I figli dei detenuti non sono più invisibili

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È stato firmato, martedì 6 settembre, il rinnovo del protocollo che riconosce la continuità del legame affettivo con il genitore in carcere. La Carta è stata sottoscritta dal ministro della Giustizia, Andrea Orlando, dal garante nazionale dell’infanzia e dell’adolescenza, Filomena Albano, e dalla presidente dell’associazione “Bambinisenzasbarre”, Lia Sacerdote. Il protocollo, firmato per la prima volta nel 2014, è un documento unico in Europa che impegna il sistema penitenziario a confrontarsi con la presenza quotidiana del bambino in carcere, se pure periodica, e con il peso che la detenzione del proprio genitore comporta

Il guardasigilli Andrea Orlando, la garante per l’infanzia e l’adolescenza Filomena Albano e la presidente dell’Associazione Bambinisenzasbarre onlus Lia Sacerdote hanno siglato, martedì 6 settembre, il rinnovo per altri due anni del protocollo d’intesa “Carta dei figli di genitori detenuti”, avviato il 21 marzo 2014. Durante il biennio di applicazione, il protocollo è diventato un modello per la rete europea “Children of prisoners Europe” (Cope) con la quale la onlus firmataria sta conducendo una campagna di sensibilizzazione perché sia adottata nei 21 Paesi membri della rete.

Per la tutela dei minori

L’intesa sottoscritta individua nuovi strumenti di azione e rafforza i risultati fin qui ottenuti: la tutela dell’interesse superiore del minore, al quale deve essere garantito il mantenimento del rapporto con il genitore detenuto, in un legame affettivo continuativo, riconoscendo a quest’ultimo il diritto/dovere di esercitare il proprio ruolo genitoriale; la promozione di interventi e provvedimenti normativi che regolino questa relazione, contribuendo alla rimozione di discriminazioni e pregiudizi attraverso la creazione di un processo di integrazione socio-culturale; l’agevolazione e il sostegno dei minori nei rapporti con il genitore detenuto. Il nuovo protocollo ritiene necessaria l’offerta di percorsi di sostegno alla genitorialità sia alle madri sia ai padri sottoposti a restrizione della libertà personale. Secondo dati del Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria, c’è stato un incremento degli spazi dedicati ai bambini (sale d’attesa e sale per i colloqui): realizzati in 130 istituti nel 2015 e presenti invece in 171 istituti nel giugno 2016. Aumentano anche ludoteche attrezzate: presenti nell’aprile 2015 in 58 Istituti, sono divenute 70 nel giugno 2016; le aree verdi attrezzate per i colloqui all’aperto risultano 99 nel giugno 2016, di cui 35 destinate ai soli minori. Inoltre, è stato dato impulso presso tutte le sedi, all’adozione di procedure per la prenotazione telefonica dei colloqui e lo svolgimento degli stessi in orari pomeridiani e festivi; la prenotazione dei colloqui risulta possibile, a giugno 2016, in 139 istituti.

Bambini invisibili

“Sono tra gli 80mila e i 100mila i bambini che in Italia entrano in carcere avendo un genitore recluso.

La presenza dei bambini in carcere è radicale con la loro esigenza di normalità”, ricorda Lia Sacerdote, presidente dell’Associazione “Bambinisenzasbarre”. “I contenuti del protocollo rinnovato non sono cambiati – spiega Sacerdote -. Ma il testo è stato riordinato rispetto ad alcuni articoli: ad esempio l’articolo 1 ha riassorbito parte dell’articolo 3 diventando determinante con l’indicazione della scelta della misura alternativa al carcere quando un adulto ha figli piccoli. È prevista anche la possibilità per i figli di avere accanto il papà o la mamma nei momenti più significativi, come compleanni, il primo giorno di scuola, diplomi, recite, celebrazioni religiose.

La definizione di necessità per la concessione dei permessi cambia: di solito vengono dati per le morti, invece adesso anche per tappe positive”.

Negli ultimi due anni, precisa la presidente di “Bambinisenzasbarre”, “sono stati concessi dai magistrati dei permessi, ma finora è stato un aspetto marginale. Il ministero della Giustizia ha promosso gli Stati generali dell’esecuzione penale, conclusi ad aprile 2016: il nostro protocollo è stato recepito come un documento base”. La questione, sottolinea, “non è un problema di buoni sentimenti. I figli dei detenuti sono sottoposti a un’emarginazione sociale solo proprio per essere figli di persone in carcere. La visibilità e la forza di una carta dà loro un riconoscimento non solo in quanto vittime, ma anche in quanto soggetti”. “Da un’anticipazione di una nostra ricerca – prosegue Sacerdote -, emerge un miglioramento in questi due anni per i luoghi dell’accoglienza, ma per noi non basta adeguare gli spazi, c’è tutto un lavoro di formazione degli operatori penitenziari, in particolare della polizia penitenziaria assolutamente fondamentale per cambiare l’approccio. L’impegno di Bambinisenzasbarre continua sul campo perché le pratiche cambino. Anche il semplice fatto che si parli di questi bambini in modo diverso è un modo per condividere una responsabilità sociale anche con chi sta fuori dal carcere”.

Esempio positivo

“Questo protocollo è un esempio positivo perché sancisce il diritto dei bambini ad andare in carcere dai genitori detenuti”, sostiene Viviane Schekter, vice presidente di Children of Prisoners Europe. “In Europa la situazione è variegata – aggiunge -. Nella maggioranza dei Paesi ci sono ong impegnate sul campo. Alcune hanno finanziamenti dallo Stato, come succede in Svezia e in Norvegia. Invece, in Svizzera e Francia lo Stato dà pochissimo. Un’altra difficoltà è avere dati certi sul numero dei bambini che sono separati dai genitori detenuti. In questo protocollo si prevede proprio un aggiornamento dei dati e spingerà anche gli altri Paesi a fare altrettanto. In alcuni Paesi ci sono dati, ma nella maggior parte sono solo stime. La scusa è che è impossibile avere dati certi: l’Italia che li raccoglie rompe un pregiudizio”.


L’articolo è stato pubblicato su SIR il 12 settembre 2016.

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