccisione di Giacomeo Zebedeo e a diverse incarcerazioni di Pietro, Giovanni e dei Dodici.
Con la morte di Giacomo Zebedeo si impone a Gerusalemme l’unica guida di Giacomo fratello di Gesù, scampato per sconosciuti motivi alla persecuzione attuata da Agrippa I.
Il gruppo di Giacomo
Il gruppo di Giacomo negli anni Quaranta comprende gli «apostoli» (così chiamati da Paolo), gli anziani (presbyteri) con cui formano un collegio, con la presenza anche di profeti (cf. Agabo di At 11,28, profeta itinerante). Attorno a Giacomo, agli apostoli e agli anziani ruota il resto della comunità (ekklesía), in cui sono presenti anche dei farisei diventati cristiani.
Essere seguace di Gesù non è avvertito, in questa fase, come una rinuncia o una limitazione alla propria identità giudaica, né cancella l’appartenenza ad altri gruppi: le due cose coesistono, in modo complementare. A Gerusalemme la riflessione cristologica non portò a un ridimensionamento della Legge e all’accoglimento pieno dei non-Giudei, come in altre comunità. Prevalse una linea diversa.
Paolo. Il «concilio» di Gerusalemme e Antiochia
A partire dalle parole di Giacomo nel concilio di Gerusalemme (49 d.C.) si evince che egli si serve di testi profetici che trattano la restaurazione escatologica di Israele.
«La salvezza delle nazioni (éthne) – annota Garribba – è contemplata nel piano divino, ma essa avverrà mantenendo distinte queste ultime da Israele, senza che le nazioni perdano o mutino la loro identità gentile. La conversione delle genti consiste nel riconoscimento del vero Dio e nell’abbandono delle pratiche idolatriche, non nell’assimilazione a Israele o nell’annullamento delle differenze tra Giudei e gentili. L’apertura ai gentili si compie, nelle parole di Giacomo, nel quadro della restaurazione messianica di Israele che Gesù ha avviato. A loro è concesso prender parte a tale restaurazione nella misura in cui riconoscono il primato di Israele» (pp. 55-56).
Luca presuppone che la comunità di Gerusalemme esercitasse un’autorità di comando e di controllo sulle altre «Chiese».
Secondo Garribba, anche Paolo deve riconoscere a malincuore che Giacomo esercitava una forte influenza anche fuori Gerusalemme (Gal 2,11-15; forse 2Cor 11,22-23). «È un aspetto che spesso si dà per scontato. Ma così non è – annota lo studioso –. È un merito che va riconosciuto a Giacomo, alla sua capacità di dotare la comunità di una struttura organizzativa e di governarla saldamente per circa vent’anni. Lontano da un’idea di missione impegnata nella fondazione di nuove comunità (sul modello, per intenderci, di quelle paoline), l’apostolato di Giacomo si realizza nella costruzione di una comunità solida e autorevole che trova un suo spazio nel panorama gerosolimitano.
Si discute su come sia avvenuta l’apertura ai gentili, se sia stato un fenomeno spontaneo originato da particolari esperienze carismatiche che convinsero altri gentili a entrare a far parte della comunità o se sia stata un’azione programmata, promossa da predicatori missionari alla luce della loro interpretazione degli eventi pasquali.
«Per chi propende per questa seconda opzione – scrive Garribba –, la messa in discussione del Tempio e della legge, avviata già da Gesù e confermata dalla risurrezione, avrebbe creato le condizioni teologiche per un superamento della legge e per l’apertura ai gentili. È sempre difficile però, in ambito storico, determinare con assoluta certezza il primum movens» (p. 57).
Negli anni Trenta, la predicazione itinerante si limitò alla terra di Israele. In seguito, Gesù risorto diventa l’oggetto della predicazione e vanno spiegate la sua persona e la sua funzione quale mediatore di salvezza, agente attivo tra il divino e quanti credono in lui.
L’annuncio punta al cambiamento del singolo ma anche a fornire al credente la possibilità di aggregazione, la costituzione di un gruppo di cui il credente possa sentirsi parte e dotare tale gruppo di una propria identità. Pur avendo qualche elemento di somiglianza con il proselitismo giudaico – sulla cui esistenza si discute fra gli storici –, si differenzia da quest’ultimo per la centralità e l’urgenza che la missione assume tra i seguaci di Gesù.
Filippo, gli ellenisti e l’origine della missione
Filippo, gli “apostoli” (in senso debole di “inviati”) e gli ellenisti (credenti in Gesù grecofoni) furono all’origine della missione. Le tradizioni su Filippo sono due: è uno dei Sette per servire alle mense e un evangelista, ricordato nei Vangeli.
At 11,19-26 racconta la nascita della comunità di Antiochia, dovuta alla predicazione ai gentili da parte di ellenisti «disseminati» (così traduco, diversamente dalla CEI; «dispersi» e «dissolti» sono i seguaci di Teuda e di Giuda!!) a partire da Gerusalemme, dalla Fenicia, da Cipro e da Cirene.
La missione normalmente procede con l’accostamento dei Giudei nelle sinagoghe e poi, al loro rifiuto del messaggio, il passaggio ai gentili. Gli ebrei conoscevano già la figura dei “proseliti” aderenti al giudaismo (ma senza la circoncisione) e dei simpatizzanti.
I rapporti dei Giudei con le autorità cittadine di Antiochia erano buoni.
Circa i gentili che credettero in Gesù, Garribba precisa: «È bene però, quando si parla dei primi etnocristiani, evitare l’uso di categorie come “conversione”, “fede”, “credo” – che potrebbero risultare anacronistiche e fuorvianti; né dobbiamo pensare che, nell’immediato, l’interesse verso Gesù abbia segnato una svolta radicale, in discontinuità con il proprio passato. Non si tratta, insomma, di gentili convertiti al cristianesimo.
Siamo di fronte, piuttosto, a persone che, dopo aver già scelto di muoversi nell’orizzonte della religiosità giudaica, dopo aver trovato nello stile di vita, nelle tradizioni e nelle pratiche giudaiche delle risposte alle proprie esigenze spirituali (e forse anche sociali), furono a un certo punto attratte dall’interpretazione delle Scritture proposta dai seguaci di Gesù (che ai loro occhi – non va mai dimenticato – apparivano come Giudei, espressione di uno dei molti orientamenti interno al giudaismo dell’epoca)» (pp. 66-67).
I primi seguaci di Gesù negli anni Quaranta formavano piccoli gruppi di individui (non più grandi di nuclei familiari) per i quali un ruolo decisivo hanno giocato i rapporti interpersonali che si venivano a creare e che spesso costituivano un collante fondamentale per chi viveva queste esperienze.
Le lettere paoline testimoniano quanto era importante rinsaldare e ravvivare i rapporti di amicizia e di reciproca fiducia.
Secondo Garribba, l’uso del termine “cristiano” come forma di designazione ha un’origine esterna al gruppo dei credenti in Gesù e si afferma solo a partire dagli anni Ottanta, divenendo d’uso diffuso nel II secolo.
Negli autori romani coevi (Tacito, Svetonio, Plinio il Giovane), attivi tra il 110 e il 130 d.C., “cristiano” ha una ben definita accezione socioreligiosa: «esso indica chi appartiene a quel gruppo sociale che è riconoscibile e si distingue per la (ostinata) fede in Cristo» (p. 68).
È probabile che Luca, in At 11,26 «stia anticipando una denominazione che cominciò a circolare alcuni anni dopo, presumibilmente durante il principato di Nerone» (p. 69),
Paolo: “viaggi”, “concilio” di Gerusalemme. Claudio e l’espulsione dei Giudei nel 49 d.C.
Sta penetrando sempre più nella coscienza dei cristiani che l’evento di Damasco, che cambiò la vita di Paolo, non fu una «conversione» (come si esprime il titolo della festa del 25 gennaio…), perché non cera un’altra religione. In realtà, stando alla testimonianza di Paolo nella lettera autentica/autoriale di Gal 1,15-17, essa fu una rivelazione apocalittica missionaria, una «vocazione».
A proposito di sé, Paolo non parla mai di conversione nelle sue lettere autoriali/autentiche. Certo, ci fu un reset, un ricentramento, un ribaltamento delle proprie convinzioni. Cristo morto e risorto, salvezza dell’uomo, prende il posto della Legge nel cuore di Paolo quale mezzo di salvezza.
Paolo non rigetta nulla del suo giudaismo e della sua preparazione intellettuale (tranne i privilegi storico-teologici, che considerò «spazzatura» rispetto a Cristo…; cf. Gal 3,7-11) ma mette tutto a servizio di Gesù Cristo che salva tutti gratuitamente.
Lo studioso commenta il “concilio” di Gerusalemme del 49 d.C. con le posizioni di Pietro e di Giacomo. L’assemblea/“concilio” si chiude con la lettera inviata ad Antiochia e contenente le condizioni minime da osservare per consentire una serena commensalità tra giudeocristiani ed etnocristiani. Essa non sarà però sufficiente a evitare l’«incidente di Antiochia», che trovò Paolo a scontrarsi con Pietro, ritiratosi dalla mensa comune con i discepoli etnocristiani dopo che da Gerusalemme erano arrivati membri del gruppo “conservatore” di Giacomo (cf. Gal 2,11-15).
Nel 49 d.C. Claudio espelle da Roma i giudei che tumultuavano a causa di «Cresto» (Svetonio, Vita di Claudio 25,4; non «tutti» i Giudei, come afferma At 18,2!). Orosio daterà il fatto al 49 d.C., nono anno del principato di Claudio. Fra gli espulsi c’era la coppia di Aquila e Priscilla, che diventeranno grandi amici e collaboratori di Paolo (cf. ibidem).
Tensioni. La predicazione degli anni Cinquanta
Dal 46 al 48 d.C. Paolo intraprende il primo “viaggio” missionario, che da Antiochia lo porta a Cipro e nelle zone della Turchia meridionale.
Garribba analizza i tre “viaggi” missionari di Paolo, illustrandoli con cartine e valutando, a livello storico, le possibili motivazioni retrostanti vari eventi, ma attribuendo al racconto di Atti una sostanziale attendibilità.
In questo capitolo lo studioso analizza la Giudea alla metà del I secolo (con i vari procuratori romani e la stratigrafia religiosa del mondo giudaico).
Dopo l’«incidente di Antiochia», viene analizzato il secondo “viaggio” missionario di Paolo che si svolge dal 49/50 al 52 d.C. e il terzo, compiuto dal 53 al 58 d.C.
A differenza della comune posizione e della testimonianza di Atti, Garribba fa terminare il secondo viaggio a Efeso, la capitale della provincia romana di Asia, con il grande tempio di Artemide. Paolo vi si trattiene tre anni.
«La conclusione del viaggio così come Atti lo racconta – afferma Garribba – è però poco convincente: non si capisce, infatti, quali ragioni avrebbero spinto Paolo a intraprendere un così lungo viaggio (di cui Atti non conosce gli scopi, né i contenuti) in città, come Antiochia e Gerusalemme, in cui non aveva appoggi, né alleati. Probabilmente è prevalso in Luca l’interesse a dare una circolarità al viaggio facendolo finire laddove era cominciato. Più verosimile è che Paolo da Corinto sia giunto a Efeso e qui si sia trattenuto per circa tre anni dal 52/53 al 55 (cf. FIG. 4)» (p. 94).
Le lettere paoline e il terzo “viaggio”
Lo studioso descrive l’utilità delle lettere paoline come strumento di collegamento con le comunità e di prosecuzione di insegnamenti e manifestazioni di effetto e di comunione. Egli non manca di menzionare alcuni dello stuolo di collaboratori che l’Apostolo si seppe creare e a cui diede totale fiducia (Timoteo, Tito, Sila, Epafrodìto, Èpafra ecc.).
Il terzo “viaggio” missionario porta Paolo da Efeso in Grecia e poi con il ritorno (in parte a piedi) a Neapolis e di lì, con un lungo viaggio marittimo e vari scali, arriva fino a Tiro, Tolemaide, Cesarea Marittima e Gerusalemme, dove l’Apostolo viene arrestato.
Nell’insieme, pare di capire che Paolo non sia stato molto difeso dalla comunità di Gerusalemme…
Ricordo che egli portava con sé la colletta raccolta dalle comunità asiatiche e greche per i «santi» poveri di Gerusalemme, ma Atti non menziona neppure il fatto che sia stata accettata o meno (denaro dei pagani…!).
–Garribba valuta come assolutamente non fallimentare l’opera di Paolo. «Incontrò molte difficoltà ed ebbe anche molte delusioni – afferma –, ma, nel complesso, dobbiamo riconoscere che la sua missione ebbe successo. Se le comunità da lui fondate, nonostante i tanti scossoni, riuscirono a sopravvivere alla morte del loro fondatore e se lo fecero mantenendosi nel solco del loro maestro, significa che la struttura e l’organizzazione delle comunità paoline erano piuttosto solide e avevano in sé gli anticorpi necessari alla sopravvivenza. È poi denso di significato il fatto che, a differenza di quanto accadde altrove, i suoi scritti furono conservati e “tesaurizzati”, posti a fondamento autoritativo e identitario delle stesse comunità» (p. 104).
In alcune pagine (pp. 104-108), lo studioso presenta quindi un sommario sintetico delle sette lettere autentiche di Paolo. Non parla delle discusse deuteropaoline e delle non autentiche/autoriali tritopaoline, opera ormai della tradizione paolina di fine secolo.
Le comunità non paoline
Garribba conclude questo capitolo descrivendo le comunità non paoline degli anni Cinquanta: Gerusalemme, Efeso, Roma. Le origini di quest’ultima sono misteriose e fatte risalire probabilmente all’opera testimoniale di commercianti provenienti da Israele. Essa ha una composizione prevalentemente giudaizzante ed è formata da varie comunità di piccoli gruppi di credenti.
Antiochia vede la presenza di Pietro, Barnaba, Simeone chiamato Niger, Lucio di Cirene, Manaèn, Paolo, «profeti e maestri». La struttura non è gerarchica ma Ignazio, all’inizio del II secolo, promuoverà una struttura gerarchica piramidale con a capo il vescovo, coadiuvato da un collegio di presbiteri e da diaconi e in accesa polemica con chi, ad Antiochia, non accetta questa riforma (cf. p. 114).
Cambiamenti. Il movimento nei difficili anni Sessanta
La società del mondo giudaico è in crisi. Prima della «guerra giudaica» (66-70 d.C., con coda a Masada nel 73), ci sono varie frazioni: le famiglie sommosacerdotali potentissime di orientamento sadduceo – di fatto conniventi con l’oppressore romano –, i farisei, gli scribi, gli erodiani, gli zeloti (zelanti per la Legge, che poi presero le armi solo in occasione della guerra, non ai tempi di Gesù!), i «sicari» che ammazzavano la gente per strada con una piccola spada (sica), opponendosi con le armi al potere romano.
La guerra giudaica fu, per Garribba, soprattutto una guerra civile. Ci furono vari protagonisti, tra fazioni giudaiche contrapposte, procuratori romani, legati di Siria, Vespasiano e il figlio Tito.
Flavio Giuseppe, incaricato della difesa di Iotapata, si arrese e divenne il traduttore a servizio del potere romano, al quale illustrò nelle sue opere – fondamentali per ricostruire la storia di quegli anni – le ricchezze della tradizione giudaica insieme alle tragedie commesse dalla follia dei suoi correligionari, a cui attribuì di fatto la tragedia della guerra, della distruzione di Gerusalemme e del tempio.
L’uccisione di Giacomo il Giusto e il movimento di Gesù a Gerusalemme
Nel 62 d.C., nel vuoto di potere creatosi tra i procuratori Festo e Albino, il potentissimo sommo sacerdote Anano il Giovane fece uccidere Giacomo il Giusto.
Fu tutto illegittimo. Convocare il Sinedrio non spettava ad Anano ma al re Agrippa II. Il governatore romano deteneva il potere giudiziario, soprattutto nei casi capitali. «Illegittima è quindi anche la sentenza di condanna a morte che il sinedrio non poteva comminare, non senza l’approvazione di Albino – annota Garribba –. Quello di Anano fu un colpo di mano che la fazione politica a lui avversa non può tollerare. Le contestazioni si rivelano fondate e Anano è addirittura rimosso immediatamente dalla carica. La morte di Giacomo non passa quindi inosservata: essa provoca uno scandalo politico con conseguenze evidenti» (p. 122).
Perché fu ucciso Giacomo il Giusto? Garribba formula delle ipotesi, a partire dai testi di Flavio Giuseppe. C’era un clima di generale tensione. Il sinedrio non condannò a morte il solo Giacomo, ma anche «alcuni altri». «Se questi “altri” sono, come plausibile, persone legate a Giacomo, cioè suoi confratelli, è possibile che Anano stia agendo contro il movimento dei seguaci di Gesù, che evidentemente era pericoloso – annota Garribba –.
Ma pericoloso per chi? Certamente non traspare una pericolosità sociale […] Dobbiamo dedurre che Giacomo era “pericoloso” per Anano e la sua fazione. D’altra parte, la fretta di condannarlo in assenza del procuratore dimostra che le ragioni personali di Anano erano più forti di quelle del diritto. […] Sembra, cioè, che l’avversione non sia legata a una specifica contingenza, ma sia frutto di un’opposizione di lunga durata» (pp. 122-123), iniziata ai tempi di Gesù nei confronti di Caifa.
At 4,1-13; 5,17-41 conservano la memoria di diverse occasioni in cui i primissimi seguaci di Gesù furono accusati da esponenti del clan di Anano e portati dinanzi alle autorità del tempio. La Legge e il tempio sono il «campo» e la «cornice di senso» in cui si consumano la contesa politica e la lotta per il potere. «Quello di Giacomo – scrive lo studioso – si configura quindi più come un delitto maturato in questo contesto che come provvedimento religioso contro una setta non ortodossa» (p. 123).
I credenti in Gesù di Gerusalemme ebbero una posizione totalmente marginale durante la guerra giudaica e fuggirono a rifugiarsi a Pella, in Transgiordania. La notizia è espressa in modo dubitativo dall’autore nella tavola cronologica finale.
L’incendio di Roma, le persecuzioni dei cristiani, la fine di Paolo
Nel suo quarto e ultimo “viaggio” (di cui non viene fornita la cartina) Paolo giunge a Roma da prigioniero verso il 60 d.C. At 28 narra i suoi contatti con i capi dei giudei locali, che nulla sanno di lui.
Anche Luca mantiene un assoluto silenzio sull’attività dell’Apostolo dopo il suo arrivo nella capitale. Sembra non conoscere la lunga e potente Lettera ai Romani (con la sua lunga lista di persone salutate, cf. c. 16!). Probabilmente nel 64 d.C., nella congerie dell’incendio di Roma – appiccato con ogni probabilità da Claudio stesso, che addossò la colpa ai cristiani – Paolo trovò la morte, nello stesso contesto in cui la trovò Pietro.
Giudei e cristiani? Separazione delle due strade?
In un importante passo della sua opera (cf. Annali 15,44, riportato a p. 130), Tacito definisce una «funesta superstizione» (exitiabilis superstitio) il movimento dei seguaci di Gesù.
«Sebbene, collocandone gli inizi in Giudea, Tacito consideri questo movimento in qualche misura giudaico, i cristiani non sono presentati come Giudei – annota Garribba –. È infatti innegabile che il lettore sia portato a individuare nei destinatari della persecuzione una precisa categoria di persone: “quelli che il popolo chiamava cristiani”. Questo significherebbe che, alla metà degli anni Sessanta, almeno a Roma, i cristiani costituivano un gruppo religioso ormai definito e chiaramente identificabile, al punto che le autorità potevano mettere in atto una persecuzione contro di loro. Non so se sia possibile – prosegue Garribba –servirsi di questa testimonianza (e della parallela attestazione di Svetonio in Vita di Nerone 16.2: “furono condannati al supplizio i cristiani, genere di persone legate ad una superstizione inaudita e malvagia”) per dimostrare che si è ormai compiuta una piena “separazione delle strade” tra cristianesimo e giudaismo. Non possiamo infatti escludere che “cristiani” stia a indicare una setta specifica, una sorta di sottoinsieme, del più ampio panorama giudaico di Roma. […] Tacito potrebbe, cioè, aver commesso un errore di prospettiva, retroproiettando ai tempi di Nerone ciò che valeva negli anni di Traiano» (p. 131).
L’incendio di Roma nel luglio 64 d.C., «che aveva molto scosso la città, offrì all’opposizione antimperiale un ottimo argomento per accusare il principe di non aver saputo fronteggiare l’emergenza. Spostare l’attenzione su un piccolo gruppo marginale e poco conosciuto, facilmente additabile come ostile, fu, per Nerone, una possibile strategia per uscire dall’angolo. È difficile quantizzare l’entità della persecuzione – prosegue lo studioso –: sembrerebbe essere stata circoscritta alla sola Roma e inizialmente gli arrestati devono essere stati pochi; solo in una fase successiva, su accusa di questi pochi (sottoposti con ogni probabilità a tortura), l’inchiesta si allargò e con essa il numero dei condannati. In passato si è molto discusso, sulla base di una testimonianza di Tertulliano (Ai gentili 1.7) se Nerone avesse promulgato o meno uno specifico editto contra christianos; oggi la maggioranza degli studiosi concorda sul fatto che questo provvedimento non sia mai esistito» (p. 132).
Garribba non ha alcuna parola su un ipotetico viaggio di Paolo in Spagna o su un suo ritorno apostolico in Oriente.
La nascita dei Vangeli
Dalle memorie orali e scritte, ricuperate dai credenti in Gesù riguardanti la sua attività e la sua predicazione, a partire probabilmente da un racconto della sua passione e morte, vennero elaborati degli scritti che ricuperavano la memoria che gli apostoli avevano di Gesù.
Raggruppati inizialmente attorno ai racconti dei miracoli o di parabole, trovarono in Marco una prima organizzazione in uno schema biografico-geografico che, partendo dalla Galilea, conduceva il lettore agli ultimi giorni di Gesù a Gerusalemme.
Dopo aver citato le testimonianze di Papia, Garribba conclude: «L’evangelista Marco era così riconosciuto nel discepolo di Pietro citato in 1Pt 5,13 (cf. Eusebio, Storia ecclesiastica 2.15.2), a sua volta identificato nel Giovanni Marco di cui parlano At 12.12-15 e 15.37. L’esegesi moderna ha messo in fortissimo dubbio queste notizie, considerando l’attribuzione a Marco pseudepigrafa, al pari di gran parte dei testi poi confluiti nel Nuovo Testamento» (p. 133).
Insieme a una fonte detta «Q» – (Quelle= «fonte», in tedesco), che ricuperava molto materiale discorsivo attribuito a Gesù, lo scritto di Marco fornì a Matteo e a Luca lo schema fondamentale col quale presentare la persona, l’opera e la predicazione di Gesù.
Verso l’80 d.C. le memorie apostoliche trovarono in tal modo una fissazione che divennero normative per le comunità dei discepoli di Gesù.
Conclusione
L’opera di Dario Garribba è davvero preziosa, perché fornisce a un ampio spettro di lettori le notizie fondamentali riportate dai testi del NT e dagli autori giudei e romani coevi ad essi. Le notizie ricevono una rielaborazione contenutistica e motivazionale, che cerca un’intelligenza delle ragioni retrostante i nudi fatti riportati.
A livello editoriale, va notato che il volume è di dimensioni ridotte, con caratteri tipografici molto piccoli, con le Note raccolte in fondo all’opera, indicante solo l’autore e la data della pubblicazione (pp. 139-149). Un sistema che personalmente non apprezziamo, perché rende la lettura un po’ faticosa in un continuo andirivieni fra le pagine.
A parte, viene riportata la Bibliografia per esteso (pp. 157-165), preceduta da un’utilissima Tavola cronologica (pp. 152-155) e seguita dall’Indice dei nomi (pp. 167-170).
L’autore è senz’altro riuscito nell’intento perseguito. Le pagine del Nuovo Testamento ricevono un loro inquadramento più ampio all’interno di una storia ragionata del movimento cristiano dal 30 al 70 d.C.
Il linguaggio chiaro, didattico, sostenuto da riferimenti sempre puntuali e abbondanti, fa di quest’opera un’ottima guida per tutti gli amanti dei testi biblici del Nuovo Testamento.
- DARIO GARRIBBA, I primi seguaci di Gesù. Alle origini del movimento cristiano (30-70 d.C.) (Quality Paperbacks 783), Carocci editore, Roma 2026, pp. 170, €15,00, ISBN 9788829037292.





